Quaderni interrati esordiscono in me / all’interno di questi pochi metri / di spazio chiuso e fosco e punitivo, / all’interno di questa mia / diversità così tagliente, / insensata e intraducibile, / priva di argomenti, all’interno / di questi vincoli senza corona, / senza illuminazioni, che trattengono / la mia lingua e il mio pianeta / in mezzo ai sassi, in mezzo al niente, / a ripensare a ciò che rimane / del giorno, della furia, della lettura.
Passano via i miei contorni / come se svicolassero da me, / da qui e non si sentissero mai / fortunati. Spezzo la meccanica / di questo luogo tossico, leccando / l’inizio e la fine di ogni mia paura, / muovendo a ritroso nei miei / appetiti e nel mio pozzo / di pietra, per incidere tutta / la profondità della mia fame / appena al di qua della soglia / e con dei tratti sottili e nervosi, / lungo il margine del dipinto / dal quale ripesco le voragini / e le domande necessarie, / insistenti, per questa musica / sotterranea, che mi diluisce la morte / di dosso, come passandomi una mano / sulla fronte, in un gesto dimentico / e imperfetto, che allontana i venditori / e i conflitti.
Elisa Eötvös
13 settembre 2026


