San Claudio medievale: da Unicam una monografia che è, a dir poco, imbarazzante

C’è un passaggio nella recente monografia dedicata a San Claudio al Chienti che merita molta più attenzione di quella finora concessa. Non riguarda i dati archeologici né le ipotesi storiografiche, ma il tono e l’atteggiamento mentale con cui una parte dell’accademia decide di liquidare un dibattito ancora apertissimo.

Nella prefazione del professor Delpriori si legge che i saggi contenuti nel volume avrebbero il merito di “smitizzare certa letteratura locale” nata da un “clamoroso abbaglio”, e che la questione dell’identificazione di Aquisgrana sarebbe “ormai ampiamente chiarita, su cui non serve tornare”. Tradotto: si stabilisce arbitrariamente una verità definitiva senza confrontarsi con ciò che la ricerca continua a produrre. Non è solo discutibile: è un’offesa metodologica.

Il problema non sta nella tesi di Giovanni Carnevale, che colloca Aquisgrana nella Val di Chienti, ma nel metodo. Dichiarare una questione “chiusa” mentre gli studi continuano a produrre nuove evidenze è un gesto che svuota la storiografia di qualsiasi rigore. Il nodo emerge con forza dal saggio di Mariapia Ciaghi pubblicato nel 2026 sulla rivista accademica Culture del testo e del documento. Nel suo contributo, intitolato “Aquisgrana tra memoria e documento”, Ciaghi rifiuta con decisione la chiusura, definendo la questione un vero e proprio “banco di prova epistemologico”. La tesi di Carnevale, scrive, “non è un mero esercizio di revisionismo geografico, ma un invito a riaprire i codici del nostro passato”, ribadendo che “la questione… è ancora aperta e irrisolta”.

Il contrasto con il tono liquidatorio della prefazione di Delpriori è imbarazzante: da un lato si proclama la fine del dibattito come se bastasse un colpo di penna, dall’altro una rivista scientifica lo riapre con strumenti filologici, archeologici e geopolitici, ricordando che la storia non si decide per decreto. A rendere il quadro ancora più paradossale c’è un dettaglio quasi imbarazzante: uno degli autori dei quattro saggi, Scoccianti, aveva in precedenza firmato come coautore tre libri di Giovanni Carnevale, tra cui Aquisgrana tra mito e storia. Un particolare che solleva una domanda inevitabile: come si concilia la pretesa di “smitizzare” la letteratura locale con un autore che ha collaborato con lo stesso Carnevale? Il conflitto di interessi accademico è evidente e viene liquidato con silenziosa discrezione, mentre il dibattito viene proclamato “chiuso”.

Dietro la posizione di Delpriori si intravede l’ombra di un principio d’autorità: la storiografia dominante avrebbe già deciso, quindi qualsiasi dubbio è sospetto. Ciaghi richiama invece Karl Popper: una teoria è scientifica solo se è falsificabile. Dichiarare una questione “chiusa” significa sottrarla al confronto critico, trasformando una ipotesi storica in dogma. E questo è esattamente ciò che la buona storiografia dovrebbe evitare: chiusura metodologica mascherata da certezza. Si crea così un paradosso acuto: studiosi che accusano altri di “narrazione antistorica e partigiana” lo fanno con formule apodittiche e senza argomentare, mentre chi è accusato porta fonti, analisi interdisciplinari e discussione metodologica. Si stigmatizza il dubbio e si premia la chiusura, facendo esattamente l’opposto di ciò che, invece, il rigore storico richiederebbe.

La posta in gioco, come evidenzia Ciaghi, è tutt’altro che marginale. Non si tratta solo di sapere dove fosse situata Aquisgrana, ma di capire come si costruiscono le geografie del potere, come alcune narrazioni diventano dominanti mentre altre vengono marginalizzate. L’identificazione tradizionale con Aachen/ Aquisgrana non è neutra, ma condizionata da equilibri culturali e politici europei. In tale contesto, la vera “sconvenienza” non è nella tesi alternativa, bensì nell’atteggiamento di chi dichiara concluso ciò che invece è ancora in discussione, liquida senza confrontarsi e riduce decenni di dibattito a un puro e semplice “abbaglio”. Questo non è rigore ma è solamente pigrizia epistemologica, mascherata da autorevolezza accademica.

La storia, come ricorda Mariapia Ciaghi, non è un tribunale che emette sentenze definitive, ma un campo di tensione tra fonti, interpretazioni e tempo. Chi afferma che “non serve tornare” su una questione storica compie un gesto profondamente antistorico, sostituendo il dubbio critico con l’autorità. Perché, parafrasando Galileo Galilei, citato proprio nel saggio, la verità non è figlia dell’autorità, ma del tempo. E il tempo, evidentemente, su San Claudio al Chienti non ha ancora terminato di far indagare e parlare confrontandosi.

Albino Gobbi

22 luglio 2026

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