“Te faccio du’ ócchj comme du’ ore de notte!”. Questa frase minacciosa la dicevamo fra ragazzi quando avevamo divergenze di opinioni. E, senza saperlo, ci riferivamo all’ “orologio all’italiana” caduto in disuso, ufficialmente, dal 1808 e, in pratica dal secondo dopoguerra.
La “evoluzione sociale” e le “tecnologie avanzate” hanno fatto dimenticare completamente certi usi, che si erano consolidati nei secoli. Fra questi l’“orologio all’italiana” sostituito da quello “alla francese”. Principale fattore del cambiamento fu l’introduzione della illuminazione elettrica che soppiantò le funzioni regolatrici del “ministro della maggior natura”: il sole, del quale si facevano portavoce le campane. Si può scommettere, senza tema di smentita, che oggi i giovani ignorano completamente il significato di “mattutino”, “terza”, “mezzogiorno”, “ventiduore”, “Ave Maria”, “un’ora di notte”. E anche i non più giovani non conoscono più questo benedetto “orologio all’italiana”, difficilissimo per noi ma naturale per i nostri nonni.
“Dovete dunque sapere… (così iniziava la lezione un mio maestro) che la giornata finiva con il tramonto del sole. Facciamo un esempio: il 31 dicembre il sole tramontava alle attuali ore 17:00. Per i maceratesi del ‘700 erano le ore 24 di quel giorno. Le odierne ore 18:00 (“un’ora di notte”) erano la prima ora dell’1 gennaio. Mancando, nella maggior parte della popolazione, gli orologi da “tasca” o, peggio, da “polso” la giornata era ritmata dal suono delle campane.
Al sorgere del sole iniziava la giornata lavorativa al suono del campanone del duomo, che chiamava i canonici alla recita del “mattutino”, con rintocchi simbolici (tre: la Trinità; quattro: le virtù cardinali; cinque: i precetti della chiesa; uno: Unità di Dio). Intorno alle attuali ore 9 c’era il suono di “terza” che riconvocava i canonici alla recita delle “horae diurnae”. Nel frattempo, e anche dopo, i cittadini e i contadini si regolavano sul suono delle campane delle diverse chiese per la celebrazione delle messe. Mancando il frastuono odierno le si identificava facilmente: “Questa è San Giovanni”, “Questa è Santa Maria della Porta”, “Questa è Santa Caterina” e così via, finché quando il sole era allo zenith, il campanone “di piazza” suonava il mezzogiorno.
Emergeva, allora, la figura di un personaggio importantissimo: il campanaro. Questi spiava (quando era bello) l’arrivo del raggio di sole sullo gnomone (ancora oggi esistente nel palazzo comunale) indicante il giorno corrente e si precipitava a suonare il suo strumento. Per questa segnalazione doveva dare tredici (non uno di più né uno di meno) rintocchi, alternandosi con il campanone del Duomo. Quest’ultimo, dal 1 maggio al 30 settembre, alla fine del “dialogo” suonava altri tredici rintocchi consecutivi detti “Li tocchi furdi”, efficacissimi “ad repellendas tempestates” (per scacciare il maltempo).
Le varie chiese, e non erano poche, si univano al dialogo quasi in sordina ma con un effetto del tipo “ultimo atto della Tosca”. Operai, artigiani, impiegati, contadini, sfaticati ecc. si precipitavano al pranzo terminato il quale il lavoro (o l’ozio) riprendeva immediatamente. Le campane tacevano fino a quando il solo campanone di piazza segnalava “le dùore di giorno” (ossia le due ore prima della fine della giornata). Questo suono indicava ai contadini che era ora della “merennetta” e ai cittadini, allontanatisi dal “centro storico”, che fra due ore gl’inflessibili dazieri avrebbero irrimediabilmente chiuso le porte della città (chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori), lasciando all’addiaccio i ritardatari.
I tredici rintocchi davano inizio anche a un’altra cerimonia, interessante stavolta i famosi “pistacoppi”. Costoro, molto più precisi dei cittadini appartenenti al “genere umano”, si schieravano “ut castrorum acies ordinata” (come un esercito ordinato in accampamento), sul cornicione della Prefettura e sui tetti del teatro. Al primo rintocco iniziavano una serie di voli concentrici per sollecitare l’arrivo del “famiglio” comunale che, dallo storico balcone del municipio, gettava loro il becchime, dando origine al celebre “governu de li picciù: chi becca becca” senza allusioni politiche.
Poi, al tramonto del sole, c’era il suono dell’Ave Maria che indicava la fine della giornata (tredici rintocchi ecc. ecc.). Dopo un’ora suonava “un’ora di notte”, una specie di coprifuoco per cui, salvo pochissimi nottambuli, i maceratesi si davano in braccio a Morfeo, sia perché stanchi (specie in estate quando l’orario di lavoro era più lungo), sia per risparmiare candele, olio e petrolio illuminanti. Lasciamoli dormire in santa pace.
Libero Paci

7 aprile 2026


