Leggendo con attenzione quanto ha scritto in “Memorie dei Vescovi di Osimo” Monsignor Pompeo Compagnoni J. su San Benvenuto, a cui ha dedicato diversi capitoli del II libro, sorgono dubbi e perplessità. Questi erano insorti anche nel prelato esaminando i documenti trovati, notando l’assoluta mancanza di quelli che avrebbero permesso una sicura base per gli onori dell’altare al personaggio in questione. Voglio riesaminarli, sottolinearli, e con essi, la conseguente ipotesi di una “forzatura” della storia locale, che evidentemente l’autore delle Memorie non poteva ammettere, dato il suo status.
Dal 1240 al 1263 Osimo fu privata della Sede Vescovile e di tutte le proprietà sparse nella diocesi. Successivamente, con il ripristino della stessa, fu fatto vescovo Benvenuto Scotivoli, arcidiacono di Ancona, che operò soprattutto per il recupero delle proprietà e dei diritti sospesi, con metodi abbastanza discutibili. Il suo modo di fare, alquanto arrogante e non discorsivo, procurò di certo sentimenti di rancore e un veloce avvicinamento alla fazione ghibellina, di nuovo pronta a esplodere. Intendo accennare ad alcuni metodi usati per il recupero di vecchi privilegi anche di secondaria importanza, che sembrano assomigliare a quelli dei sergenti dell’esercito. Sistemi oggettivamente incompatibili con una futura regolare canonizzazione, per quanto risulta, mai avvenuta.
Suore di San Giacomo – Già il vescovo Sinibaldo aveva concesso agevolazioni con l’esenzione dal pagamento di alcuni balzelli, alle suore di San Giacomo di Colle Luce di Cingoli, considerate sia la loro povertà, sia la durezza della loro vita claustrale. Benvenuto, affermando che le decisioni del precedente non riguardassero il vescovo posteriore, volle ripristinare la tassazione prevista dai cosiddetti diritti di soggezione, iniqua e odiata. Ne nacque una lunga causa durata molti anni che, alla fine, diede ragione alle suore. Peccato che il vescovo Benvenuto non lo poté sapere: nel frattempo era passato a miglior vita.
I frati di San Fiorenzo – I quattro monaci di San Fiorenzo, monastero situato nel borgo di Osimo, erano recalcitranti in quanto non volevano pagare le tasse legate con la situazione di sudditanza al vescovo, imposte precedentemente. Dato che, inoltre, si diceva che non rispettassero in pieno la regola benedettina, Benvenuto fece diverse visite pastorali, cercando di “raddrizzali”. Una visita durava diversi giorni e il presule era accompagnato da una decina di persone, aiutanti e familiari, a cui i frati dovevano dare vitto e alloggio. Una volta, dato che i poveri monaci non avevano predisposto i letti e neanche la biada per i cavalli, scoppiò una rissa e apparvero i coltelli, non si seppe chi fossero stati a cominciare, comunque la visita fu prolungata per altri due giorni, per poter fare chiarezza.
Castello di Storaco e priore Don Bartolomeo – la Diocesi di Osimo era padrona di Tornazzano e della metà del Castello di Storaco. Questo era composto da due corti, quella di Storaco e quella di Maiano. La diocesi era proprietaria solo di quella di Storaco in quanto faceva parte della Massa Aternana, donata due secoli prima dall’Arcivescovo di Ravenna. San Benvenuto, per prenderne possesso, mandò da Osimo il vicario e pure il podestà di nome Firmano. I castellani accettarono il primo ma non il secondo, dicendo che non avevano mai avuto il podestà, se proprio fosse stato necessario avrebbero preferito il signor Jacopuccio Guzzolini, nobile di Osimo, di cui già si apprezzavano le qualità. Benvenuto per prima cosa minacciò pesantemente il nobile imponendogli di non accettare, poi assoldò soldati mercenari che distrussero le difese, riducendo a villa quel castello, suscitando un sentimento di odio crescente e l’accostamento alla fazione ghibellina. Troveremo uomini di Storaco, guidati dagli Accorretti, nella famosa battaglia di Camerata del 1309 contro gli anconetani. Indicativo poi il suo comportamento nei confronti del Priore di Santa Maria di Storaco, chiesa che aveva ereditato il monastero precedente, ormai abbandonato da un paio di secoli. Il vescovo Benvenuto, irritato per la sua presunta trascuratezza nel curare gli interessi della sua chiesa, tramite un incaricato, gli ordinò di venire al suo cospetto, per purgarsi delle proprie mancanze. Successivamente risolse la questione forse più importante, cinicamente e a suo vantaggio. Per essere più chiaro premetto che l’esistenza di due pergamene presenti in San Silvestro di Fabriano, ci rendono ben edotti e documentati.
La prima, rovinata nella parte superiore dove erano il nome del benemerito e la data, parla della donazione di un terreno situato nella località di Fara, al Monastero di Storaco, quando era abate Bernardo. Terreno dove San Bonfiglio, frate di Storaco, si ritirò negli ultimi tempi della sua vita, vi fu sepolto e, successivamente, il Beato Bartolo vi costruì il monastero silvestrino, di cui ancora restano le rovine.
