Si legge sulla Treccani: “San Severino, Città delle Marche in provincia di Macerata, con antica sede vescovile restituita da Sisto V (1586). La località è quella della romana Septempeda, ricordata dai geografi e dagl’itinerarî. Ritrovamenti paleolitici e neolitici, oggetti dell’età del bronzo, vennero raccolti nel territorio; notevoli mura romane dicono l’importanza che aveva il luogo per Roma, quale stazione sulla via del Potenza”.
Girovagando per la città si percepisce appieno quel senso di antico ancor vivo nel presente, anche se ci vuole un po’ di tempo per capirlo appieno e apprezzare la continuità dell’insediamento e del suo popolamento dal paleolitico a oggi. Non voglio certo perdermi nei millenni di storia che il luogo racconta, ma non posso non sottolineare le testimonianze misconosciute della Septempeda preromana, completamente dimenticata anche dalla Treccani che inizia appunto dalla città romana, continuando la veterocultura letteraria che vuole la nostra regione originata da una presenza romana portatrice di civiltà a dei pastori primitivi, anziché giusto il contrario come credo di aver dimostrato nei miei lavori.

I resti della porta urbica e dei lacerti delle mura “megalitiche” (ovvero formate con tre strati affiancati di blocchi squadrati di roccia arenaria ciascuno del peso di decine di quintali) che si trovano defilate alla sinistra della strada Septempedana circa duecento metri prima della rotonda d’inizio della città vera e propria. Queste sono mura che “raccontano” una storia tanto affascinante quanto inequivocabile, sia quelle appunto della porta meridionale, dissepolte e visibili, sia quelle portate alla luce più in alto in prossimità dell’attuale strada e subito ricoperte; esse testimoniano di una fiorente quanto importante aggregazione urbana recintata con una possente struttura litica già in tempi alti della civiltà Picena, ben prima che Roma estendesse il suo controllo politico ed economico sulle terre d’origine dei suoi fondatori.
Sì, ne sono convinto e lo spiego in dettaglio nel mio ultimo libro “Il Piceno”, che l’Urbe tiberina sia stata fondata come base per l’approvvigionamento dei minerali metalliferi sardi da parte dei proto-industriali piceni, anche di quelli septempedani. Non intendo parlare di Roma, ma di Septempeda quale insediamento protostorico piceno, perché le sue mura lo dimostrano in modo inequivocabile. Per quanto abbiano detto e scritto insigni letterati, condendo i loro scritti in salsa tiberina e grecizzante, nessun costruttore, dall’Età Repubblicana in poi, avrebbe mai costruito mura megalitiche avendo a disposizione la comoda “pozzolana”.
Se si considerassero le operazioni necessarie a erigere le mura megalitiche anche e solo dal punto di vista della manodopera, oltreché della sua specializzazione, se si tenesse conto del numero dei lapicidi, che inevitabilmente dovevano mangiare un paio di volte al giorno ed erano quindi un costo non indifferente, basterebbe fare un sommario calcolo delle differenze di tempo e lavoro fra le mura in blocchi e quelle in concrezione per avere la risposta: per le prime lo stacco dalla cava, sfaccettatura a squadra, trasporto e sollevamento dei blocchi pesanti tonnellate per delle mura spesse circa due metri ed alte circa quattro, (suppergiù ventimila metri cubi di blocchi) e lo si confronta con i tempi molto inferiori per quantità di operazioni per edificare una struttura di pari dimensioni finita, ma costituita da piccoli scapoli litici di una decina di chilogrammi l’uno, raccolti con facilità sul greto del fiume e incollati fra loro con malta pozzolana per fare il classico opus cementicium che caratterizza appunto e sempre la edilizia d’Età romana, si giunge a concludere che o i “filoromani” di Septempeda del primo secolo a.C. erano degli stupidi spreconi incompetenti affetti dal virus del “vintage”, ovvero un semplice assurdo, oppure qualcuno si è sbagliato a datare.
La Septempeda, di cui vediamo un brandello della porta meridionale, è stata perciò realizzata ben prima che i Romani facessero a botte sul Sentino con i discendenti dei loro antenati rimasti nel piceno. Non si può trascurare il fatto che un grosso impegno di risorse materiali e umane per edificare una cortina in blocchi di 2500 metri di sviluppo perimetrale, una tal opera neppure quindici secoli prima di Cristo non si sarebbe fatta per circondare solo delle abitazioni di contadini, perché da sempre e dappertutto le mura cittadine sono nate per proteggere le ricchezze della comunità, che pure per i Piceni di Septempeda dovevano essere ingenti proprio per giustificare tali mura, come per le omologhe città preromane di Ascoli, Fermo, Osimo e Ancona.
