La paglia è troppa!

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Quella volta che…

 

La “stima” era un momento importante nella vita della famiglia colonica maceratese; quando questa, per aumento o diminuzione del nucleo familiare, doveva lasciare il terreno si faceva la “stima”. A questo punto un fattore rappresentava il padrone, un altro il contadino e, insieme, dovevano dare un preciso valore a tutto ciò che era in comune: bestiame, paglia, attrezzi, fieno, letame eccetera. E’ chiaro che, pur essendo i due fattori colleghi nonché amici nel caso diventavano “nemici” dovendo fare la parte di chi li aveva chiamati. Ecco che, durante le valutazioni, scoppiavano potenti cagnare. I pagliai erano stimati in base a precisi criteri matematici mettendo in relazione il diametro (misurato con la fettuccia da 25 metri) con l’altezza (calcolata con un criterio geometrico). Direte: “Allora la cagnara da dove scaturiva?” Saltava fuori da quanto fosse più o meno “tirata” la fettuccia. Il padrone doveva liquidare il contadino e se il nastro misuratore fosse stato più tirato la paglia sarebbe risultata in minor quantità. Il contadino, che doveva avere la sua parte, coadiuvato dal fattore suo difensore, pretendeva invece che la fettuccia metrica non fosse tirata più di tanto e allora giù parolacce, urla, improperi fino a che non si arrivava a un compromesso. Lo stesso valeva per ogni valutazione da fare. Alla fine tutto veniva verbalizzato con cura e si aveva la cifra precisa che il padrone doveva al contadino. La valutazione più difficile era quella degli animali nella stalla. A ogni bovino, adulto o no, era assegnato “a occhio” un peso che doveva essere il più vicino possibile alla realtà. I nostri fattori, con l’occhio esercitato da decine e decine di stime fatte ogni anno, sbagliavano di poco ma anche in questo caso le dispute erano forti fino ad arrivare alla minaccia di chiamare, ovviamente a spese del contestatore, un camionista il quale caricati gli animali sul camion li avrebbe portati alla pesa pubblica per vedere chi dei due fattori aveva sbagliato. Ma, in genere, uno toglieva 10 chili da una parte, l’altro li aggiungeva dall’altra, per cui alla fine della storia si raggiungeva l’ennesimo accordo. Io, che frequentavo l’Istituto Agrario, seguivo sempre mio padre, fattore, per imparare da lui come di faceva. Il primo insegnamento fu che, davanti agli altri, non dovevo fare domande per non metterlo in difficoltà. Un giorno andammo a fare una stima da un contadino: papà faceva la parte per il padrone. Entrammo nella stalla e lui, senza guardare gli animali, chiamò il vergaro dicendo: “Ho l’impressione che le vacche abbiano i dolori reumatici: portale fuori una per volta che le voglio vedere camminare”. La richiesta è un po’ strana, il contadino si arrabbia molto ma fa quello che gli è stato chiesto. Le mucche vengono stimate e tutto viene eseguito a termini di legge. Poi, tornando a casa, in macchina chiedo a mio padre: “Mi spieghi come ti è venuto in mente di fargli tirare fuori dalla stalla tutte le vacche?” Lui, sorridendo: “Tu, entrato nella stalla, hai visto niente di strano?” Alla mia risposta negativa ride, poi mi dice: “Quanta strada hai da fare per diventare un buon fattore!” Al che io, punto sul vivo: “Ma… perché? Che c’era?” – “Il contadino aveva fatto una lettiera con la paglia alta il doppio di quello che avrebbe dovuto essere…” – “E allora?” – “Se avessi stimato le vacche sopra quella lettiera, essendo così più alte di 5 centimetri avrei dato loro 20 chili di peso in più a ognuna facendo la felicità del contadino, dell’altro fattore, ma soprattutto facendo una gran figura da fesso!” Rimasi esterrefatto e ammirato e compresi che la stima era per i nostri fattori qualcosa di più che una semplice valu-tazione di cose e animali, ma era anche un momento di verifica della loro preparazione professionale, messa alla prova dal contadino… scarpe grosse e cervello fino! Solo non cadendo nei tranelli preparati dai coloni (che tiravano a prendere qualche soldino in più dalla stima), usando colpo d’occhio e intelligenza sviluppata con l’esperienza, potevano dimostrare che, pur portando scarpe più piccole, non avevano un cervello meno fino.

Cesare Angeletti

 

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