Fa sempre piacere ripensare alle proprie radici e parlare di oggetti antichi, anche se quello di cui parlo per molti è stato e resta un aggeggio sconosciuto.
Per altro da molti, che sanno cos’è, è considerato un attrezzo da contadini, ma vedrete che così non è. Questo antico arnese, serviva anni e anni addietro, quando le strade non erano asfaltate e quando la maggior parte degli uomini si recava in campagna e tornando alle proprie case con le scarpe infangate avevano la necessità di ripulirsi alla meglio prima di entrare nelle rispettive abitazioni. Per il vero molti dovevano staccare il cavallo o il somaro, o le mucche da traino e, quindi, operavano per un po’ nella rimessa prima di entrare in casa e un po’ di terra si staccava da sola.
In ogni caso le scarpe dovevano essere ripulite del “grosso” ovvero di qualche glumo di terra e di fango che si attaccava alla suola, specie dopo esserci stati giorni di pioggia. Questi famosi ferri venivano fatti nell’officina “de lu ferrà”, ma per le case aristocratiche potevano essere in ghisa e realizzati perfino in Austria. Chi costruiva una nuova casa li impiantava accanto alla porta principale.
Erano di diverse fogge, alcuni di gradevole manifattura altri più semplici, denotavano la signorilità e il ceto sociale di chi vi abitava. Non se ne venne mai a capo di quale fosse il nome dialettale di quell’arnese. Raschia mata? Gratta sòle? O si chiamavano in italiano con: Netta Scarpe, o Raschia suole, ed altri nomi. Lì accanto all’utile attrezzo qualcuno metteva a disposizione anche la “Rasola” in ferro o una “fiecca” in legno, un oggetto che veniva usato per ripulirsi le scarpe sporche di fango, staccandolo anche dai fianchi del tacco.

E, dal momento che anche le strade cittadine non erano che in terra battuta, ed era sufficiente una pioggia per creare un pantano di fango, l’abitudine di pulire la suola delle proprie scarpe si era diffusa pure nel centro città (ed era ancora buona educazione pulirsi le scarpe prima di rientrare a casa). Da ricordare, poi, che le strade erano sempre cosparse dai copiosi escrementi delle bestie (e pensare che oggi fanno scandalo quelli dei cagnolini). Tutti, prima di entrare, facevano la stessa azione: sfregavano le suole delle scarpe su questa lama di ferro, per pulirle dal fango.
Questi manufatti di metallo, sono ancora presenti avanti a qualche vecchia abitazione e sembrano in apparenza inutili e a volte rischiamo persino di inciamparci sopra. Oggi costituiscono dei piccoli pezzi di archeologia urbana che stanno gradualmente scomparendo. Di sicuro erano presenti a Roma già nella prima metà del 1700, ma fu nel secolo successivo che il loro uso dilagò in tutta Europa.
La forma variava a seconda del prestigio dello stabile per cui venivano installati: si andava dal comune rettangolo (vedi foto) per le abitazioni più povere, a raffinati esemplari fatti da veri artisti del ferro, da collocare vicino ad eleganti dimore. I Raschia suole sono entrati di diritto nella storia. In Italia in quanto strumento utile per l’igiene e il decoro pubblico furono ben accetti e prescritti dal regime fascista. Il regio decreto 1102 del 1925 ne raccomandava la presenza in tutti gli alberghi, in particolare avanti le Hall, che al tempo erano chiamate italianamente “vestiboli”. Già, linguaggi e termini di quando parlare in italiano era un vanto.

L’inizio del declino per questi utili attrezzi arrivò con la Seconda guerra mondiale, quando vennero carpiti ed inseriti tra i materiali ferrosi da riciclare per la fabbricazione di armi e munizioni. Il colpo di grazia arrivo, però, a partire dagli anni 60: la crescente pulizia delle strade e i mutamenti nei criteri di costruzione dei nuovi quartieri arrestarono quasi del tutto la produzione delle “gloriose” lamine. La maggior parte di quelle che erano sopravvissute al conflitto furono quindi staccate dai costruttori di marciapiedi.
Oggi è possibile ordinare ricercati nettascarpe, moderni, via internet. Si tratta di uno sfizio che solitamente riguarda benestanti proprietari di ville e può costare anche qualche centinaio di euro. Qualcuno, nostalgico ricerca quelli più antichi, sopravvissuti a secoli di sfregamenti e intemperie: rimangono lì, avanti all’uscio, ignorati da chi non ne conosce l’uso, silenziosi testimoni della vita quotidiana dei nostri antenati.
Alberto Maria Marziali
13 giugno 2026