Poi il Piceno tutto e perciò anche Septempeda, vive l’epopea di Roma caput mundi, il suo declino dopo lo tsunami di Creta e, come tutti i centri di cultura italica e romana, a Septempeda l’abitato si sposta dalla comoda pianura del fondovalle alla zona collinare del “Castello” seguendo il generale fenomeno del “villa circa castrum restringere” caratteristico di tutti gli insediamenti Altomedievali specialmente nella Penisola. Infatti molti, per non dire tutti, gli insediamenti attuali di origine Altomedievale (VIII-XI secc.) della Regione sono “scomodamente” arroccati sul cocuzzolo delle colline dette a quei tempi “monte” a cui si aggiunse il nome del Signore feudale ovvero il Dominus Loci.
L’abitato migra sul colle del Castello e si allontana dal fondovalle come avviene per il Castrum Pipini oggi Pitino col recinto e la torre del Dominionum che vegliava dall’imprendibile cocuzzolo l’agglomerato agricolo di Berta e, non distante, sull’altro versante della valle, il castello di Monte Milone, oggi mutato in Pollenza, col nome di un personaggio forse discendente da un tribuno di Septempeda e indicato come “il più alto in grado” fra i “compagni fedeli” di Re Pipino. Forse le radici dell’insediamento del “Castello” e la Chiesa conventuale, nota come DuomoVecchio, col classico portale decorato a più ghiere nel fronte rivestito di lastre di arenaria, possono essere le ultime testimonianze dell’edificio del Dominus Loci, il Signore del Luogo, poi trasformato in monastero dai “Monaci d’Oriente”.
La vivace storia dell’agglomerato urbano poi dedicato anche nel nome a San Severino, ci racconta di una intensa attività imprenditoriale e commerciale che continua dopo la fase “carolingia” fino al grande fermento di quel magnifico periodo storico noto come “il Rinascimento dell’antichità classica”. Il Rinascimento ha lasciato un segno a mio avviso eccezionale per eleganza, ma che non mi risulta i curatori della storia dell’arte della Città abbiano pensato di segnalare all’attenzione del turismo culturale. Una “chicca” cittadina di carattere urbanistico che lega idealmente (e realmente) lo sviluppo urbano rinascimentale di San Severino alla ben più nota Città del “giglio guelfo”.
Mi riferisco alla piazza principale e cioè alla Piazza del Popolo, distesa nella parte pianeggiante dell’abitato sceso proprio in periodo rinascimentale nuovamente nel comodo piano. Mi è bastato guardarla per leggervi le raccomandazioni che il poliedrico genio del tardo Rinascimento, il Maestro Leon Battista Alberti (1404-1472) spiega alle Signorie del suo tempo come debbano far realizzare la piazza principale della città. Il suo concetto è ancora legato alla genesi della città medievale, in cui l’urbanistica procede con la cosiddetta “elencazione”, ovvero un edificio dopo l’altro senza alcuna programmazione, così come conviene sul momento, senza quella visione organizzativa che sta nascendo nel Rinascimento e diverrà prassi nel Barocco.

Anche se i geni di Brunelleschi e Michelangelo intravvedono la “prospettiva” e l’ordine classico che fu della romanità, l’Alberti nella sua concreta esperienza è ancora legato a un pragmatismo antico e spiega che la piazza principale deve essere sempre di forma allungata e di planimetria poligonale irregolare, perché in tal modo le facciate degli edifici signorili che vi sorgono sono tutte perfettamente visibili, frontalmente o quasi, e se ne possono apprezzare le caratteristiche estetiche, facciate che si confonderebbero nella “fuga prospettica” di una piazza rettangolare. Piazza del Popolo è evidentemente così e questa sua caratteristica urbanistica è da segnalare e apprezzare. Non è definibile al momento e non ha grande importanza se non si parla di storia, che sia nato prima l’uovo o la gallina, ovvero se la pianta a foglia d’olivo della piazza sia nata spontaneamente per dare spazio alle bancarelle dei mercanti lungo la strada che sale al Castello o sia un effetto delle esperienze urbanistiche fiorentine, perché già qui si legge lo spirito innovativo del Rinascimento e ciò basta e avanza.
Medardo Arduino
6 aprile 2026


