San Bonfiglio (o Bonfilio), 1040-1115, sarebbe dovuto essere un Santo di Storaco e non di Cingoli, due vecchie pergamene conservate presso il Monastero di Montefano, e a Fabriano, lo fanno pensare, senza ombra di dubbio.
Ecco sue notizie, come da “Vita di San Bonfilio” di San Silvestro di Osimo, scritto nel secolo successivo. San Bonfiglio, di origine osimana, da ragazzo entrò come novizio, nel Monastero benedettino di Storaco di Filottrano (fondato forse da Ageltrude, regina e imperatrice). Diventò frate e lo mandarono, in qualità di priore, in un monastero proprietà di quello di Storaco, situato nelle vicinanze di Foligno. Dato che era stimato e amato da tutti i confratelli, fu richiamato a Storaco per ricoprire la carica di Abate, resasi vacante.
Ci stette per una decina di anni, poi, anche perché impressionati dalle sue alte qualità, lo vollero quale vescovo a Foligno. Accettò a malincuore in quanto amava tanto la sua Storaco. In quegli anni la Terra Santa era stata liberata con la prima crociata, come tanti volle recarsi lì come pellegrino. Vi si trattenne per un decennio e a Foligno, non avendo più sue notizie, datolo per disperso, elessero un altro vescovo.

Al rientro quindi, ritornò a Storaco e, ormai vecchio e stanco, volle trascorrere gli ultimi tempi della sua vita terrena in preghiera e meditazione: fu realizzato per lui un piccolo eremo a Santa Maria di Fara, ai piedi del monte Nero, in località non lontana dal castello dell’Isola degli Orzali (vicino Villa Pozzo), in un terreno forse già di proprietà del suo cenobio. Lì morì e fu sepolto, quando Cingoli stava per diventare realtà comunale.
Due pergamene, anche se malandate, conservate presso il Monastero di San Silvestro di Fabriano, il cui contenuto è riassunto in “L’archivio storico del Monastero di San Silvestro di Fabriano, autore Ugo Paoli”, testimoniano il fatto. La prima ha la parte superiore distrutta, per cui non si conoscono né il nome del benemerito né la data della donazione al Monastero di Santa Maria di Storaco di un pezzo di terra proprio in quel di Fara (dove venne costruito il romitorio).
La seconda tratta di una transazione successiva, che conferma la proprietà del romitorio da parte del monastero di Storaco (n.12 del 1280). Questa la sintesi del contenuto: “Fra Giovanni, sindaco (avvocato) dell’Ordine di Montefano, nominato a tale incarico dal priore generale Bartolo (responsabile del Convento silvestrino, sorto proprio dove era l’eremo di San Bonfiglio) ottiene da Benvenuto, vescovo di Osimo e da Bartolomeo, priore della chiesa di Santa Maria di Storaco (erede del monastero già abbandonato da tempo) la rinuncia a ogni loro diritto sopra il Monastero di Santa Maria di Fara o San Bonfilio, impegnandosi a pagare al presule, come per l’innanzi, l’annuo canone di 14 soldi ravennati e anconetani (Ravenna e Ancona avevano un’unica zecca) nella festa di San Leopardo…

Molto tempo dopo, nel 1681, le spoglie di San Bonfilio vennero traslate nella chiesa di San Benedetto di Cingoli e non a Storaco o Filottrano, come sarebbe stato giusto. Da vivo San Bonfiglio, Cingoli probabilmente non l’aveva mai vista, in quanto era vissuto nel Convento di Storaco o nelle sue proprietà. Solo da morto diventò cingolano!
Ragionando infine sul contenuto del secondo documento, si nota un fatto: la terra su cui era installato il Monastero silvestrino di San Bonfilio, oggetto della transazione, era proprietà della chiesa di Storaco e non della Diocesi, l’affitto l’avrebbe dovuto riscuotere il priore e non il Vescovo! Un atto di prevaricazione che seguiva l’ingiustificato abbattimento delle mura del castello e le intimidazioni precedenti nei confronti del priore… Il Vescovo fu poi proclamato santo e sarebbe interessante valutarne le motivazioni. Si pensa che nell’interesse stesso della Chiesa di oggi, sarebbe bello fare chiarezza su tanti punti ancora oscuri del passato, anche lontano.
Giustino Falasconi
14 giugno 2026


