Viaggio nel passato per onorare le maestranze picene: origini dell’architettura gotica

Da parecchio tempo a questa parte, perso a trattare i problemi della storiografia taroccata ho lasciato da parte il mio interesse maggiore e più antico: la storia dell’architettura.

È proprio studiando le sottovalutate architetture marchigiane che ho iniziato a rendermi conto del fenomeno del negazionismo per la ragion di stato, fenomeno che oltre ad aver alterato la storiografia ha interessato anche la comprensione dell’architettura altomedievale nostrana. Non intendo fare l’avvocato delle cause perse, ma semplicemente proporre una riflessione su tutta una serie di incongruenze della nostra letteratura su questo argomento, tutte figlie dei metodi imposti dal negazionismo nella didattica Sette-Ottocentesca, i cui influssi si risentono ancora oggi nei saggi dei cultori della “storia dell’arte”.

Il soggetto in esame è l’architettura “Gotica”, un modo di costruire utilitaristico che si diffonde a macchia d’olio nel Medio Evo ma dalle origini malintese quanto i suoi riflessi sulla storia sociale di quel tempo. Come sempre assumo come indicatore delle conoscenze più autorevoli la pagina web dell’enciclopedia Treccani. A proposito dell’architettura Gotica, che nascerebbe all’incirca agli inizi del XII secolo, si legge che essa è “L’ultimo grande stile europeo dell’arte medievale […] Il luogo di nascita e di diffusione del gotico è la Francia settentrionale.” (https://www.treccani.it/enciclopedia/arte-gotica- accesso del 29/3/25) Tutte le successive citazioni in corsivo e asteriscate sono da questo testo.

Il plateale abbaglio dei critici d’arte del recente passato nel mettere l’origine del Gotico nella Francia attuale, cancella il continuum culturale centroitaliano dalla tarda Età Classica al Rinascimento, scavalcando appunto l’apporto nostrano all’Età del Gotico; un vuoto di tre secoli pressappoco nel mezzo di mille anni della nostra storia dell’architettura. Che il Gotico sia una brillante invenzione degli “architetti” dell’Île de France è una delle migliori sciocchezze che si siano potute scrivere a riguardo delle origini di questo saper edificare, ed è frutto dell’esterofilia culturale dei classicisti unita alla sostanziale dicotomia ottocentesca fra gli insegnamenti “classici” delle Facoltà di Lettere e quelli “professionali” delle Università Politecniche.

Il saper costruire – Quando la mano destra pensa che non serva sapere quello che fa la sinistra, anche taluni indicatori della cultura sociale del nostro passato ne risentono. Uno di questi è il saper costruire, che quando è diventato competenza dei “critici d’arte” delle Facoltà di Lettere è stato smaterializzato delle sue componenti tecnologiche in quanto visto solo come superfici e forme al pari dei dipinti e delle sculture. Non ci sarebbe alcun male a che taluni addottorati in discipline classiche (quelle che prendono a modello la letteratura greca o grecizzante) critichino, con la loro visione artistica, gli esiti del saper costruire figlio delle evoluzioni sociali che hanno interessato l’Europa a partire dal IX secolo.

Siamo al momento della tripartizione dell’impero di Carlomagno e, volendo conoscerne le conseguenze storiche, dovremmo risalire all’evento topico, quando Carlo il Calvo e Ludovico il Germaico fanno lo storico Giuramento di Strasburgo alleandosi contro il loro fratello Lotario. È questo un momento fondamentale dopo il quale buona parte dei Franchi Piceni lasciano la loro terra per andare in Gallia al seguito di Carlo il Calvo che sarà Rex Francorum Occidentalium. Se gli storiografi non vogliono prendere in considerazione l’aspetto socioculturale di questo storico trasferimento all’Île de France di genti Picene (ovviamente con tutto il loro bagaglio culturale), viene cancellata la ragione per cui ci sono Franchi che, oltre a usare da sempre il Latino come lingua sovranazionale, in famiglia e alla locanda parlano Romano (il padre del Francese attuale, una lingua specifica nata nel Piceno e non un generico “volgare” come vorrebbero i letterati), mentre altri Franchi parlano Teutonico e sostengono Ludovico il Germanico; l’esistenza di queste due lingue popolari è testimoniata da Nitardo che trascrive lo storico giuramento e anche confermata da Brunetto Latini ne Il Tresor. Una lingua non è solo un insieme di parole, è anche “bagaglio di conoscenze”.

