Ho già scritto il mio commento all’articolo sull’inaugurazione del Castello di Pitino restaurato, permettendomi di segnalare che a mio sommesso avviso la storia del Castello e di conseguenza della regione è stata come al solito privata di almeno cinque secoli di eventi importanti. Fra questi ci sarebbe anche la costruzione del Castrum Pipini ovvero una delle fortezze di Re Pipino il Breve. Nel commento non ho trattato l’assenza di una qualunque spiegazione ad un evento egualmente riportato nell’articolo dell’Amministrazione Comunale di San Severino che spiega “Nel 1239 l’imperatore Federico II di Svevia lo cedette al Comune di San Severino…”.
La mia non è stata una sottovalutazione della notizia storica, semplicemente non potevo allungare, anzi addirittura raddoppiare la lunghezza del pezzo per trattare anche degli aspetti della presenza attiva dello Stupor Mundi nel suo paese natale. Sì, anche per questa notiziola semplice semplice della cessione del Castello siamo alla solita trattazione superficiale di eventi e situazioni importanti. Eventi che, quando interpretati come si dovrebbe, stravolgerebbero la storia che ci hanno insegnato a scuola. Il punto è questo: come poteva aver causa (e proprietà) a Pitino tal Federico Secondo Imperatore quando Pitino, storia dice, era già da secoli nei territori dello Stato Pontificio che l’apocrifa “Donazione di Costantino” vorrebbe regno incontrastato del Papa Re addirittura dal quarto secolo.
La storia ci dice che Federico fu scomunicato, essendo nemico giurato della Chiesa di Roma, ben dodici anni prima di questa cessione. Anche questa, come la maggior parte della storia “ufficiale” del nostro Medio Evo, è una questione ingarbugliata, ma l’ingarbuglio non sta nella cessione di una fortificazione, totalmente obsoleta a livello di strategia nazionale, a chi può avere ancora un interesse al sito nel contesto delle dispute locali.
La questione è tutt’altra, e direi decisamente più importante e sta nel perché uno Svevo (che secondo storia imperava a Palermo dove però non ha lasciato alcuna traccia della sua presenza, ma nessuno ci fa caso), un uomo di grande cultura che si è circondato di una corte di letterati che scrivono prose e poesie in Toscano, un tal personaggio lasci segni della sua presenza qui da noi, dove invece non dovrebbe essere stato mai. Un marchigiano di nascita, la cui nutrice fu una nobildonna di Assisi, ma che storia vuole debba essere di ascendenza germanica e vissuto a Palermo e in Germania.
Se si citano sue azioni, chi lo fa non dovrebbe ignorare le condizioni al contorno del suo argomento, pertanto, quando si narra della “cessione” del Castello, la prima domanda dovrebbe essere: cosa ci fa a Pitino, nello Stato Pontificio, un imperatore Svevo? Per qual ragione lo Stupor Mundi è qui a trattare proprietà di cui non potrebbe avere né conoscenza né disponibilità in un regno non suo?
Il documento di cessione però esiste e fa storia, pertanto se Federico II cede un territorio o un castello questo non poteva che essere un proprio bene allodiale, di cui poteva disporre a piacimento. Non avrebbe potuto infatti cedere un fondo assegnato a un vassallo che, perché tale, lo ha ricevuto in feudo vitalizio, come d’uso nella “società feudale” e men che meno poteva cedere beni di proprietà pontificia. Perché Federico II possieda beni allodiali a casa dei Papi è una domanda lecita che non coinvolge una revisione del diritto medievale sugli allodi, ma riguarda la mistificazione ab antiquo della nostra storia per la ragion di stato del Papa Re, come sostengo da tempo.
Per amore della coerenza fra la narrazione degli eventi, devo anche sottolineare che nell’articolo sull’inaugurazione si è scritto che il Castello di Pitino venne edificato nel XIII secolo, ovvero nei cent’anni che vanno dal 1201 al 1299. Se faccio due conticini sui tempi di cantiere per una torre di 25 metri su un cocuzzolo di collina, se lo Svevo lo cede nel 1239, l’edificio non era ancora neppur finito, ed assisteremmo all’assurdo di un manufatto con un ruolo “militare strategico” che viene ceduto appena fatto senza la giustificazione di un grave rivolgimento politico. La cosa non ha senso neppure per un commento sulle stramberie dello Stupor Mundi, che, a parer mio, si è invece liberato di un immobile obsoleto, cedendolo a chi poteva ancora aver interesse a possederlo perché in loco nessuno dei comuni, sempre antagonisti fra loro, disponeva delle “modernissime” bombarde, a quel tempo costose come un Patriot oggi.
Al lettore attento resta insoluta la questione della compresenza dei Papi e dello Stupor Mundi nella gestione dei feudi della nostra regione, ma questa è una storia tutta da riscrivere, iniziando da quali fossero i beni terrieri che Costanza d’Altavilla diede in usufrutto (forse decennale o ventennale) al Papato perché sostenesse i diritti imperiali del giovane figlio Federico, rendite fondiarie per l’enorme somma di 3000 talenti aurei, fondi sparsi fra il Piceno e la Sicilia e che furono la base economica per la nascita dello stato pontificio un secolo dopo.
Medardo Arduino

23 luglio 2026