La seconda pergamena successiva, tratta della regolarizzazione dei rapporti fra il proprietario del terreno (Chiesa di Storaco) e il Convento silvestrino. Firmarono la transazione l’incaricato dell’abate Bartolo, il priore di Storaco Don Bartolomeo e il vescovo San Benvenuto. Si stabilì un importo annuo dell’affitto di 14 soldi ravennati e anconetani, da versare annualmente (indovinate un po’?) …proprio al vescovo! Don Bartolomeo, ormai “ammansito” precedentemente, dovette accettare questa ingiustizia. Con altro provvedimento, di certo inviso in tutta la diocesi, il futuro santo stabilì che nessun ente ecclesiastico, in nessuna dipendenza della Diocesi, potesse alienare o vendere alcunché, con evidente limitazione del diritto di proprietà. Dopo due anni dalla sua morte il comune di Osimo decise di fare richiesta al papa per la beatificazione del Vescovo, anche in considerazione dei suoi miracoli che si susseguivano. Accenno brevemente al più importante. Si tratta della resurrezione di un morto, di un osimano di nome Nicoluccio.
Il miracolo (?) – Il futuro Cardinale Berardo, successore di Benvenuto, lo chiama un miracolo assai chiaro, anche perché testimoniato da tre nobili, quindi degni di fede. I patrizi, evidentemente dicevano solo la verità! Il resuscitato, grato, volle fondare un Ospedale, ma gli mancavano tanti soldi. Il vescovo allora concesse “20 anni e 20 quarantene d’indulgenza, con un’offerta minima di 20 denari”, così scrive il Compagnoni. Un vescovo di buon cuore, che non lesinava nelle indulgenze per chi se lo poteva permettere! Si fa notare che, almeno fino ad allora, solo San Pietro e San Paolo erano riusciti a far ritornare in vita due persone appena morte: Tabita ed Eutico. Lo avevano fatto, però, quando erano viventi e i loro poteri ancora freschi, mentre San Benvenuto operò addirittura da morto! Miracolo veramente unico e affaticante, che fu l’ultimo operato dal santo. Tutta la diocesi avrebbe dovuto apprezzare tale super-intervento, invece sembra che a nessuno interessasse, al di fuori di una parte di osimani: nel territorio dedicati al santo non sorsero né cappelle, né oratori, né chiese o altro.
La querelle sul rimborso – Nella riunione accennata del 23 marzo 1294 si decise di formare un gruppo di 4 ambasciatori per recapitare la richiesta, guidato dal nobile Jacopo Guzzolini (chiamato Jacopuccio quando venne minacciato dal futuro santo), allora podestà di Matelica. Si formarono però due gruppi: quello che voleva non dare alcun rimborso spese ai postulatori e quello che invece lo prevedeva. Il comune scrisse una lettera al Guzzolini in cui si prospettava il rimborso spese, che successivamente andò perduta. Al podestà pervenne anche un’altra missiva, che ancora esiste, spedita “da certi amici”, con la richiesta di rifiutare ogni rimborso, così anche gli altri avrebbero fatto lo stesso… Se questi avessero voluto ugualmente il rimborso, lui avrebbe comunque fatto una bella figura! Tale lettera acuì il desiderio del podestà di rivalsa considerate le antiche minacce, che prevedevano pure la scomunica, suscitò il disappunto anche degli altri tre, come facilmente immaginabile.
La vendetta – Si suppone che l’ambasceria partisse, ma non si sa dove andasse, forse in un posto non tanto lontano, dove si mangiava bene (Osteria del Gatto?). Lì si fermò finché durarono i soldi del rimborso, poi i quattro tornarono affermando di aver depositato la richiesta con la relativa documentazione. A testimoniarlo c’è la mancanza di riscontri sia a Roma, sia in Umbria dove stava il papa. Niente nei vari protocolli, sia a Osimo, sia a Matelica o in altre parti. Successivamente il primo accenno a San Benvenuto lo si trova negli Statuti osimani del 1308, senza che sia stata individuata alcuna traccia dell’avvenuta canonizzazione. Obbligatorio pensare che non sia stata ritenuta necessaria. Due secoli dopo il Cardinale Baronio inserì il nome di San Benvenuto nel Nuovo Martirologio Romano, senza fare le dovute verifiche, come per tanti altri: un vero condono.
Le reazioni all’operato del Santo non furono allineate con quanto ci si sarebbe atteso: costituirono un volano per la crescita della fazione ghibellina, facilmente riscontrabile nel susseguirsi dei fatti dei decenni successivi. In conclusione si dovrebbe ammettere che Osimo fu abbastanza contenuta nelle Santificazioni caserecce, almeno rispetto a Fermo che riuscì a effettuarne ben quattro. Cioè quelle di Sant’Alessandro vescovo, San Filippo vescovo, Santa Vissia Vergine e Martire, Santa Sofia Vergine e Martire. Fortunatamente si sistemò tutto dopo qualche secolo, grazie al “condono tombale” operato dal Cardinale Cesare Baronio!
Giustino Falasconi
10 agosto 2026


