Ancora una volta, e non l’ultima, l’argomento è la controversa storia dell’Annunziata di Montecosaro e dei suoi unici tesori d’arte sacra. Era indicata come Basilica (edificio di fondazione imperiale) nelle carte geografiche del Milleseicento e Settecento e, senza alcun motivo, è stata qualunquizzata in Chiesa un paio d’anni fa, poi si è scritto un libro a spese del comune in cui l’Assesore alla cultura del Comune di Montecosaro Marco Cingolani (ho traslitterato il titolo dell’autore a piè pagina lettera per lettera (soprattutto le “s”) dalla prefazione del libro Annunziata 900) in quanto si scaglia contro “le speculazioni, i voli pindarici e le favole, […].per evitare che la NON storia possa distorcere la realtà..). Poi conclude avvertendo che “Questo testo non è soltanto un documento prezioso, ma una metodologia con la quale affrontare la complessità del mondo che ci circonda.”.
Di quale complessità mondiale si tratti il raffinato libro formato A4 in carta patinata “Annunziata 900 – 1125-2025” nei molti saggi non lo spiega, ma forse proprio la NON storia a cui allude oppure la stessa “preziosa” pubblicazione del Comune, hanno provocato il raduno, il pomeriggio dello scorso venerdì 15, di più di mezza dozzina di docenti delle università di Roma e di Macerata, tutti critici d’arte che, come mi spiegò una di loro, erano convenuti a consulto per analizzare gli affreschi dell’abside che (secondo me ovviamente) una clamorosa “svista” del prof Avarucci attribuì a un anonimo maestro del 1447. Lo stabilì leggendo questa data su un graffito fatto con un punteruolo sulla fascia rossa del quadro centrale del trittico della Natività. Personalmente non credo che ad un maestro pittore degno di tal nome sia mai potuta venire in mente la balzana idea di datare il suo lavoro con un punteruolo, ma, a lenire le mie dolorose perplessità, finalmente l’abside è stata esaminata da un team di addetti ai lavori e spero che presto il mondo che ci circonda potrà sapere l’esito del consulto.
Ho scritto a più riprese sull’architettura e la storia della Basilica, e plaudo al fatto che finalmente dopo il saggio Avarucci del ’57 ed il mio del 2013 contenenti ipotesi contrastanti, si voglia chiarire soprattutto a uso dei moltissimi visitatori di questi ultimi anni, sia l’epoca sia i significati degli affreschi dell’abside. Questa chiarezza non la vedo nella pubblicazione di cui sopra che si propone di raddrizzare le distorsioni della “NON storia” (che vorrà mai significare questo NON: una negatività simile ai “buchi neri” per l’universo, oppure l’autore NON accetta una storia alternativa di cui non vuole neppure ipotizzare l’esistenza?
Ovviamente mi auguro che il team di accademici, possa pronunciarsi sulla datazione del trittico ispirato ai Vangeli apocrifi di Tommaso, in quanto all’estremità inferiore destra dell’affresco, dove generalmente nei dipinti medievali si trova un cartiglio indicante lo sponsor e talvolta l’autore, ma, guardacaso, nel nostro trittico questa è l’unica parte in cui l’intonaco si è “spontanemente” e completamente staccato. Curiosamente nel resto degli affreschi abbondano cancellature di parti dei dipinti ottenute con l’applicazione di uno strato di stucco grigio. Non mi dilungo qui sull’evidente volontà di cancellare quelle parti forse contenenti informazioni contrastanti col volere del potere egemone in zona in un passato non troppo lontano.
L’uso dello stucco coprente grigio è un buon espediente per evitare di dover asportare in profondità il sottofondo dell’affresco, perché proprio per essere dipinto “a fresco” cioè su intonaco bagnato, il pigmento si diffonde per capillarità in profondità nello spessore dell’intonaco e non basta grattare solo la superficie per asportare il colore. Distruggere tutto lo spessore del sottofondo dappertutto dove invece si sono stuccati i dipinti avrebbe forse creato una situazione esageratamente antiestetica delle pareti a danno del raccoglimento dei fedeli e dell’immagine della Chiesa. Nel libro Annunziata 900 nonostante l’ampio spazio a loro dedicato, non ho letto alcuna spiegazione delle evidenti numerose stuccature in grigio sugli affreschi. Forse è per lo stesso motivo che non è stato distrutto, ma semplicemente modificato l’affresco a figura intera a sinistra dell’ingresso alla parte centrale del piano superiore della Basilica.
