Uno specchio della vita dei protagonisti di un’epoca passata: le cantine di San Ginesio

La cantina della “Quatrinara” – La mia cantina era situata a San Ginesio, in largo IV Novembre al numero 9, vicino alla caserma dei Carabinieri, sotto il teatro G. Leopardi e all’imbocco della “stradetta”. Era chiamata della “Quatrinara” perché mio nonno Enrico Balzi, padre di mio padre, era un Grande Invalido della prima guerra mondiale e, a suo tempo, aveva ricevuto dallo Stato una cospicua somma di denaro arretrato e una bella pensione.

Si dice che questa cantina, anticamente, fosse stata l’osteria del teatro. La mia accogliente cantina al piano terra era costituita da una grande stanza, una piccola cucina e un bagnetto; c’era anche un grottino e, sotto, una grotta che fungeva da deposito. Nel primo piano una stanza era adibita a ospitare una quindicina di persone. Nello slargo antistante la cantina erano sistemati quattro tavoli con il piano di marmo, che venivano usati specialmente in estate e quando il tempo lo permetteva.

La ex cantina oggi

Al mattino, nella cantina, si vedeva poca gente. Verso le otto arrivava il venditore di giornali, Arturo Valle, detto “lu carzolà de pezza”. Erano gli anni ’50, mia madre comprava il Messaggero. Io ero interessata al caso Fenaroli e al caso di Wilma Montesi, che dominavano la cronaca nera. Da mezzogiorno in poi arrivavano i clienti per il pranzo. Erano i più vari e provenivano dalle parti più disparate. Ricordo in modo particolare il periodo in cui erano clienti gli operai che costruivano la strada panoramica, il dentista che faceva ambulatorio due volte la settimana, qualche viaggiatore, alcuni piastrellisti che provenivano da Matelica, qualche elettricista, dei venditori di funghi secchi e di tartufi, certi rappresentanti di biancheria, qualche impiegato di banca. Giovanni, che veniva da Apiro, si fermava anche a dormire: avevamo preso in affitto una casa attigua alla nostra e facevamo, quando capitava, pensione completa.

Per qualche tempo, quando la caserma dei Carabinieri non ebbe più la mitica cuoca sanginesina Santina Salerni (1891-1968), portavo con dei vassoi appositi il pranzo e la cena ai Carabinieri. Quando nelle carceri di San Ginesio c’era qualche recluso avevamo anche l’appalto per i pasti dei detenuti. Ricordo che mia madre mandava spesso al recluso di turno abbondanti minestre con molte patate e diceva: “Facimulu magnà”. Di solito erano detenuti arrestati per futili motivi. Avevano rubato qualche pollo, uova, prodotti della terra… insomma erano furtarelli commessi per pura necessità.

Rita Costanzi

Mia madre, Rita Costanzi (in foto) (1921-1975), per arrotondare l’incasso il giovedì cucinava la trippa e in molti, anche dai paesi vicini, venivano a mangiare questo cibo ritenuto particolare e assai gustoso. Il venerdì nella cantina si cucinavano le “cucciolette di mare”, che alcuni clienti mangiavano subito e altri le portavano a casa. Ci stavano anche le cenette tra amici. D’estate il piatto più richiesto era la “bistecca alla brace”; d’inverno, invece, venivano consumati grandi spiedi di uccelli: fagiani; poi lepri e altra cacciagione. Piatti molto richiesti erano “spaghetti alla carbonara”, “fagioli con le cotiche” e le “spuntature”.

Certo la vita era faticosa, la cucina era piccola, la lavastoviglie non c’era, le pentole erano di rame stagnato e di alluminio e per pulirle ci voleva l’olio di gomito! Nei momenti di punta e in estate tutta la famiglia collaborava per il bene comune; senza considerare che venivano sacrificati all’attività tutti i giorni festivi.

La cantina di Moretti – La cantina di Alfredo Moretti (1892-1964) detto “Bombolo” (in foto), perché il suo aspetto fisico evocava questo soprannome, era situata in ottima posizione in via del Mercato, vicino al campo della fiera del bestiame, nelle vicinanze dell’antico Colle Ascarano. Era una spaziosa e bella cucina con abitazione annessa.