Se Carlo è andato a Parigi, non ci è andato da solo: ci è andato con i notabili, l’esercito, gli armieri, parte del clero, la servitù e anche con quei mestieranti dell’edilizia indispensabili a costruire non solo le mura di difesa della nuova città che li ospiterà, ma anche le residenze del Re e dei maggiorenti. È sufficiente un poco di confidenza con la storia dell’architettura tecnica per comprendere che i Piceni non vogliano vivere in modesti edifici lignei, come si costruivano in tutta l’Europa nordoccidentale a quei tempi, usi com’erano all’edilizia in muratura. Da quell’evento passano un pugno di secoli, siamo nel XII e, col benessere che si diffonde grazie all’aratro a versoio, ci sono anche nella Francia del Nord le risorse economiche per costruire grandi chiese in muratura.

Tecniche edilizie sviluppate in centro Italia – Nelle Gallie divenuto il Regno dei Franchi Occidentali (che si chiamerà Francia solo nel XIII secolo) ha preso consistenza l’insieme delle tecniche edilizie sviluppate in Centro Italia e inizia la costruzione delle grandi chiese vescovili (perciò dette “cattedrali”) utilizzando quelle tecnologie già in uso da noi più o meno da un millennio. I cantieri iniziano dall’abside e procedono nel tempo per “corpi di fabbrica” in successione, l’equivalente dei nostri “lotto lavori”; attività che vanno avanti per secoli. Gli uomini del Rinascimento, orgogliosi delle loro conquiste socioculturali, giudicheranno barbarica ovvero “Gotica” (da Goti) la neonata architettura in pietra delle Cattedrali della Francia e della Germania attuali. Questo fenomeno è del tutto spiegabile se si tiene conto dell’esistenza della Francia picena, della conservazione del saper fare classico romano e del trasferimento al nord di maestranze nostrane che si integrano nel tessuto locale e proseguono la “romanizzazione profonda” delle Gallie iniziata già in Età protostorica sulla “via dello Stagno”.

Costolone diagonale delle volte a ogiva – Questo aspetto storico evidente (l’Europa ex romana è divisa per meridiano fra le lingue “neolatine” e “alto germaniche”) non sembra essere percepito da quei critici d’arte che scoprono nelle volte a crociera delle cattedrali francesi di Parigi, Chartres, Reims, un componente strutturale che ritengono una prodigiosa invenzione locale: un complemento che qui da noi è molto raro e presente in strutture tardoantiche, che viene battezzato il “costolone diagonale delle volte a ogiva”. Questo non indispensabile elemento strutturale diventa formidabile simbolo qualificante di una new age della cultura francese. Dice la Treccani che la nuova architettura si dirà Gotica o anche “archiacuta”, poiché l’arco a sesto acuto era già adoperato nell’epoca romanica; così [è detta] “ogivale”, perché, sebbene gli archi di rinforzo, gettati in diagonale alle vòlte per facilitarne la costruzione e irrobustirne i punti deboli siano un elemento caratteristico dell’architettura gotica* ...

Funzioni inconsistenti – Tutta la novità dello “stile” secondo i cultori dell’arte, è in quei costoloni diagonali delle volte a crocera cui vengono date funzioni inconsistenti come “irrobustire i punti deboli”, asserzione che anche una “matricola” studente d’ingegneria edile è in grado di smentire. La mia lettura dell’architettura medievale non volteggia eterea nelle sublimi atmosfere della critica d’arte, è piuttosto terra terra come si suol dire, perché è proprio a terra che, alla fin fine, scaricano le sollecitazioni delle strutture gravate dall’indispensabile “mattone che pesa”: un vincolo opprimente del quale i critici d’arte si sono liberati. Secondo me, il tanto decantato “costolone diagonale” nelle volte a croce è una mera manifestazione d’ignoranza e non di genialità, esso diventa necessario quando nella volta a croce non sai unire fra loro le quattro unghie (o spicchi) con una disposizione mutuamente “legata” dei conci convergenti sulle diagonali, disposizione che ne assicuri la stabilità intrinseca.

