Il piano superiore della Basilica di Santa Maria a pié di Chienti è ricco di affreschi trecenteschi che riflettono la devozione dei valligiani anche a figure particolari. Una di queste è rappresentata nella parete sinistra immediatamente prima del trittico della Natività. Si tratta di una figura femminile seduta che ha in grembo un bimbo con in mano una lettera e a lato del bimbo una piccola cerbiatta. A fianco un’altra figura femminile anch’essa specularmente seduta con bambino in grembo.
Entrambi gli affreschi hanno zone obliterate e ricoperte di stucco grigio. Nella pubblicazione Annunziata 900-1125 2025 sono indicate come “Madonne col bambino”. Il primo affresco si nota immediatamente per il drappo bianco che fa da sfondo alla figura e anche per un restauro recente della cui qualità non voglio dire. Come mio solito non mi soffermo a uno sguardo superficiale e osservando la figura, oltre ai ritocchi del viso e allo sgraziato tratto in nero che lo contorna, mi ha incuriosito la presenza della cerbiatta in grembo, perché non ho trovato alcuna menzione di una “Madonna del Cervo” a eccezione, se ben ricordo, di uno dei saggi recenti sulla nostra basilica.
Non ho visto altre Madonne del cervo nei miei viaggi e l’ho anche cercata sul web, dove l’A.I. mi ha indicato un collegamento fra la cerva e una “Genoveffa del Brabante” oltre a indicare una Chiesa dedicata alla Madonna della Rovere in località Cervo in Liguria (ndr il Brabante è l’antico nome dell’Olanda). Gli affreschi dell’Annunziata si distinguono pure per il fatto singolare delle abrasioni di quelle parti dei dipinti in cui sugli abituali cartigli medievali c’era scritto qualcosa riferito all’immagine e nel nostro caso sgradito al potere locale. Sono tracce di una storia cancellata a parer mio per nascondere l’origine e la presenza dei Franchi nelle Marche altomedievali, cancellazione di cui leggo indizi continuamente. Anche la “Madonna del cervo” contiene una di queste tracce.

Pur se è stato obliterato il cartiglio, il dipinto stesso si racconta e ci racconta la storia (con risvolti leggendari) di una certa Genoveffa vissuta col pargoletto tutta sola in una grotta grazie al latte di una cerva. Sì, una cerbiatta “femmina”, perché il maschio ha delle corna piuttosto caratteristiche che mancano nel nostro affresco. La leggenda di Genoveffa, con finalità di insegnamenti morali, è stata scritta da un tal Canonico Christoph von Schmid, vissuto a cavaliere dei secoli XVIII e XIX autore di testi religiosi per gli scolari. Perché ci sia un affresco di Genoveffa all’Annunziata è chiaro leggendo il racconto del canonico che vi riassumo: Genoveffa non era un’asceta o una santa, (l’aureola dell’affresco la qualifica solo come pia persona) ma era semplicemente la moglie di un paladino di Carlomagno, uno di quei “domini loci” con tanto di castello turrito che ciclicamente partivano per la guerra al seguito dell’imperatore.
Come molte altre storie analoghe, il paladino lascia la moglie nel suo castello in balia di un “ministru” ovvero il curatore delle tenute agricole del dominus che inevitabilmente attenta alla fedeltà coniugale della “domina”, abitudine che doveva essere particolarmente diffusa se al museo del Palazzo Ducale di Venezia era conservata una cintura di castità inventariata come “braga de fèro de la moier del sior de padoa”. Nel caso nostro il Fattore è particolarmente vendicativo perché reagisce male al rifiuto sdegnato di Genoveffa: mette su una falsa accusa di male azioni e fa imprigionare la nobildonna nella segreta della torre. I servitori fedeli le fanno avere nella prigione carta e penna per scrivere una lettera in cui spiega al marito la sua fedeltà, lettera che il bimbo del dipinto tiene in mano e poi ci mettono un’altra pezza aiutando Genoveffa a fuggire e nascondersi in una grotta nel profondo di una provvidenziale foresta a quattro passi da casa.
La sventurata sarebbe certamente morta di stenti e con lei il figlioletto neonato se nella stessa grotta non abitasse anche la cerva altruista che fornisce il suo latte, provvidenziale cibo per gli sventurati, e offre il suo vello come riparo dal freddo. Vestiti dei loro capelli e stretti alla cerbiatta, madre e figlio sopravvivono per cinque o sei anni. Il canonico Schmid era un moralista e perciò premiò la fedeltà a oltranza facendo ritrovare Genoveffa dal marito durante una battuta di caccia. Fino qui la leggenda e la ragione della presenza di una cerbiatta in grembo alla figura dell’affresco dell’Annunziata.

Il dipinto certamente si può dire che rappresenta una “madonna” trecentesca in quanto la definizione latina mea domina è traslata appunto in madonna, senza pertanto voler intendere che sia la Santa Madre di Dio e perciò diventare Madonna del Cervo, come ci sono una Madonna Della Seggiola, Del Buon Consiglio o altre etichette. Il semplice fatto che fosse la moglie di un paladino rende comprensibile che la sua vicenda sia rimasta impressa nella memoria popolare dell’antica Francia picena fino al secolo scorso, come ricorda Dolores Prato in “Giù la piazza non c’è nessuno” raccontando delle letture serali dei contadini treiesi fra le quali c’è anche la storia di Genoveffa. Perciò non stupisce che sia ricordata da un affresco all’Annunziata, posto in una collocazione in vista per ben testimoniare l’importanza della fedeltà coniugale.
La storia di Genoveffa, come altre del ciclo Arturiano o le cronache delle visite papali a Pipino, i capitolari e molti diplomi imperiali, tutti questi manoscritti sono migrati al Nord insieme con i nipoti del Carlone quando questi si divisero gli archivi del nonno per fondare le loro pretese fiscali su precedenti giuridici. Anche molti monaci, specie i Benedettini, seguirono con i loro archivi i nuovi re nelle loro terre transalpine, permettendo la continuità di una cultura nata in Centro Italia e conservata nelle grandi abbazie come Cluny, Citeaux, Prum, Fulda e altre ancora dove il negazionismo pontificio non poté arrivare. Il canonico Schmid ha semplicemente ripreso la leggenda di Genoveffa ed essendo inserito nel movimento nazionalistico preludio alla nascita del II Bundesreich di Bismarck ha adottato quale nome del paladino carolingio Sigfrido, eroe norreno dei Nibelunghi, ma in realtà poteva chiamarsi più marchigianamente Guido o Rinaldo. Stretta la foglia, larga la via dite la vostra che ho detto la mia.
Medardo Arduino
5 settembre 2026


