“Du’ jórni è bbóno e dopo è tristo”, oggi vi presentiamo… l’acquaticcio

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Siamo prossimi alla vendemmia. Chi non conosce i bei versi di Giosuè Carducci: “…per le vie del borgo, dal ribollir de’ tini, va l’aspro odor dei vini, l’anime a rallegrar”. La vendemmia era uno dei momenti più gioiosi dell’anno; anche se erano giornate di notevole fatica, la si superava con il piacere di stare in gruppo, con l’allegria dei canti, le battute, le stornellate.

Nei giorni della vendemmia, come per miracolo, sulle tavole compariva la brocchetta con l’acquaticcio, la cui definizione è quella di “vino giovane molto allungato”. Era tradizione, nelle cantine, produrre durante la vendemmia questa bevanda che non è un vinello, come qualcuno dice, ma un gustosissimo prodotto che derivava dalle vinacce.

I cantinieri ne offrivano un bottiglione come prelibatezza ad amici e parenti ma doveva essere consumato subito, entro tre giorni, come si raccomandava, perché altrimenti non si sarebbe conservato: l’acquaticcio du’ jórni è bbóno e dopo è tristo!

Spiego meglio: questa bevanda si chiama “Acquaticcio” perché ottenuta immergendo in un tino con un po’ di acqua le vinacce, una volta che sono state separate dal mosto, lasciandole fermentare. Ogni volta che se ne prende una brocchetta si deve aggiungere nel tino un quantitativo uguale di acqua. Nella parte più meridionale delle Marche era chiamato anche “caccemette”, praticamente “togli e metti”.

È una bevanda che in passato il contadino preparava per avere un vinello immediato che durava pochi giorni, ed era un’anticipazione del vino nuovo che sarà pronto per la festa di San Martì.

Alberto Maria Marziali

22 novembre 2021

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