Non solo la proprietà del monastero di Rambona: Ageltrude, imperatrice misteriosa

Su Ageltrude, regina d’Italia poi imperatrice, vissuta fra il IX e il X secolo, nel corso del tempo sono sorti leggende e consolidati giudizi ben negativi. È ritenuta responsabile dell’avvelenamento di Arnolfo di Carinzia e anche del disseppellimento, processo e condanna da morto, di papa Formoso, deceduto da più di sette mesi, con personale taglio delle tre dita della mano destra, usate in vita per benedire.

Delle sue vaste proprietà, in gran parte dono del marito Guido dei Vidoni e del figlio Lamberto, imperatori per pochi anni, non si sa granché. Ultimamente la ricercatrice dell’università di Genova Paola Guglielmetti, ha scritto: “È certo comunque che il monastero di Rambona presso Camerino, non catalizza tutti i beni nell’attuale territorio marchigiano che provengono all’imperatrice…”. La sua convinzione che nelle Marche avesse altri possedimenti oltre a quelli del suo monastero di Rambona, e che, probabilmente, fossero stati trasferiti ad altra sua abbazia è ben condivisibile. Il conoscerne la localizzazione aiuterà a fare un po’ di luce, almeno a livello locale, su quei secoli bui del nostro medioevo.

L’ipotesi che quelle proprietà fossero poco a nord del fiume Potenza e nella cosiddetta zona limitanea, nei pressi del confine del Ducato di Camerino con il territorio della Pentapoli bizantina, sembra più che accettabile. Quando diventò duca di Camerino, il giovane Guido allargò verso est il suo ducato a spese della Pentapoli, facendo diventare patrimonio fiscale i territori annessi. Li cedette poco dopo ad Ageltrude, come dono di nozze. Il tutto diventa un volano per una revisione attenta dei pochi documenti rimasti di quell’epoca.

Ecco altri 5 o 6 labili indizi che sollecitano tale attività:

a) il confine verso ovest della Massa Aternana (limite pentapolitano): una richiesta di enfiteusi, trascritta nel Codice Bavaro, descrivendo il confine ovest di tale territorio, accenna a una precedente proprietà di Ageltrude, quindi quella zona, comprendente territori delle attuali Cingoli, Jesi, Filottrano, erano state di sua proprietà. V. Villani in “Centri murati delle Marche”, ne specifica l’ubicazione, anche se in maniera incompleta;

b) il possesso da parte dell’abbazia di Storaco di quella di S. Salvatore presso Foligno: il misterioso monastero benedettino di Storaco, dove si formarono San Bonfiglio e Sant’Amico, futuro abate di Rambona, ne possedeva un altro abbastanza lontano. Si trattava sicuramente di un dono di qualche personaggio molto importante, forse di un “trasferimento di proprietà”;

c) il racconto di S. Vittore di Cingoli: tanto tempo fa un’anziana regina stava facendo un bagno nella locale vasca di San Giovanni, con l’acqua ritenuta miracolosa, con spiccate qualità terapeutiche, già dal tempo dei romani. Vedendo quelle “stanche membra” alcuni ragazzini, nascosti dietro gli antichi edifici circostanti, cominciarono a ridere in maniera sguaiata. La regina, offesa, fece demolire tutte quelle vecchie case e distruggere il villaggio. Probabilmente tutto è stato inventato, ma il perché si parli di una regina e che il villaggio nel medioevo fosse stato ricostruito subito al di là del Musone, restano misteriosi. Così come il fatto che tale agglomerato si chiamasse Civitella e non Planina;

d) Rambona e Sant’Amico: la constatazione che un frate proveniente da Storaco diventasse abate di Rambona, stimola altre curiosità, in quanto sembra non sufficiente per tale promozione solo la sua origine pollentina;

e) il diploma di Berengario: con un suo atto del dicembre 898, conferma alla vedova Ageltrude il possesso di due monasteri, quello di Arabona (Rambona) e quello di Flumen (Fiume), situato “in pago Asisio (Assisi). Quest’ultimo si crede che stesse a Pieve Torina, ma con molti dubbi, dato che la località è ben lontana dalla città di San Francesco. E se fosse un errore di trascrizione? Se invece di Asisio fosse Ausimo o Aesino? In fondo la stessa iniziale e lo stesso numero di lettere…;

f) il dono della corte di Rubelliano: vastissima, situata subito a sud del fiume Esino, fu donata alla regina da una gentildonna di Jesi. Lei, successivamente la assegnò al monastero di Sant’Eutizio, situato a Preci, non di sua proprietà. Avrebbe potuto benissimo donarlo a una sua abbazia, ma fece diversamente, forse avendo un motivo preciso. Da non scartare l’ipotesi che si sentisse in debito nei confronti dell’antico monastero che precedentemente aveva “fornito” monaci per far nascere i suoi due nelle Marche (Rambona e Storaco? San Vittore?), poi anche per la fondazione di Sant’Apollinare di Monte Roberto. Quanto fin qui detto lascia intravvedere la necessità di dover cambiare, almeno parzialmente, la convinzione di una espansione benedettina/farfense nelle valli delle Marche centro-settentrionali, espansione avvenuta nei secoli precedenti alla costruzione dell’abbazia/fortezza di Santa Vittoria in Matenano. Non è cosa di poco conto! Il seguitare a ricercare e a confrontare documenti di quel tempo sarà una indagine molto importante e la collaborazione tra storici sarebbe più che opportuna…

Giustino Falasconi

13 giugno 2026

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