Potrebbe sembrare un articolo incredibile ma… conoscete la storia delle mutande?

In estate a ogni crocevia si sente un rullio di tamburi. Ogni paese ha la sua storica rievocazione  e poco conta che nulla di vero ci sia in essa. Personalmente ho ragione di ritenere che per il 70% siano manifestazioni farlocche, ma anche le più blasonate sono spesso nate attorno a un tavolo animato da “inventori fantasiosi”, spesso anche scarsamente conoscitori delle antiche celebrazioni. Quando, nelle rievocazioni, vediamo passare bellissime dame in armoniosi vestiti, ci viene mai in mente la domanda: ma cosa c’è di vero in quello che ci mostrano e in quello che indossano? Scusatemi se lo faccio per gioco, ma vi chiedo: per essere realistiche, sotto quelle vesti portano le mutande?

Vi sembra una domanda stupida, vero? Beh. Lasciate che vi racconti qualche usanza e poi fate voi. Anticamente nelle case non c’era il bagno. Si urinava in un angolo della stanza e si vuotava il vaso dalla finestra. Per lavarsi non c’era il bidet, né si conosceva l’uso della carta igienica. Fate due più due e traetene la somma. Immaginate le incrostazioni sulle parti intime delle persone, specie nel lato ‘B’. Donne e uomini non si lavavano. Spesso l’unico bagno era a primavera inoltrata, dentro una tinozza, dove quasi sempre e con la stessa acqua, si lavava tutta la famiglia. In breve: la gente puzzava come capre. Ad avvalorare la storia della puzza si può dire che i matrimoni si celebravano a partire da maggio proprio perché col caldo potevano fare un bagno “spuzzante” che attenuava l’imbarazzo degli sposi.

Ho detto che nel medioevo non portavano le mutande, ma è vero? Ho trovato informazioni precise. Popolino e contadini nulla portavano; qualcosa cambiava per i ricchi e i nobili. Sì, nel Medioevo il ceto alto, talvolta, portava un succedaneo degli indumenti intimi, non come le mutande moderne: sotto la veste, gli uomini usavano le braghette (o braies), pantaloni corti di lino, che pergli antichi romani erano “subligaculum”, una specie di panno in lino che veniva fatto passare tra le gambe e allacciato in vita. Nell’aspetto era simile a quel che si vede a copertura del pube nei dipinti dei crocifissi. Le donne del ceto medio-alto non adottavano neppure questo panno legato ma indossavano sotto l’abito una chemise lunga o una sottoveste chiamata chainse. Il sesso, diciamolo senza falsi pudori, era all’aria con “profumi” ben immaginabili.

Stiamo parlando del Medioevo ma devo dire che fino a pochi anni fa pure nelle nostre città c’erano anziane che si fermavano all’angolo della strada e urinavano in piedi bagnandosi le gambe e senza asciugarsi. Non faccio l’indovino ma credo che qualcuno di voi le abbia avute accanto anche in chiesa. Un fetore disarmante. Nel medioevo per le donne il momento ancor più brutto era durante il ciclo mestruale. Alcune si mettevano una specie di straccio, e non so come facessero a tenerlo in posizione. Curioso è che in inverno uomini e donne si scoprivano avanti il camino per riscaldare le parti nascoste, senza curarsi di chi guardava. Qualcuno scrisse che, per scaldarsi bene, bisognava eseguire una sequenza di movimenti che costringeva a mostrare pubblicamente quelle parti del corpo generalmente tenute nascoste (pubblica ostentazione delle gioie personali).

Le mutande vere e proprie come le conosciamo oggi, apparvero solo centinaia di anni più tardi. Quindi gli storici “veri” confermano che in casi rari la donna utilizzava qualcosa assimilabile all’odierno intimo. E ci vanno giù pesante quando spiegano come si comportava la donna nel periodo mestruale. Dalle fonti storiche le donne non facevano proprio nulla, lasciavano trascorrere il naturale e fisiologico evento senza neanche tamponare le fuoriuscite, disseminando gocce di sangue ovunque, e a volte sporcando la tunica che portavano. Questo è il motivo per cui molti abiti medioevali femminili erano di un bel colore rosso. Il rosso non metteva in risalto le macchie di sangue. Adesso, per sorridere, pensate ai sontuosi abiti che fanno sfilare durante i cortei storici.

Come ho già detto, varie fonti testimoniano l’uso di “pezze” o tessuti simili a “stracci” appoggiati sul pube. Le fonti storiche, descrivono i momenti di disgusto e imbarazzo della donna in quei giorni. Sebbene l’usanza di “attapparsi”, fosse malvista nel pensiero medievale, severamente vietato dai moralisti (e pure in ambito ecclesiastico e religioso, in quanto ritenuto travestimento maschile), non è affatto escluso che ci fossero, in questa epoca, donne appartenenti ai ceti medio-alti che usassero espedienti in quei giorni, tralasciando i condizionamenti sociali. Il tessuto di cui era formata questa sorta di biancheria intima femminile, che non si può certo chiamare “panno assorbente” è deducibile dalle immagini e dai racconti risalenti ai successivi secoli XIV e XV: era molto probabilmente usato il lino o al massimo il cotone, in un unico pezzo di stoffa sufficiente a coprire appena le natiche e il pube, stretto sui fianchi da sottili lacci, come testimoniano quei pochi esemplari ritrovati.

Ora tiriamo le conclusioni senza scandalizzarci. Nel medio evo, ci sono rari casi di tracce dell’uso di capi per coprire le zone intime. Poi solo nel rinascimento, si inizia a usare qualcosa di simile alle mutande, ma legate solo al mondo femminile. Verso il 1600 cadono in disuso e bisogna aspettare fino al 1800 per vederle tornare sulla scena. Nel 1906 lo slip appare nella sua forma moderna ma la sua vendita non decolla e resta legata a una diffusione locale. Nel 1935 questo capo inizia a diffondersi in grandi quantità e per la prima volta assume il nome di “slip”. Per ridere: chissà che prossimamente non ci facciano vedere, al suono di tamburi e chiarine, la rievocazione storica delle mutande!?

Alberto Maria Marziali

23 ottobre 2026

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