Quel giorno in cui i buoi, ormai messi da parte, si presero una rivincita sul trattore

Stuzzicato da un post scritto da amico mi viene voglia di raccontarvi fatti della mia fanciullezza. Chi oggi ha oltre 60 anni, soprattutto se è risieduto in piccole cittadine come quelle delle nostre zone collinari, ha vissuto molto da vicino la vita rurale e ha visto gli ultimi momenti di un mondo antico e i primi tempi del successivo.

Da bambino, era cosa comune vedere le mucche agganciate alle stanghe di traino per lavorare i campi. Lavoravano già prima dell’alba e rientravano stancamente a sera. Nei campi i buoi erano come i trattori oggi, si usavano per dare trazione negli spazi aperti, nei vigneti e negli uliveti. O per trasportare materiali, sacchi di sementi, etc. Ricordo, nel mese di novembre, la semina con i buoi.

Ogni tot anni, il lavoro di preparazione era ciclicamente più gravoso, perché si doveva fare l’aratura profonda con l’aratro detto “a quaranta”. Questo attrezzo si chiamava così perché il solco che produceva era profondo più del solito, per rivoltare e rigenerare la terra. I contadini usavano aratri di varie fogge, realizzati soprattutto in legno ma, tra quelli tradizionali usati nelle campagne delle nostre contrade, uno in particolare spiccava e suscitava rispetto e ammirazione, appunto l’aratro “a quaranta”, che permetteva di smuovere la terra in profondità, rigenerandola dopo anni di coltivazioni superficiali. Utilizzarlo era un lavoro duro, per uomini e animali, perché richiedeva forza e abilità. Per trainarlo servivano due coppie di buoi, guidati da più contadini. In fatto di aratura, l’Italia nei suoi musei vanta il secondo aratro più antico del mondo.

Voglio anche ricordare che, qualcuno, probabilmente a scuola, ha anche studiato la poesia “Arano” di Giovanni Pascoli, che offre un vivido affresco della vita rurale, immergendo il lettore in un’atmosfera autunnale tipica delle campagne italiane. Attraverso immagini dettagliate e raffinate, Pascoli celebrò la semplicità e la dignità del lavoro contadino, evidenziando al contempo la profonda connessione tra l’uomo e la natura.

Negli anni cinquanta, chi se lo poteva permettere acquistava un aratro americano che per il tempo sembrava super tecnologico. Era della OLIVER e prodotto a South Bend – Indiana – USA. L’aratro “a quaranta” OLIVER differiva da quelli comuni per alcune particolarità: aveva una piccola ruota di ferro posta, più avanti, sul timone, che serviva come guida e stabilizzatore, e due manici di comando invece di uno solo, per consentire al contadino di controllare meglio la profondità e la direzione del solco. Era uno strumento solido, in ferro e legno, di ottima concezione, realizzato per affrontare terreni secchi e compatti. Durante l’aratura, oltre al contadino che manovrava l’aratro, ce n’era un altro alla testa dei buoi che li guidava e li incitava con richiami forti e caratteristici: un lavoro di squadra, quindi, una danza antica tra uomo, animale e terra.

All’alba, quando i fossi erano ancora bagnati con la rugiada e il primo chiarore del sole accarezzava le colline, i buoi avanzavano pesanti e solenni. Il vomere affondava nel terreno con un rumore sordo, profondo, e ogni solco sembrava una riga scritta sul corpo della terra. Il contadino, con le mani salde sui due manici, seguiva il ritmo dei passi e sentiva, sotto le dita, il suolo che sembrava respirare. Non era solo un lavoro, ma un atto di speranza: scavare a fondo significava preparare la terra a rinascere, come chi cerca nel proprio cuore per seminare speranza.

A sera, quando il sole si nascondeva dietro le montagne e i buoi tornavano lenti alla stalla, il campo arato appariva come un grande libro aperto, vergato da solchi profondi e regolari. Quelle righe erano la scrittura contadina, la memoria della fatica e della pazienza, la testimonianza di una civiltà che sapeva parlare alla terra e ascoltarne il silenzio. Tutto, però, ha un inizio ed una fine.

Nel dopoguerra iniziò anche nelle nostre contrade agricole, un processo di meccanizzazione, e il silenzio fu rotto dallo scoppiettio dei trattori a testa calda; Landini, Orsi, Bubba e altri. Il trattore arrivò, inizialmente, in campagna per la trebbiatura ma, terminata la stagione della battitura, si passò ad altri impieghi del moderno mezzo. Gli agricoltori più emancipati pensarono che, per le lavorazioni profonde, era meglio far trainare con il trattore un aratro mono vomere rinunciando all’aratura con i buoi e col “quaranta”.  

Il giorno che ciò avvenne, fu quasi una festa: i contadini accorsero a vedere quel trattore che prendeva il posto dei buoi, con un moderno aratro in acciaio. Quando il trattore entrò nel campo, le ruote affondarono nel terreno, e i solchi lasciati erano profondi, precisi e i commenti volarono come farfalle di campo: «Guarda come taglia la terra!» – «Osserva come lavora ‘sta novità».

Ma un giorno avvenne che mentre il trattore era in piena attività, qualcosa si inceppò: il motore si spense. Il trattorista tentò di tutto per riavviarlo, ma la macchina non ripartì. I buoi, che fino al giorno prima erano stati messi da parte, come oramai poco utili, tornarono protagonisti: si decise di trainare con loro il trattore fino all’aia della casa colonica. Lo spettacolo era paradossale e tenero: il pesante trattore, simbolo del nuovo, trainato dal vecchio tiro animale.

Qualche vecchio contadino sorrise: «Eh, ‘sta volta sono i buoi che mostrano chi comanda». Rimase per giorni sull’aia, e intanto noi piccoli salivamo uno alla volta sul sedile, afferravamo lo sterzo, facevamo il rumore “pum-pum” con la bocca, sognando di guidare quel trattore. Alla fine si scoprì che il guasto non era di poco conto; era una cannuccia metallica del carburante che si era otturata perché a quel tempo nella “nafta” (il gasolio) ci poteva essere del terriccio. Riparato e rimesso in moto, il trattore ricominciò a solcare la terra con potenza.

Ma la memoria di quella “rivincita dei buoi” restò, come un aneddoto che unisce tradizione e tecnologia. Ricordo anche che l’aratura con i trattori a ruote di ferro non ebbe molto sviluppo perché, ben presto, si diffusero i primi trattori cingolati più facili anche da guidare con le frizioni di sterzo, a leve. Per il vero Landini fece una macchina con i semi-cingoli dietro e le ruote avanti. Il modello scelto preferibilmente nelle nostre contrade fu il 50 Fiat cingolato adatto anche alle piccole aziende contadine e in grado, con il mono vomere, di sostituire l’aratro “quaranta”.

Alberto Maria Marziali

14 giugno 2026

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