Siamo affezionati per vari motivi al Castello di Pitino: dalla nostra redazione di Treia ce lo abbiamo proprio di fronte; lì, proprio a ridosso delle mura dirute del castello abita un nostro carissimo amico, Pacifico Fattobene (oggi non più in quanto è ospite della casa di riposo di San Severino Marche); sulle vicende del Castello abbiamo pubblicato pagine intere. Per cui, quando c’è stata la inaugurazione del restauro ci siamo tornati volentieri.

Dopo il taglio del nastro, avvenuto sotto l’occhio vigile di armigeri medievali armati di picche e spade (sofferenti per il sole che picchiava forte), il codazzo delle moltissime persone presenti si è snodato verso il centro del Castello al seguito delle personalità intervenute. I monconi dei muri delle medievali abitazioni racchiudono ambienti dove figuranti femminili stanno esercitando uno dei più vecchi mestieri (non pensate male, per favore), cioè l’arte del cucito, intente e indaffarate a lavorare sui tessuti con ago, filo o, anche, con l’uncinetto.
Il percorso in salita ci conduce fino a uno dei punti più alti (non il più elevato che è spetta alla torre caratterizzante il sito) da cui si spazia d’intorno a 360° e fa capire il perché lì ci fosse un Castello; infatti oltre allo spettacolare paesaggio (mare, monti, colli e pianure) si capisce come il luogo oltre a essere facilmente difendibile, permetta un controllo visivo totale del territorio. Più sotto ci accolgono le due chiese ben restaurate, purtroppo orfane di ogni arredo sacro ‘ché nei decenni sono state oggetto di ogni tipo di spoliazione essendo il sito lasciato a lungo in stato di abbandono. Le pareti dei due edifici sacri possiamo solo immaginare come fossero coperti da affreschi, come tutti gli edifici sacri di quel periodo storico. Resta un solo affresco, molto rovinato e sbiadito nei colori. Edifici comunque suggestivi.
Tralasciamo il palco dei ringraziamenti e delle autorità (ne abbiamo già pubblicato sul web il comunicato ufficiale del Comune di San Severino Marche), ornato da bandiere sventolanti alla lieve brezza rinfrescante, per interessarci alla spianata sottostante dove figuranti armati e bardati stanno tenendo una disputa che vede contrapposti il capo del castello, con al suo seguito soldati con scudo e spadone, e i meno attrezzati contadini muniti di asce e bastoni. Alla fine, esauriti i discorsi, quando le parole non valgono più, si è giunti alla rissa: i castellani fanno scudo intorno al loro signore e affrontano gli assalti dei peones, per ben tre volte respingendoli.

La situazione è di stallo, nessuno ha vinto, nessuno ha perso, tutti hanno bozze in testa ed ecchimosi varie per il corpo. Si giunge all’estremo compromesso: un duello all’ultimo sangue tra un campione designato dal Signore del castello e un altro scelto dai contadini. Questi due cavalieri sono più attrezzati rispetto agli altri, belle divise colorate, casco a coprire testa e volto con solo due fessure per gli occhi, spadone e ascia da combattimento e, per difesa, due scudi. Lo scontro è avvincente, i colpi risuonano, se le danno di santa regione, terminato lo scontro con le asce i due contendenti passano alle spade finché il campione del Signore del Castello viene infilzato. Fine dello scontro, pace fatta e trattativa conclusa.
L’allegra brigata si scioglie mentre alcuni ragazzini (e ragazzine) prendono a esercitarsi al tiro con l’arco centrando bersagli di fieno sotto l’occhio vigile degli istruttori. Non tutti riescono nell’impresa ma il divertimento è assicurato (altro che messaggini col cellulare…). In una delle case restaurate c’è una esposizione di vecchie foto del castello che lo mostrano molti anni prima che fosse restaurato, una bella retrospettiva. Poi, a giudicare dall’assembramento intorno alle tavole imbandite, arriva la parte per molti più interessante dell’incontro: evviva la pappatoria!

La muraglia umana è difficile da superare, un braccio s’infila con difficoltà tra due anziane signore (inamovibili pur avendo le mani piene di “preda”) e riesce ad afferrare una fetta di pane con sopra un salame… effettivamente delizioso! Pian piano le “panze” si sono satollate e il luogo mangereccio si sfolla… c’è ancora qualche pezzo di ottima crescia, pane e ciauscolo ma la porchetta più non è di questo mondo (della tavolata): sparita! Pazienza, ci consoliamo con l’ottima e fresca birra di produzione artigianale.
Una breve nota a margine. Chi ha curato la parte mangereccia e i beveraggi sono i due nipoti del nostro caro e buon Pacifico Fattobene. Onore a loro! Prima di andare via da questo luogo magico passiamo a fare una visita all’edicola della madonna in cui è esposto un lavoro su ceramica disegnato da Pacifico e realizzato dal nostro caro amico nonché valente artista Andrea Santini. E come diceva sempre la mia nonna materna, Eugenia, alla fine della storia che ci raccontava per farci stare buoni… “E vissero tutti felici e contenti… larga la foglia, stretta la via, dite la vostra che ho detto la mia”.
Fernando Pallocchini
3 ottobre 2026














