È tempo di luminarie, di alberi di Natale e di presepi. Voi vi rivedete nel Natale fatto di stelle in ferro zincato precipitate in terra? Ci sono pure molti presepi pronti ad aprire i battenti. Molti appassionati “maestri presepiari” si impegnano per realizzare ambientazioni scenografiche. Permettetemi, però, di fare una domanda: quanta religiosità c’è nel loro lavoro artistico?
Da quel Bambino, messo in mezzo alla scena, si diffonde una Luce sfolgorante e divina? Cerco di spiegarmi meglio. I quadri nelle chiese furono commissionati e adottati perché considerati “libri per gli analfabeti”. Osservandoli si capivano le storie sacre e i Vangeli. Facendo una similitudine si può dire che San Francesco ideò il primo presepe per farlo leggere dagli analfabeti. Per far ben capire da dove è venuta la Luce che ci illumina. Per questo mi chiedo: chi va a vedere un presepe, cosa cerca? Cosa vede? Cosa porta a casa? Cosa riesce a metterci dentro il cuore del presepiaro artista?
In questi giorni, ho avuto modo di ascoltare una breve lectio di Padre Marziano, un dotto frate studioso bibliotecario, che con grande intelligenza ha spiegato cosa è una natività. La sua essenza. Il Natale è un sorriso donato dal cielo, è la gioia nel cuore, e chi vuole può scoprire che non solo a dicembre il Natale brilla nei nostri cuori… Il presepio è sì, il richiamo alla figura centrale del Bambino Gesù, ma è anche un rimando chiaro al Mistero della Santissima Trinità che ci offre il Miracolo del Natale.
ll presepio non è solo da guardare, ma è uno stimolo a pensare e a pregare, invitandoci a scoprire come ciascuno di noi è esortato a sentirsi dentro la Storia della Salvezza, portando la piccola parte della nostra testimonianza di Fede. Fulcro della fede che inizia in una grotta e poi culmina nella Pasqua. Il divino Bambino incarna Dio che si manifesta nella fragilità umana per raggiungere le persone e salvarle. San Francesco ci ha regalato per primo il presepe, che rappresenta dove si può cercare il capitale della fede.
Il Bambinello che si mette nel presepio non genera nessuna discriminazione. Tace e ci guarda. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini, che fino alla Sua nascita era assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi 2000 anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così per non dar fastidio ai non credenti? Il Gesù, che finirà in croce, è il simbolo del dolore umano. La corona di spine e i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Gesù fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che nato in una stalla, e che in seguito è stato venduto, tradito, martoriato; che è morto sulla croce per amore di Dio Abbà e del prossimo. L’ateo non vede il vero significato del presepio; cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Qualcuno dice che molti sono stati venduti, traditi, martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso appeso in classe o negli uffici, li ricorda tutti.
Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di Lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini. Gesù Cristo, il Signore, si è fatto uomo ed ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di “croce”, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero.
Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quel che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero, ugualmente. Da quel Bambinetto nato nella stalla di Betlemme ci è tramandato l’invito “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana nata con il Bambino del Presepe. Sono la chiave di tutto.
Cristo fa parte della storia del mondo. San Francesco ci ha regalato per primo il presepe che rappresenta dove si può cercare il capitale della fede. Nel tempo del Santo Natale chiediamo di essere “contemplativi” del Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, sentendoci noi stessi dentro il presepio per trovare il nostro posto dentro la Storia della Salvezza che, attraverso la celebrazione liturgica, ci consente di sentirci pienamente coinvolti ricevendone i frutti che poi possiamo scambiarci tra noi. E ora cerchiamo di guardare il presepe per quello che è, non per una commedia a scopi turistici, o un plastico architettonico.
Alberto Maria Marziali
4 aprile 2026