Ho letto le dotte spiegazioni a riguardo di questa “Santa Lucia” e non ho potuto fare a meno di chiedermi che tipo di occhi si devono avere per vedere un “piattino” in questa figura, sì un piattino, perché a proposito di questo dipinto su Annunziata 900 leggo a riguardo a pag 37 la seguente spiegazione: Sulla medesima parete destra del presbiterio superiore si aprono due arcate che mettono in comunicazione con i due matronei; sul pilastro centrale che le sorregge si trovano tre riquadri devozionali, di diversa forma e dimensione, anch’essi riferibili al maestro di Offida (fig12). Una Santa Lucia che regge in mano il piattino con gli occhi giganteggia a figura intera, distinguendosi per la veste sontuosa e alla moda, la guarnacca o cottardina, qui foderata di vaio, rilevata da Maria Giuseppina Muzzarelli in numerose raffigurazioni del Maestro di Offida”
Mi ha stupito quanto ho letto perché non credo si possa equivocare sul significato in lingua nazionale del lemma “piattino” tantomeno sulla sua forma. Però sinceramente ciò che vedo al centro del dipinto all’altezza del busto, proprio a fianco di una vistosa ed estesa obliterazione è di tutt’altra forma. L’oggetto rappresentato non può essere qualificato come piattino perché non è affatto piatto come il nome suggerisce, ma ha l’inequivocabile forma della parte superiore di un calice, dipinto in giallo ovvero il color oro dei poveri. Vi propongo il dettaglio che, per un certo numero di altre evidenze, rappresenta una NON Santa Lucia, essendo l’immagine trecentesca di Maria Maddalena che regge il calice dell’Ultima Cena. (che ho evidenziato col tratteggio scuro

Non sono un esperto di pittura rinascimentale, ma ho fruito delle conoscenze della dottoressa Sarah Gattafoni, studiosa di simbologia che mi ha indicato un’immagine del tutto simile nella chiesa delle Beghine intitolata a Sant’Agnese a Sint Truiden in Belgio, questa è una chiesa a tre navate in cui i massicci pilastri mediani a sezione quadra hanno i fianchi affrescati con immagini a grandezza naturale soprattutto di santi.
Fra queste figure spicca una copia quasi perfetta, nella forma e nei colori, della nostra “Santa Lucia”, ma sotto l’immagine nella chiesa di Sint Truiden si legge Maddalena. La foto non ve la posso mostrare ma la troverete su: https://veronicaroute.com/1300/01/06/1300-ca-4/
A questo punto scattano i collegamenti fra gli affreschi dell’Annunziata e la storia del Piceno, riemerge ciò che Camillo Lilii scrisse sull’arrivo nel quinto secolo nella piana del Chienti dei Monaci seguaci di San Basilio da Cesarea, del loro modo di rappresentare il Cristo in vesti regali perché Pantocrator ovvero Signore dell’universo. Tale è l’immagine del Cristo nella Deesis del catino absidale, racchiuso nella “mandorla” centrale, e nuovamente sottolineo che ci sono solo due Pantocratori in Italia rappresentati seduti su un sarcofago anziché in trono, a simboleggiare la sconfitta della morte.
Il Pantocratore è testimonianza evidente della presenza dei “Monaci d’oriente”, come li definisce Camillo Lilii e si sposa con la trasformazione dell’antico tempio pagano piceno in chiesa Cristiana operata appunto dai monaci Basiliani. A questo punto è da considerare notizia storica anche ciò che scrisse Andrea Bacci, archiatra papale non uno qualunque, sulla costruzione della Basilica da parte di Carlo Magno per celebrare una grande vittoria sui Saraceni quando venne “a rimettere i Papi in sedia” (Il Bacci celebra con la munificenza delle opere il legame fra l’imperatore e i Papi, ma è più logico che Carlone abbia solo ampliato l’edificio preesistente). Senza forzarlo siamo entrati nell’affaire Aquisgrana in Val di Chienti, e quindi nella questione della prima Francia della Storia ovvero Le Marche,
In questa situazione storica, con chiare testimonianze di cultura materiale che ritroviamo qui da noi e mancano totalmente per la storiografia di matrice germanica, anche la presenza di un affresco di Maddalena all’Annunziata assume un valore testimoniale concreto. Sappiamo tutti che Maria Maddalena dopo “il disonor del Golgota” lasciò la Palestina e si rifugiò in Francia. Ovviamente venne nel Piceno, la prima Francia della storia, dove fra l’altro a Muccia c’è una frazione che si chiama Maddalena.