Alfredo Moretti

La famiglia Moretti era costituita da più persone ma si occupavano della gestione della cantina l’anziano Alfredo, suo figlio Basilio Moretti (1915-1969) detto “Vasì de Bombolo” e la nuora Luisa. Avevano un gran daffare specialmente quando c’era il mercato del bestiame. I Moretti avevano una marcia in più rispetto alle altre cantine: erano produttori essi stessi del vino che vendevano. Distribuivano alle famiglie anche il proprio prodotto imbottigliato. Era una piccola industria del vino. La loro cantina è stata comprata dalla famiglia Ventura, che ha proseguito la gestione per diversi anni.

La cantina di Giovanni Fiocchi – La cantina di Giovanni Fiocchi (1899-1971) era situata adiacente alla piazza vicino alla Collegiata, precisamente nella casa del tenente, Medaglia d’Oro al Valor Militare, Raffaele Merelli. Era una bella e accogliente cantina, molto grande, con sale per la ristorazione, la grotta e il ripostiglio, adeguati per tenere in fresco le bevande e altro. Chi gestiva pienamente l’attività era la signora Dora De Santis (1903-2002).

Dora De Santis

Una signora molto creativa in cucina: conigli in porchetta, anatre farcite, piccioni ripieni, gnocchi, ravioli, cappelletti, tortelloni, tagliatelle casarecce e tanti altri piatti ancora, tutti assai gustosi. La signora Dora faceva anche il pane in casa con il quale realizzava delle bruschette invitanti, che stimolavano la bevuta di un sano e buon bicchiere di vino. Suo marito Giovanni Fiocchi era una persona socievole e disponibile, Era stato segretario della Cisl per lungo tempo e aveva l’ufficio in via Trento e Trieste a San Ginesio. Anche se nella cantina non si notava spesso la sua presenza, era un ottimo cuoco e si occupava principalmente dell’approvvigionamento di formaggi vissani, salumi, prosciutto. Parlando recentemente con la figlia, professoressa Marisa Fiocchi, che nella cantina è vissuta poco, impegnata nella sua professione, mi ha riferito che ricorda con piacere quella volta che ebbero come clienti l’attrice Liana Orfei, l’attore Ernesto Calindri e il regista Enzo Garinei, tutti impegnati in piazza a rappresentare l’opera teatrale “Lo schiavo di se stesso” di Plauto. Tra i clienti, di varia estrazione sociale, in particolare ha un gradito ricordo dei ginesini Gaetano Sardini e Nino Patrizi, eccellente scultore.  

Nino Patrizi, scultore

La cantina di Eda Moretti e Franco Teodori – La cantina di Eda Moretti (1931-1978) e Franco Teodori, soprannominato “Lu ragnulu” era situata in piazza Alberico Gentili. Era una piccola cantina dove si vendeva soltanto vino sia al minuto che imbottigliato. Nelle pareti del locale erano state sistemate delle vetrinette dove, nelle ricorrenze, si potevano vedere e acquistare cesti e altre confezioni regalo.

Questa cantina era annessa al grande e rifornito Bar Centrale, gestito sempre da loro. Quelli che hanno frequentato la cantina ricordano ancora la signora Eda per la sua fresca, bella e solare persona. Era molto affabile e sempre con la battuta pronta. Aveva un profondo senso di umanità; era gradevole nella conversazione e aveva un grande amore per i figli. I sanginesini hanno sentito profondamente la sua mancanza.

La cantina de “l’Americano” – La cantina di Reginalda Roselli (1017-2006) e Raffaele Piersanti (1907-1990), detto “l’Americano” per il fatto di essere stato per un certo periodo a lavorare in America, era situata lungo il corso Scipione Gentili. Era una cantina-bar in quanto oltre al vino e altre bibite, poteva vendere i superalcolici e faceva anche il caffè espresso. I clienti erano più o meno gli stessi delle altre cantine. Reginalda era molto brava a fare i dolci, in special modo i bomboloni fritti ripieni di crema. Li faceva in un giorno stabilito della settimana e moltissime persone (compresa la scrivente) correvano a farne rifornimento. Reginalda e Raffaele erano delle persone molto affabili con tutti. 

Valeria Balzi

8 giugno 2026

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