La tecnica consiste nel posare i singoli conci delle due unghie convergenti sulla stessa semidiagonale in modo che si contrastino e si sostengano mutuamente. La totalità delle volte a croce medievali della nostra Regione è realizzata senza i “costoloni” e stanno lì da sempre. Questa tecnica, ingegnosa e per niente facile, si è sviluppata qui da noi nel Tardo Antico, ma l’abilità dei nostri capimastri altomedievali non è recepita dai critici anche se le migliaia di volte a croce nelle nostre chiese è facilissimo constatare de visu che non hanno costoloni. La mancanza di questo elemento è mal giudicata dai critici d’arte che, ignorando le leggi della statica dei sistemi rigidi (solamente in osservanza delle quali gli edifici stanno in piedi) non percepiscono le peculiarità strutturali e giudicano severamente e impropriamente la questione: “Alla resistenza inerte che aveva tanta parte nella massiccia architettura romanica veniva così sostituito l’equilibrio dinamico esercitato da membri ben determinati che l’arte gotica doveva mettere sempre più in evidenza per i suoi scopi estetici*. Con questa frase roboante che fa rivoltare nella tomba monsieur de Saint Venant insieme con i pionieri della Scienza delle Costruzioni, viene bollata d’infamia la nostra “grossolana” architettura tardoantica, anche se la esposizione citata assume valenze astratte.

Costoloni puramente estetici – A esempio il significato dell’espressione “resistenza inerte” abbina due parole che si annullano in opposizione l’una all’altra perché se resisto non sono di certo inerte. Chissà a cos’altro pensava l’autore quando scrisse “veniva così sostituito l’equilibrio dinamico…” orbene: “dinamico” significa indubbiamente “in movimento” ed è il contrario di “statico” cioè fermo e stabile (“immobile” è sinonimo di edificio nei documenti legali), per cui non riesco a immaginare un componente strutturale di cattedrale che va “dinamicamente” a passeggio forse per “mettere sempre più in evidenza i suoi scopi estetici”*. L’idea del costolone, che produrrà le ridondanti ragnatele di fasci di questi elementi nelle architetture transalpine, è giudicata talmente “chic” nel nostro Ottocento romantico che si aggiungeranno costoloni posticci a deturpare le volte a padiglione di alcune nostre grandi chiese perché il costolone sia, a parer mio, una manifestazione d’ignoranza tecnica è facile da spiegare: se guardate una crocera è evidente che i quattro spicchi della volta s’incontrano sulle linee diagonali e anche al loro incontro sotto c’è il vuoto. Gli archi elementari di ciascuna unghia, posati giustapposti e paralleli alle pareti, si incontrano appunto sulle diagonali della volta, senza che sotto queste diagonali ci sia un sostegno strutturale continuo ovvero il tanto decantato costolone.

La questione è tutta qui: o sai fare una struttura a stabilità intrinseca che lega una unghia all’altra già nello spessore della volta stessa per cui sono i conci sulla diagonale che portano direttamente i carichi ai vertici del perimetro, o sotto la diagonale ci devi mettere un appoggio, ovvero un ulteriore arco che, sostenendo le estremità degli archi giustapposti, sia in grado di sopportare i carichi portati dai singoli archi di volta a lui convergenti. Se non sai realizzare questo legamento diagonale con gli stessi conci con cui giri la volta (ovvero nello spessore della stessa), devi mettercene uno specifico aldisotto: quello che battezzarono costolone. È evidente che nelle terre dei Franchi più lontane dalla loro patria picena, dove migrarono gli uomini di Carlo il Calvo, non giunsero sufficienti maestranze che sapessero come fare volte a croce a stabilità intrinseca, perciò si è ovviato alla questione aggiungendo un paio di archi diagonali di idonea sezione: una soluzione di ripiego, che complicava non poco le armature per la posa, costava molto di più, ma che permetteva di fare volte a croce comunque stabili.

Ignorando le questioni legate alla statica delle strutture, i critici d’arte hanno potuto sbizzarrirsi in valutazioni prive di riscontri alla realtà della fisica, pervasi da quel gusto dell’esotico che rende importante e raffinato solo quello che altri fanno lontano da casa nostra. L’autore di Treccani scrive che: I Romani non avevano avuto vere vòlte ogivali. A. Choisy ha dimostrato come le loro vòlte a crociera fossero costruite con l’aiuto di un’ossatura di archi in laterizio che le irrobustiva, ma rimaneva sommersa nelle muratura: G. T. Rivoira ha pure segnalato vòlte adrianee le cui crociere, come nella Villa dei Sette Bassi, sono sottolineate da grossi archi incrociati; ma questi archi fanno corpo con la muratura della vòlta, non ne sono un sostegno indipendente come i costoloni gotici.* Questione di punti di vista, ma se si fa mente locale, è certamente più difficile ordire una volta a croce a stabilità intrinseca dove l’arco diagonale portante è strutturato nello spessore della volta stessa, che non farne una le cui unghie sono sostenute da archi diagonali sottostanti (addirittura “indipendenti”, ma da cosa?).

