Monografia su San Claudio al Chienti edita da Unicam. Lascio perdere le critiche specifiche alla prefazione e ai contributi salvo quello del professor Doti che insegna storia dell’architettura. Anche per lui gli edifici come San Claudio di tipologia specifica sono chiese “a croce greca inscritta”, in Europa ci sono migliaia di chiese medievali e solo cinque e tutte nelle Marche sono a pianta quadrata di una dozzina di metri di lato.
Ragionevolmente (non voglio dire intelligentemente, ma logicamente) se qui non è attestata una particolare confessione religiosa con riti specifici e sconosciuti, le chiese sono pensate e realizzate per far assistere i fedeli alle funzioni celebrate in un solo punto detto “Altare”. Perciò tutti i fedeli devono poter vedere questo punto e negli edifici cristiani erano e sono disposti in un ambiente rettangolare allungato come la coperta delle navi perciò detto NAVATA. Il problema della navata singola si è posto quando per la moltitudine dei fedeli la chiesa a una sola navata sarebbe diventata talmente lunga da non riuscire più a sentire l’officiante perciò, non potendo fare campate più larghe di una certa dimensione, sono state aggiunte navate laterali utilizzando i colonnati ed abbiamo le chiese a tre e cinque navate, ma sempre molto più sviluppate in lunghezza che in larghezza.
Nota bene che le grandi cattedrali “gotiche” del nord Europa sono state tutte completate nel sette-ottocento perché le tecnologie medievali non consentivano (salvo che per i maestri nostrani come Brunelleschi e Michelangelo) di superare certe luci intorno ai cinque metri, a meno di utilizzare tiranti in acciaio come fecero appunto i due citati. Inoltre posare in opera armature lignee per sostenere la volta in costruzione, con luci oltre i 4,5 metri circa, comportava dei problemi tecnologici enormi perché il peso della volta insiste sull’armatura finché non hai messo il concio di chiave, oltre al fatto dei costi, pensa al battistero di Pisa che ha un cono all’interno a sostenere la volta che si vede o al Brunelleschi che ha voltato il Duomo senza armatura fino ai due terzi dell’altezza della cupola. Per prima cosa perciò San Claudio non rientra nella tipologia delle chiese, men che meno quelle del Mille, né qui né oltralpe.
Nessuno dei professori del libro ha fatto alcun accenno alla tipologia particolare dell’edificio spiegando perché è differente in tutto dagli edifici chiesastici e neppure si è chiesto se poteva servire a un’altra funzione in cui la larghezza era più importante della lunghezza. Quello che insegna storia dell’architettura ha ripreso la inconsistente denominazione di chiesa a croce greca inscritta che non ha alcun significato né tipologico né strutturale e neppure ha alcun nesso con l’impostazione progettuale originale perché: innanzitutto nel medioevo non si facevano progetti disegnati, ovvero disegni di progetto finché a Pioraco non hanno inventato la carta. Solo su una planimetria disegnata, ma con le convenzioni del primo ottocento e non anteriormente, si può pensare di vedere nel disegno in pianta una croce greca inscritta in quanto da quel tempo e non prima, alla sezione delle murature a filo pavimento si è aggiunto col tratteggio la proiezione degli spigoli delle strutture superiori.
Nel caso nostro al quadrato (absidato) e ai quattro quadratini in centro dei pilastri, si è aggiunto il tratteggio delle crociere, perciò si vedono tratteggiati nove quadrati con ciascuno una “X” all’interno ovvero le diagonali della crociera, per cui in tutto ci sarebbero 36 triangoli isosceli e dovremmo chiamarla architettura paneuclidea, ma non era certo questo lo scopo dei costruttori, ovvero che si leggesse una croce entrando nell’edificio, cosa che nessuno vede neppure oggi. Chi insegna storia dell’architettura dovrebbe conoscere quel processo specifico dei manufatti architettonici che si chiama “composizione”, che ai miei tempi era l’unico esame che potevi reiterare fino a cinque volte (uno all’anno) perché è il fondamento conoscitivo dell’architetto. Ho letto di tutto ma non ho letto alcunché su questo argomento che è il primo che salta all’occhio a un professionista.
In prefazione si accenna al fatto che nessun contributo parla dell’ipotetica Aquisgrana ma questo perché se ne accenna in prefazione, ma non se ne parla nei saggi, significa semplicemente che si ha paura di parlarne o non si hanno argomenti per confutarlo. A parer mio avrebbero invece dovuto farlo e spiegare perché è infondato, o non accennarlo neppure in prefazione se è davvero una cosa totalmente inconsistente e non tocca i cattedratici.
Invece in prefazione compare questo fantasma di cui tutti hanno paura a parlarne. Siccome non si può essere incinti a metà, accennare a un problema di tale portata per ammettere, sottacendolo, che nessuno ha più il coraggio di parlarne (visto che era stato messo in cartellone come ipotesi di ricerca una decina di anni fa dagli stessi personaggi). A mio sommesso avviso questo tentativo mal riuscito di avere la botte piena e la moglie ubriaca è talmente inconsistente da non essere confacente a un istituto universitario come quello che compare in copertina e che probabilmente si è accollato i costi del lavoro. Ho apprezzato in copertina la precisazione “Monografia” prima del titolo, io povero peone incompetente, che è una monografia non sarei riuscito a capirlo leggendo il titolo. Molto ben fatto il pezzo sulla geomorfologia del territorio, peccato che non c’entri un fico col resto della storia, men che meno abbia un qualunque collegamento con le ragioni che spinsero a costruire l’edificio a quel modo. Magari potessimo chiederle a Ildegarda.
Medardo Arduino

21 maggio 2026