Ricordo che nella Francia attuale, dove l’amministrazione pubblica non trascura il valore economico del turismo culturale e di devozione, per Maddalena hanno inventato una grotta e le ossa e c’è anche una Chiesa a lei dedicata ad accogliere i numerosi pellegrini. Se Dan Brown avesse esteso all’Annunziata le sue ricerche sui luoghi “francesi” della Maddalena, anziché in Scozia, avrebbe ambientato magari a Fiastra il finale delle avventure di Robert Langdon. In questo caso il “Sang Real” ovvero il Santo Graal sarebbe il calice d’oro che, nell’affresco all’Annunziata, Maria Maddalena stringe fra le mani.
Per invogliare il lettore a verificare de visu, ho sottolineato il particolare del calice della Maddalena dell’Annunziata. In epoca imprecisabile fra il tardo Medioevo e l’Ottocento, Maddalena fu trasformata in Santa Lucia semplicemente modificando il decolleté della figura e aggiungendo un paio di occhi neri a galleggiare sul calice che stringe in mano. Ritengo che il calice sia rimasto tal quale perché forse per una forma di superstizione era sacrilego e portava male grattarlo via, hanno invece ricoperto con una grande quantità di stucco il Mandylion che Maddalena teneva sul braccio destro, riproducendolo però in esteso a lato.
Le alterazioni applicate al dipinto sono evidenti come è evidente che le abrasioni toccano le parti che più caratterizzerebbero la figura di una Maddalena dipinta nel quattordicesimo secolo, ricavandola come d’abitudine da una miniatura modello che migrò anche in Belgio. Se si guarda con attenzione l’affresco si notano le evidenze delle modifiche effettuate almeno qualche secolo dopo l’originale. Innanzitutto il doppio colore dell’incarnato che doveva essere uguale dalle mani alle braccia, alle spalle. Invece abbiamo due colori nettamente differenti fra il collo e la parte superiore delle braccia ridipinte in occasione del “camuffamento” e la parte inferiore delle braccia stesse, questo per effetto dell’ossidazione del pigmento più antico. Infatti la parte inferiore delle braccia si è notevolmente scolorita rispetto al decolleté. Anche la riga nera che contorna la scollatura dell’abito è parte delle ridipinture del camuffamento essendo dello stesso colore degli occhi aggiunti nel vuoto del calice. Non ci sono altre parti dell’affresco in cui è usato il nero. Se si confronta il nostro con l’affresco di Sint Truiden, si capisce perché sia stata modificata la parte superiore dell’abito intorno al collo: in tal modo si sono eliminati collana e medaglione col “Sacro Volto” del Cristo di quella belga.
A questo punto emerge il perché di tali modifiche in quanto non era forse possibile eliminare l’intera figura senza dare spiegazioni ai popolani dell’Aquisgrana in Val di Chienti, perciò Maddalena è stata facilmente trasformata in Santa Lucia, perché la sua storia era in conflitto con la negazione della Francia picena. Lo ha verificato anche Dan Brown, che Maddalena fuggì dalla Galilea e si rifugiò in Francia, ma in questa Francia. È evidente che quando la ragion di stato spinse il Papa Re a cancellare la storia della prima Francia, non poteva restare vivo un legame fra le narrazioni evangeliche, la memoria popolare e le testimonianze iconografiche di tale memoria. È per questo, a mio avviso, che la Maddalena dell’Annunziata è diventata con qualche ritocco Santa Lucia, ma il Calice d’oro dell’Ultima Cena, il Santo Graal che Maddalena regge in mano, se per la Storia dell’Arte, nonostante l’evidenza, deve essere il piattino di Santa Lucia, piattino sia, la forma reale non ha alcuna importanza. In una prossima occasione vi racconterò la storia di Genoveffa e la sua incrollabile fedeltà coniugale, scambiata per una Madonna del Cervo nell’affresco sul lato sinistro.
Medardo Arduino

26 maggio 2026


