Passarono giorni, settimane, mesi, l’Italia era nel caos e la situazione delle famiglie sempre più pesante, non c’era uno sbocco da quell’avventura tragica che il Duce aveva voluto. Incominciava a mancare di tutto e i negozi, nella maggior parte restavano chiusi e, in quelli aperti, la poca merce rimasta aveva prezzi elevatissimi.
Il commercio poco lecito, chiamato “borsa nera”, veniva fatto anche con scambi ed era inevitabile. C’era stato anche il razionamento dei viveri che limitava l’approvvigionamento del pane, latte, farina, zucchero e si potevano avere solo con la “tessera”, che veniva assegnata alle famiglie a seconda del numero dei componenti. Nei punti di distribuzione dei viveri razionati si formavano lunghe file di attesa, dove anche la mamma e la nonna si accodavano e io, talvolta, le accompagnavo. Ma non era una cosa piacevole dover restare per lungo tempo allineata e composta, per me che ero abituata ai giochi liberi nel cortile.
In cucina la nonna faceva miracoli: nel pancotto aggiungeva un uovo per farlo nutriente, per il minestrone utilizzava anche i baccelli dei piselli e perfino i torsoli di mela servivano per fare gl’infusi. Anche se la nonna sapeva spaccare il soldo, la carne era proibitiva, andare in macelleria se lo poteva permettere soltanto la gente ricca, ma era difficile trovare soprattutto la carne.
A volte la nonna si recava in campagna e mi conduceva con sé. In cambio di qualche asciugamano ed altra biancheria otteneva dai contadini una pagnotta cotta nel forno a legna, alcune uova, cicoria, bietole e un pollo. Mi diceva strada facendo: “La mamma ora che attende un nuovo fratellino ha bisogno di cibo nutriente e anche per te è necessario, per crescere bene e irrobustire le gambe che vogliono seguirmi”. Non è che la nonna non sapesse fare il pane, anzi, in cucina avevamo una grossa madia dove ella prima della guerra impastava la farina con il lievito e faceva delle voluminose pagnotte e delle buonissime focacce al rosmarino. Ma ora non c’era la legna, mancavano anche gl’ingredienti e non solo la nonna aveva dovuto smettere d’impastare ma anche tutte le altre donne.
Il forno a legna posto nel sottoscala di Piccina, e che le comari usavano a turno, era tappato ornai da tempo col suo portello di ferro annerito. Era rimasta l’impronta del fumo nero sui mattoni intorno all’imboccatura e quel profumo fragrante, che si spandeva in tutto il cortile, era ormai un ricordo lontano. Di quel pane così prezioso si raccattavano pure le briciole che cadevano sulla tovaglia La nonna mi aveva inculcato questa abitudine che durò poi nel tempo. Questo stato di cose stava forgiando la gente alla rassegnazione. Era come se una cappa di piombo fosse calata sugli individui, la misera esistenza non consentiva alcuna distrazione.
Anna Zanconi
28 maggio 2026


