“Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è quello di non partire”, sembra proprio che l’aforisma di Ennio Flaiano faccia al caso mio, almeno nell’esperienza di lettura delle disquisizioni di Eno che portano lontano, oltre l’orizzonte, dove il cielo è più azzurro, standosene comodamente seduti sulla poltrona; ancora una volta rispondere all’appello è stato spontaneo come quando in gita si dichiarava la presenza per alzata di mano e via subito in partenza per un viaggio dove la meta non era la cosa più importante, bensì lo stare insieme, il condividere quel momento.
Ed Eno è il miglior compagno di viaggio che si possa desiderare perché il bagaglio di aspettative e inevitabili sorprese non si fa mai troppo pesante e magari appena ne abbiamo bisogno, l’autore ci prende sottobraccio portandoci alla scoperta di luoghi e personaggi invisibili agli occhi accecati di cacofonica réclame. Da narratore dichiaratamente e orgogliosamente autodidatta e appassionato di storia, trova diletto nel racconto di viaggi, archeologia, natura e costume, e incastona nel filo prezioso della narrazione, corte biografie di personaggi, protagonisti assoluti di storie di vita e professione, pronte per essere raccolte e annotate con cura e sincerità.
Guarda al passato, cercando di recuperare dall’oblio, usi e costumi che hanno caratterizzato lo spirito delle nostre terre, plasmate dalla sapiente laboriosità dei nostri avi, gente di Marca, tosta e restia a esporsi, legata alle radici e alla sostanza delle cose; ma con altrettanta curiosità scruta l’orizzonte dell’avvenire, spingendolo ad avere rispetto per un ecosistema sempre più minacciato dall’egoismo e interesse dei pochi che con il denaro decidono per gli altri, rendendosi vili ai nostri occhi perché, come dice Marco Aurelio, “Ognuno vale quanto le cose a cui dà importanza”.
Stiamo attraversando un’epoca di caotica disillusione dai valori che hanno costruito il mondo sinora conosciuto per restituirci una prospettiva di odio e rifiuto, esatto opposto di quanto leggiamo tra le righe del libro, dove Eno, come nei precedenti, infonde positività e meraviglia nello scoprire, leggendo, scorci di mondi lontanissimi e inesplorati. Lo stile volutamente asciutto e pragmatico, si snoda fluido senza inutili iperboli e noiose complicazioni, chiaro e limpido come Eno, spirito sinceramente democratico nella partecipazione e condivisione dei momenti significativi della nostra comunità; assaporando la lentezza degli eventi narrati, fa uso di uno stile inclusivo con racconti verificati, senza imporre le opinioni personali e non influenzando il giudizio di chi vi si appropinqua per la prima volta.
Ama definirsi inguaribilmente romantico e preferisce raccontare le storie a lieto fine, d’altronde ovunque c’è già tanto dolore e sofferenza; a ragione ritiene che “tutto ha una storia” e che basti proporla con garbo e delicatezza, sua cifra nei rapporti con l’altro, recandosi di persona, “ove e quando possibile” alla fonte della sua ispirazione. Crede che l’approccio gentile, il sorriso, la cortesia siano la risorsa migliore per la risoluzione delle controversie; non disdegna viaggiare con la mente e la fantasia attraverso i reportage e incontri di viaggio, come le esperienze a Samarcanda, le emozioni legate a viaggi in Brasile e Cina, i resoconti sul Nepal, le curiosità sul Nilo, la storia de “L’orologiaio di Ataba”, il viaggio nei secoli scorsi, i bagni rituali ebraici, e un villaggio del Rajasthan, piccoli tasselli di un mosaico multicolore qual è la vita.
Esprime l’orgoglio di essere marchigiano e lo rivendica focalizzandosi sull’edificante storia dei carbonai dei Sibillini, sul territorio e le poesie sui Sibillini, la folcloristica rievocazione di Tolentino 1815, ed esprimendo inoltre riflessioni sul turismo regionale, gli scambi mercantili tra i due versanti appenninici e l’agricoltura nelle sue mancate occasioni e valide prospettive. Ammira l’arte affascinato dalla sua creatività e ispirazione, la esplora attraverso interviste allo scultore Peter Demetz, al professore Arnaldo Mazzanti, all’artista David Giovannini, e alla creatività colorata e multiforme di Lidia Nakapelyuk. Adotta uno stile di vita nel rispetto della natura e dell’ambiente, la flora e la fauna, passando per piccole storie edificanti come le aquile di Monte Cavallo, il picchio verde e il riuso creativo che porta a una educazione allo sviluppo sostenibile, circolare; evoca la figura del geobotanico Ettore Orsomando e la gestione degli alberi nei Monti Azzurri.
Ripone fiducia nella scienza e nel progresso tecnologico, soprattutto nel saper dare risposte corrette alla complessità dei problemi da affrontare, evitando facili soluzioni proposte di volta in volta, da abili comunicatori; in un passaggio esprime sinceri timori per la tenuta e la prospettiva dei valori fondanti della nostra Repubblica, nel disimpegno dalle passioni collettive e private quale quella del collezionismo, dove piccole grandi raccolte rischiano di svanire e con sé la tutta la memoria della nostra storia. Faccio miei i timori di Eno sulla fragilità della natura e dell’uomo, concludendo come ho iniziato, con una riflessione dello stesso autore sul connazionale protagonista del ventennio: “Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente con il quale ha stabilito un concordato, do ut des”. Sempre molto attuale, purtroppo.
Andrea Bianchi

29 luglio 2026


