Ho una domestica che tutte le mattine, quando inizia il servizio, come prima cosa comincia a tormentarmi chiedendo il menu da preparare. Non c’è cosa peggiore del doversi a quell’ora occupare di problemi strettamente casalinghi da sempre in passato riservati alle Signore (Moglie e Suocera) che purtroppo a casa mia non sono più.
Così aggiungo: all’ora meridiana dell’atteso banchetto era una sempre gradita sorpresa quella di scoprire quali manicaretti le donne di casa avevano preparato e il potersi distrarre sia pur per breve tempo dall’usato lavoro costituiva momento indispensabile di relax e riflessione, che spesso illuminava la giornata. Peccato! Cosa volete, fra le sorprese talvolta amare che la vita riserva, c’è pure quella di dover pensare al desco giornaliero occupandosi anche della scelta nonché della stessa preparazione dei cibi.
Ecco allora che soccorre il riso: Giuseppe! Metti l’acqua a bollire nella pentola, aggiungi il sale ma nella misura giusta e versa una tazzina di riso. Fai cuocere per 18 minuti e poi scola il tutto, fumante. Olio e parmigiano al giusto o, meglio ancora, pomodoro scaldato con l’aggiunta di un minimo di burro che si sciolga nell’insieme. Attenzione però! Purché il pomodoro sia il ruspante di “passata”, quella tradizionale, religiosamente preparata d’estate grazie al calderone e al tritatutto, imbottigliata e poi tappata a dovere a scanso di spiacevoli conseguenze.
Mangi solo questo? Qualcuno mi dirà. No, ma è una delle ricette più semplici e buone che conosca e dalla quale mi distacco solo alternando con spaghetti o chitarrine, purché sempre con l’indispensabile “passata”; almeno fino a quando dureranno la possibilità e la voglia di farla (speriamo a lungo…). Aggiungo petto di pollo o di tacchino, fettine, qualche volta spezzatino o bistecca, formaggio, pochi salumi, tante verdure e così andiamo avanti…
Tornando al riso e per la mania di controllare sempre come stiamo con il latinorum ho voluto documentarmi e così ho trovato che: “risus risus”, tradotto in italiano è, secondo il vocabolario, “l’atto del ridere” mentre per trovare la corrispondente voce del riso-vivanda occorre spostarsi su: “oryza”, “oryzae”, sostantivo femminile della prima declinazione, quella del “rosa, rosae” tanto per intenderci. E dunque in latino, quando si utilizza la parola risus si fa riferimento al ridere e non al “nostro” alimento per il pranzo. Tant’è che nella lingua dei Romani la frase che viene subito in mente è la famosa “risus abundat in ore stultorum” (per la cronaca: il riso abbonda nella bocca degli stolti).
Detto invero famoso anche se non risalente ad alcun personaggio dell’antica Roma, ma frutto solo di un frasario ben più recente, rimasto nel buio dell’anonimato. Fermiamoci per un attimo a valutare la esattezza o meno di tale detto ma se è evidente che si attagli perfettamente a chi ride in maniera scomposta o comunque sguaiata, non sembra esaustivo per considerare la portata del riso. Si pensi dunque a una buona risata che sia capace di far sorridere; grande toccasana grazie a chi voglia sdrammatizzare anche qualche situazione magari imbarazzante con una bella battuta.
Tanto che, come contraltare, suggerirei di ricorrere a: “Cuor contento, Dio l’aiuta”. Che ne direste se qualcuno riuscisse a dare questo consiglio ai Potenti del Creato, che con la loro tracotanza abbondano nel compiacersi per quanto combinano ma rischiano di far finire nel disastro finale certe ridicole ma spesso anche tragiche prepotenze di oggi? Mi fermerei qui. Abbiamo scoperto che una parola così comune come riso appartiene a due settori diversi, entrambi essenziali: il mangiare e il buonumore.
Giuseppe Sabbatini
2 novembre 2026


