Abbiamo visto in un precedente articolo (n. 308 del 2024) che il matrimonio, fino alla II guerra mondiale, non serviva solo a costruire il rapporto tra i due coniugi ma anche tra le loro famiglie, le quali -da ora in poi- si sarebbero chiamate reciprocamente “compare e comare” e, se contadine, potevano anche cominciare a collaborare nei lavori agricoli più impegnativi come la mietitura.
Il coinvolgimento delle famiglie segnalava anche, nella generale struttura patriarcale della società, il ruolo subalterno della sposa col passaggio dalla tutela del padre alla tutela del marito, esemplarmente prefigurato -all’inizio del rito nuziale dal fatto che la sposa veniva accompagnata in chiesa dal padre che la cedeva al braccio del marito, già in attesa di fronte all’altare. Il coinvolgimento delle famiglie d’origine continuava nella festa di nozze, che era in verità una doppia festa: la settimana prima del matrimonio si faceva la festa a casa della sposa, che comprendeva l’esposizione del corredo (nei cesti o nei cassetti aperti) e il pranzo con i parenti di lei.

La sera stessa o nei giorni seguenti si procedeva -ove non fatto all’atto del fidanzamento- alla registrazione del corredo da parte di uno scritturale su foglio di carta bollata e alla consegna del corredo al marito che lo trasferiva nella propria casa. Era la cerimonia cosiddetta della “stima”. Dopo qualche giorno avveniva il matrimonio civile in Comune (questo prima del Concordato del 1929), senza formalità e con la sola partecipazione dei familiari. Invece nel fine settimana successivo -mai di martedì e venerdì- si celebrava il matrimonio in chiesa, adeguatamente preceduto dalle pubblicazioni a cura del parroco, l’addobbo della chiesa coi fiori di campo, l’acquisto della fede (che fino all’inizio del ‘900 era unica, solo per la sposa) e la preparazione dell’abito bianco della sposa, che -per risparmiare- poteva anche essere chiesto in prestito a un’amica e comunque non doveva essere visto dallo sposo prima del matrimonio: all’interno dell’abito si cucivano un’immagine sacra, un cornetto, un “breve” contenente una pseudo reliquia a scopo -sempre- augurale e di portafortuna.
Dopo la cerimonia in chiesa il corteo si spostava, a piedi o su carri addobbati, verso la casa del marito per il pranzo nuziale. Spesso gli sposi dovevano aprirsi la strada tra fili, festoni intrecciati o altri scherzi dolcemente violenti che esprimevano la resistenza di amici e vicini a che la sposa lasciasse la comunità di appartenenza originaria: la sposa li riconciliava a sé col lancio di confetti e dolciumi. Se il pranzo della stima era stato fatto a casa della sposa, il vero e proprio pranzo nuziale si faceva a casa dello sposo, con tutti i parenti, pure quelli acquisiti. Si faceva in casa, dentro la capanna o sotto un tendone; in casa era anche cucinato sotto la guida di un cuoco/a che si portava pure pentole e stoviglie ed era aiutato/a dalle donne del vicinato.

Comprendeva almeno due primi e altrettanti secondi piatti, preparati utilizzando la carne degli animali allevati in casa allo scopo. Il tutto accompagnato da vino abbondante, dolci, vermouth e rosolio; infine la sposa distribuiva con un cucchiaio i confetti in mano agli invitati. Invero i confetti erano protagonisti anche durante il pranzo (che durava per ore); lanci scherzosi e … punitivi, a volte vere e proprie sassaiole: e quando andava in pezzi una bottiglia… scattava l’applauso; le ragazze tiravano addosso al moroso e i bimbi, sotto ai tavoli, si azzuffavano per accaparrarsi i confetti più grossi o quelli più colorati. La festa continuava col ballo, guidato dall’organetto, il cembalo o il violino, mentre -anche durante il pranzo- ogni tanto s’alzava uno stornellatore o l’altro per improvvisare auguri in rima, canti salaci e allusivi, spesso a sfondo sessuale. Il letto della sposa (in antico benedetto dal prete a fine pranzo) era stato preparato dalle consuocere o dalle amiche, le quali si divertivano a mettere nel letto del sale o del riso o a preparare altri scherzi per ritardare il rilassamento dei neo-sposi nell’intimità della prima notte.
All’indomani si stendevano le lenzuola alla finestra o si faceva rifare il letto alla suocera della sposa, per consentirle di verificare -con una scusa o l’altra- i segni dell’illibatezza della nuora… Iniziavano poi gli otto giorni di “luna di miele”, che gli sposi passavano rigorosamente a casa, anche per ricevere i regali, conversare con gli ospiti, a cui venivano offerti -appunto- dolci e miele, vino e liquori.
Enzo Monsù
29 luglio 2026