Cantieri aperti per secoli – Il saper costruire transalpino, che non è assolutamente nato nell’Île de France, non è per nulla originale, ma ha soluzioni adattate alle capacità locali della manodopera e all’evoluzione continua del saper fare. I critici d’arte si dimenticano o non tengono conto dell’ampio ambito temporale nel quale questi edifici furono costruiti e quando si giunse, in pieno barocco, finalmente, a coprirli con strutture voltate “gotiche”. La chiesa cattedrale transalpina è stata fin dalla sua impostazione un cantiere aperto per secoli. Veniva consacrata non appena l’abside arrivava a contenere l’altare e, fino alla chiusura delle volte si è officiato a cielo aperto anche per secoli in gran parte della pianta. Anche le magnifiche vetrate policrome che tanto sanno di Murano e Burano, non sono medievali, semplicemente chiudendo grandi vuoti creano minori problemi di carico sulle fondazioni che non una struttura muraria in pietra o laterizio. Nessuna delle grandi cattedrali francesi è stata finita nel Medio Evo beneficiando delle conoscenze originali dei capimastri dell’Île de France di Carlo il Calvo.

Differenti funzionalità – Se si osservano gli interni di questi edifici si legge una stratigrafia verticale di tecniche differenti, progressivamente dal basso verso l’alto effetto delle evoluzioni tecniche e del gusto nei lunghissimi periodi di tempo della costruzione. Per quanto riguarda l’eleganza del “verticalismo” e l’effetto delle “grandi vetrate”, fatto salvo il buon gusto di talune particolarità estetiche, non c’è nulla di trascendentale: basta considerare che questi edifici erano destinati soltanto a cerimonie pubbliche, non ci si doveva vivere all’interno come nei monasteri italiani in cui nacquero quelle tecnicalità. Per questo nelle cattedrali francesi non erano necessarie murature spesse e finestre piccole per isolare i monaci al lavoro negli scriptoria dalla temperatura esterna. Il critico che vede l’eleganza delle “sottili” volte gotiche, valutando massicce le realizzazioni nostrane, non ha fatto caso alle differenti funzionalità di queste strutture.

Vòlte con carichi di lavoro differenti – Nella cattedrale francese le volte, generalmente completate in Età barocca se non dopo con materiali tecnologicamente evoluti e migliori, devono sostenere solo loro stesse, mentre nei nostri monasteri sostenevano il pavimento di un ambiente in cui si viveva. La valutazione delle sezioni resistenti a sopportare i carichi permanenti e quelli accidentali non è affatto un’operazione con finalità artistiche. Guardacaso nessun critico parla delle cerchiature metalliche alle pareti, applicate successivamente alla chiusura delle volte per tema di dissesti in alcune di queste magnifiche cattedrali. Per finire è il caso di chiederci perché sia nato l’arco Gotico o “a sesto acuto”, non certo per esigenze spirituali, ma se guardate bene l’intradosso di una volta a croce da uno degli angoli, potrete constatare che gli archi diagonali sono perfetti archi di cerchio, anche se l’incrocio di due volte a botte tonde di egual luce, geometricamente avrebbe le diagonali ellissoidali.

Nei nostri cantieri medievali tracciare delle centine ellissoidali era particolarmente complesso, si scelse perciò un modo più facile ovvero recuperare il dislivello in altezza fra il centro volta e i centri degli archi di parete (la diagonale è ovviamente sempre maggiore del lato) mediante due semiarchi a profilo circolare che si incontravano in chiave. Si adottò questo modo pratico e fattibile non potendo fare volte con generatrici molto inclinate rispetto all’orizzontale perché instabili. Di conseguenza venne alzato il punto di chiave degli archi di parete realizzati appunto con due semi-archi entrambi tondi, ma di raggio maggiore, creando quel tipico angolo acuto “gotico” fra le loro tangenti in chiave che non è per nulla parigino né dovuto a esigenze “di elevazione verticale” suggerite da istanze spirituali o artistiche. È semplicemente per semplificare e razionalizzare il lavoro in cantiere che è nato qui da noi quell’ arco “acuto” che è ben evidente nelle nostre geniali volte altomedievali senza costoloni. I critici ignorano che la volta a crociera nasce come semplificazione anche economica dell’armatura di sostegno rispetto alla volta a vela (le tavole di armatura sono rettilinee e non ricurve come per le volte a vela): un aspetto economico che non interessa alle elucubrazioni dei critici dell’arte.

Medardo Arduino

17 agosto 2026

 

Sii il primo a dire che ti piace

Commenti

commenti