Cefalonia: le guerre, prima, durante e dopo, lasciano segni che il tempo non stempera  

Forse qualcuno si sorprenderà che a distanza di più di 80 anni, per fatti accaduti nel 1943 in un’isola greca che oggi è nota ai vacanzieri nostrani solo per la bellezza dei siti e per l’acqua incontaminata, qualcuno senta il bisogno di ricordarli, per non dimenticare.

“Galeotto” per questo è stato il libro “Povera foglia frale”, scritto quasi 40 anni fa da mio Padre Lorenzo dopo tante mie insistenze, per lasciare memoria della parte avventurosa e tragica della sua vita militare quale Capitano di Complemento dell’Esercito Italiano. Era l’inizio del settembre 1943, la Divisione “Casale” alla quale apparteneva si trovava in Grecia, sulla terraferma nei pressi delle Isole Jonie. Le sorti della guerra volgevano al peggio, gli Alleati avevano invaso la Sicilia e risalivano l’Italia dal sud. Diverse truppe italiane erano dislocate fuori dal Territorio nazionale e molti contingenti, a seguito della invasione della Grecia occupavano quelle Isole.

Venne l’8 settembre con l’Armistizio che sanciva l’uscita dalla Guerra contro gli Alleati. Le strutture civili e militari erano al collasso con la fuga del Re e dei Comandi Centrali per sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi che, già presenti in forze all’interno dell’Italia, determinati, intendevano resistere nel disperato tentativo di ricacciare in mare le armate avversarie. Nelle truppe si creò una situazione di caotica incertezza per mancanza di disposizioni dall’Alto, in particolare circa il comportamento nei confronti dell’ex alleato germanico. Poche e nebulose comunicazioni raggiunsero i vari Reparti, che caddero in una condizione di dolorosa incertezza, in particolare quelli stanziati in territori esteri.

I Comandi dei reparti che si trovavano nelle isole Jonie e soprattutto a Cefalonia, dopo aver compiuto inutili tentativi di accordi diretti con i tedeschi, decisero di non deporre le armi. In quell’isola era schierata l’intera Divisione “Acqui” che contava circa 12.000 uomini i quali combatterono disperatamente per alcuni giorni ma infine dovettero arrendersi, privi com’erano di copertura aerea. I loro ex commilitoni tedeschi, obbedendo ai folli ordini emessi da fanatici e criminali Comandanti, in spregio a qualsiasi regola di guerra e privi di umanità, trucidarono Ufficiali e Soldati della “Acqui”, che pure si erano arresi e avevano gettato le armi. Fecero degli stessi, così inermi, strage fucilando senza pietà migliaia di Soldati e loro Ufficiali lasciando le loro spoglie insepolte e caricando i pochi superstiti su tre navi che dopo poco affondarono: due per essere incappate in un campo minato mentre la terza veniva distrutta da fuoco “amico” mentre navigava in Adriatico.

I numeri dei deceduti parlano di circa 9.000 uomini in totale. Mio Padre fu meno sfortunato poiché, seguendo le scarne indicazioni fornite dai resti del Comando italiano in Atene, tutti gli altri Reparti stanziati in Grecia, compreso il suo, cedettero le armi senza combattere dietro la prospettiva del rimpatrio dei loro componenti. In realtà questi ultimi, fatti prigionieri, vennero stivati su carri bestiame e trasportati in Germania, vagando in seguito per i vari lager ove soffrirono due anni di inenarrabili stenti prima che i sopravvissuti venissero liberati, ma solo nel corso del 1945. Uno dei ricorrenti episodi delle drammatiche giornate che precedettero la cattura del suo Reparto da parte dei tedeschi e che Papà rievocava più di frequente nei racconti, era proprio quello degli eventi di Cefalonia.

Con il suo Reparto si trovava a Vonitsa, sulla terraferma di fronte all’Isola di Santa Maura, quasi contigua a Cefalonia, e Lui narrava degli stormi di Stukas che passavano sulle loro teste e dei boati dei bombardamenti sulla Divisione Acqui, che presto dovette capitolare.  A quel punto iniziarono le stragi degli inermi Militari di quella Divisione, considerati “traditori” sulla base delle folli idee degli alti comandi tedeschi, che fecero carta straccia delle regole universalmente riconosciute in tema di prigionieri di guerra; regole che violarono anche nei confronti di tutti gli altri Ufficiali e Soldati italiani che avevano catturato, assegnando loro la qualifica di IMI – Internati Militari Italiani, privandoli così della tutela riservata ai prigionieri di guerra.

Perché oggi racconto tutto questo? Il fatto è che di recente ho conosciuto una legge con cui, in Italia, è istituita una giornata (il 20 settembre) da dedicare ogni anno alla memoria degli I.M.I. Giornata in cui “gli organi competenti possono promuovere e organizzare iniziative, manifestazioni e cerimonie pubbliche per il conferimento di una medaglia ‘di onore’ di cui a precedente legge, affinché si trasformino in un messaggio di pace rivolto alle giovani generazioni”. “Meglio tardi che mai” ho pensato, considerato che sono trascorsi più di 80 anni e che degli IMI. credo non sopravviva quasi nessuno; rimanendo peraltro la possibilità di ottenere per i loro Familiari come il sottoscritto la medaglia di onore prevista dall’articolo 1, comma 1272 della legge 27 dicembre 2006 n.296 conseguibile, secondo le burocratiche istruzioni, su domanda di uno degli interessati.

Quando uscì quella legge mio Padre Lorenzo era morto da oltre 12 anni ma, in vita, aveva avuto conoscenza di altra legge (del 1990) con la quale fra l’altro si concedeva agli Ufficiali I.M.I. “il beneficio della promozione onorifica al grado superiore”, per ottenerlo, secondo le burocratiche istruzioni, occorreva presentare apposita domanda. Si indignò e disse che non avrebbe mai presentato quella domanda, disgustato che quell’onorifico avanzamento di grado non fosse disposto d’ufficio, come riconoscimento, pur modesto ma rilasciabile semplicemente con i dati risultanti dal suo stato matricolare di Ufficiale che, nel rispetto del Giuramento prestato, non aveva fra l’altro mai aderito alla Repubblica Sociale Italiana, rimanendo a soffrire di stenti e di fame sul suo tavolaccio di prigionia come “Stammlager n. 287”.

Credo avesse ragione perché un uomo che aveva sofferto come Lui per due anni di dura prigionia meritava che qualcuno si fosse almeno scomodato a ricordarlo con quel minimo “beneficio” senza doverlo elemosinare con una burocratica domanda da redigere, secondo istruzioni, rigorosamente su carta bollata. Così, per ora, mi atterrò alla sua volontà e nessun “beneficio” domanderò come familiare di I.M.I. deceduto. Avrò memoria di Lui il giorno 20 di ogni settembre, poiché sono orgoglioso di aver avuto un Padre così.

Giuseppe Sabbatini

11 maggio 2026

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