La signora Rosa, Italia – Francia e ritorno, con la voglia e la capacità di aiutare gli altri

La signora di cui andrò a raccontare si definisce come una donna battagliera. Rosa è una sorridente infermiera campana a riposo, stabilitasi a Civitanova Marche. Il suo carattere è forte e deciso, forse deriva un po’ dal suo segno zodiacale: l’ariete.

Dalle sue vicende vissute si può apprendere qualcosa sui problemi degli emigranti italiani e su un lavoro in un settore sanitario molto delicato. Inoltre la sua figura femminile è interessante poiché, nonostante tutte le difficoltà, ha voluto fortemente qualificarsi e migliorare, dedicandosi agli altri. Siamo nel 1963 Rosa si sposa ventenne ed emigra in Francia, dove vive e lavora il marito Salvatore, la cui famiglia si era trasferita oltralpe nel 1947, dove aveva studiato diventando aggiustatore di precisione. Curiosamente circa due anni prima, incontrato casualmente ai giardini centrali mi aveva raccontato un po’ delle sue esperienze di lavoro in Francia, quale emigrato.

Saint Etienne, capoluogo del Dipartimento della Loira, è una città, a circa 62 km da Lione, di oltre 170 mila abitanti, ma il conglomerato metropolitano oggi ne conta oltre 410 mila. Per un periodo Rosa lavorò in una azienda produttrice di pantaloni da uomo. In Francia nacquero i due bambini Olivier e Valerie. Ma lei venne a conoscenza che i figli degli immigrati non potevano frequentare tutte le scuole. Così decise di naturalizzare francese Olivier: fu necessario superare una visita medica speciale per cercare nel bambino e nella mamma eventuali malattie importanti. Il suo primogenito divenne cittadino francese a tutti gli effetti. Appena ebbe 18 anni lo chiamarono a svolgere il servizio militare di leva, ma non ci andò perché, dopo sette anni in Francia, nel 1970, la sua famiglia era già ritornata a Napoli.

In Francia Rosa riuscì a farsi molte amicizie, ma aveva imparato il francese da autodidatta e questa non era sufficiente per frequentare le scuole superiori. In quella città, pur grande, mancava una scuola italiana. Inoltre, aveva nel cuore la cucina, il dolce clima campano e la simpatia della gente. Non dimentica il ritorno in Campania perché era il periodo del forte bradisismo di Pozzuoli: negli anni 1970-72 si ebbe un innalzamento (bradisismo positivo). Valerie aveva nove mesi. Oltre ad essere la chiave di volta della famiglia, Rosa aveva anche altre ambizioni, voleva studiare, migliorarsi e lavorare. Con notevoli sacrifici e forza di volontà, madre di tre figli, mandando avanti la famiglia, riuscì a riqualificarsi con lo studio. Prese il diploma di maestra d’asilo e d’infermiera, ricoprì qualche supplenza e, a volte, svolse anche le funzioni di assistente sociale.

Negli anni frequentò anche un corso di dattilografia e di taglio: cuciva vestiti per Valerie e per lei stessa. Per pagare le spese dello studio, per tre mesi la troviamo a fare la vigilatrice del carcere femminile di Pozzuoli. Poi a richiesta di monsignor Michele Maddaluno svolse assistenza alle donne in un istituto per anziani. Fu infermiera all’ospedale di Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli. Da infermiera fu assegnata in un centro di salute mentale, svolgendo, quando c’era bisogno, anche le funzioni di assistente sociale. Quello che oggi chiamano salute mentale è un ambito, a mio modesto parere non facile: oltre a una solida preparazione, alla passione, richiede anche molta pazienza e una notevole predisposizione.

In quel centro i malati erano visitatati e trattenuti al massimo 72 ore poi seguivano il percorso curativo deciso dai medici. La troviamo alla guida di un Fiat Doblò accompagnare alcuni pazienti, all’acquario di Napoli, e al mare per farli rilassare. Altre volte si recava a domicilio dei malati per sbrigare le pratiche burocratiche di chi non poteva, magari perché allettato. Oggi guardando indietro, ritiene il suo passato una grande esperienza di vita, per aver alleviato il mondo di sofferenza che c’era dietro. Bisognava essere forti per non farsi trascinare via dagli eventi che accadevano ogni giorno. Come quando si vuole guadare un fiume a piedi, bisogna resistere e non farsi trascinare via dalla corrente.

Pozzuoli ospedale Santa Maria delle Grazie

Nell’ambito della salute mentale c’erano tante persone che soffrivano, alcune erano violente, ma tutte avevano bisogno di assistenza e aiuto umano. Bisognava comprendere e non farsi trascinare via dalle negatività. Chi aveva problemi mentali andava sempre seguito e curato. È la mia terza escursione in un settore che ritengo estremamente delicato e dai risvolti che spesso non lasciano di buon umore: alle persone molto sensibili può causare molta tristezza, venire a conoscenza di certi aspetti sociali! Al commiato dalla sua ultima sede di lavoro, il distaccamento – poliambulatorio di Santa Maria delle Grazie, le fecero una commovente festa di saluto.

Nel 2006, andata a riposo, decise di raggiungere la figlia avvocato a Civitanova Marche. Guardando indietro, oggi Rosa dice di aver sacrificato le amicizie, la parentela e anche se stessa, sempre impegnata per un futuro migliore dei figli e della famiglia. Tra le gioie della sua vita c’è la soddisfazione di avere un figlio medico urologo, una figlia avvocato e l’ultimo Walter, un ispettore dei Carabinieri. Nel cercare di capire meglio perché decise di lasciare Saint Etienne ho appreso che Rosa aveva un forte attaccamento verso i figli e non voleva accadesse loro come alcuni adolescenti francesi che andavano a vivere da soli, secondo lei troppo presto.

Tuttavia, al rientro in Campania rimase un po’ delusa perché, negli anni Settanta del Novecento, anche al sud Italia c’è stata una forte trasformazione culturale che riguardava anche la famiglia. Il desiderio di aiutare il prossimo Rosa lo custodisce nel cuore e trova sempre la volontà per attivarsi nel modo più positivo. La sua amica Maria Luisa l’ha definita così: “Ha il cuore grande come tutti i napoletani, nel momento del bisogno c’è sempre a braccia aperte!”

Eno Santecchia

3 giugno 2026

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