La Real Nave Calabria e l’eruzione in Martinica – 3^ e ultima puntata

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Continua il racconto estratto dal diario originale del Comandante della Real Nave Calabria, Francesco Castiglia, e siamo alla puntata conclusiva (1^ puntata: https://www.larucola.org/2019/11/06/la-real-nave-calabria-e-leruzione-in-martinica-1-puntata/) – (2^ puntata: https://www.larucola.org/2019/12/15/la-real-nave-calabria-e-leruzione-in-martinica-2-puntata/).

 

Nei brevi istanti necessari a costoro per riaversi dallo sgomento e ritornare a galla S. Pierre non era già più che una immensa fornace ove nella immane ruina bruciavano i corpi di oltre 25.000 cadaveri. Qualche minuto dopo una pioggia furiosa, innominabile miscuglio di fango e di pietra, si rovesciò sulla città incendiata e nei dintorni sibilando e crepitando nel mare come un tiro precipitato di fucileria. Delle nostre navi perite e dei marinai superstiti ho già riferito all’E.V. nella mia lettera N. 642 del 31 u.s. segnalando altresì la valorosa condotta del Comandante Le Bris del “Suchet” e dei suoi ufficiali ed è perciò superfluo ripetere quelle notizie. Il 20 maggio alle 5 ½ del mattino ebbe luogo una nuova formidabile eruzione i cui effetti si fecero sentire sino a Fort de France sotto forma di pioggia di lapilli e di cenere, producendo un panico indescrivibile ed ingiustificato in questa popolazione che, destata di soprassalto, si diede alla fuga in tutte le direzioni. Può dirsi che S. Pierre era due volte condannata a sparire, poiché se la eruzione dell’8 maggio non l’avesse già distrutta non sarebbe certo scampata a questa seconda. Dal lato del borgo del Precher, un pò più colpito da questo nuovo cataclisma, un altro fenomeno pare siasi prodotto. Una serie di rigagnoli di lava incandescente si è fatta strada lungo il fianco della montagna fino al mare mentre fino a quel giorno non si era constatata nessuna emissione di lava. Dissi già che le cause che produssero la catastrofe dell’8 maggio e le fasi successive per le quali si svolse l’opera di sterminio erano tuttavia avvolte nel mistero. Le prime forse vi rimarranno essendo troppe le ipotesi che possono farsi, alcune delle quali, le più plausibili, andrò esponendo, e quanto alle seconde tenterò di mettere un pò d’ordine nelle osservazioni precipitose di testimoni oculari, nei quali per altro mancò certo il sangue freddo necessario e la competenza scientifica.

1: Quanto alle cause, prima fra tutte, può ammettersi questa: che da qualche secolo i numerosi vulcani delle Antille hanno sonnecchiato e i loro vapori e i gas delle combu stioni centrali si sono accumulati, compressi nelle profondità delle loro viscere. Mentre tale compressione sarebbe già stata causa dei vari terremoti che a varie riprese hanno distrutto Fort de France, Pointe a Pietre e Santiago di Cuba e recentemente ancora scuotevano la Guadalupe, oggi quei gas avrebbero finalmente trovato un varco nella montagna Pelée, che nell’eruzione del 1851 non fu adeguata valvola di sicurezza.

2: In alcuni punti, presso il litorale del Precheur si è constatato degli abbassamenti straordinari del fondo, là ove lo scandaglio trovò lievi profondità. Questo fatto che potrebbe essere l’effetto di un abbassamento del suolo sottomarino causato da qualche sotterranea commozione delle profondità centrali della montagna, che sovrasta appunto il borgo del Precheur, potrebbe anche aver prodotto qualche fessura dalla quale l’acqua del mare, facendo repentina irruzione nel focolare vulcanico, avrebbe prodotta la terribile esplosione che ha distrutto S. Pierre.

3: Ho accennato più innanzi che nella gita fatta nell’aprile scorso da alcuni touristes alla montagna Pelée si era resa loro manifesta la presenza di gas deleteri solforati e solfidrici e poiché nella recente catastrofe si è constatato l’odore soffocante di vapori di zolfo è lecito ammettere che vi sia stata produzione di solfuro di carbonio, il cui vapore combinato con l’ossigeno dell’aria siasi infiammato con detonazione. I gas asfissianti infiammabili, in gran copia compressi nelle viscere della montagna, avrebbero raggiunto tensione tale da squarciarne il fianco ed abbattendosi come una tromba nella infelice città l’avrebbero annientata istantaneamente. Questa ipotesi (che potrebbe essere una conseguenza della prima) sembrerebbe tanto più plausibile perché molti cadaveri sono stati raccolti senza alcuna ferita, come addormentati nell’eternità. E due altre circostanze avvalorano ancora più questa ipotesi, anzitutto l’istantaneità dell’incendio che invase l’intera città osservata dai marinai della goletta “Gabrielle” e l’altro fatto che si racconta di un marinario che anch’egli bruscamente lanciato in mare al momento della catastrofe ha dovuto all’immersione la sua salvezza poiché tornando a galla trovò asfissiati gli altri che si trovavano al suo fianco, prova questa della responsabilità del passaggio dei gas asfissianti.

4: Finalmente potrebbe in questo fenomeno ravvisarsi uno dei numerosi effetti dell’elettricità, la cui cieca possanza stupisce ogni giorno l’umanità con le sue manifestazioni straordinarie. Può supporsi infatti una straordinaria accumulazione di elettricità nella crosta terrestre e nell’atmo sfera, lo che avrebbe prodotto una corrente formidabile che avrebbe investita l’intera città. Qualcuno ha financo voluto riconoscere nell’eruzione l’influenza della luna, sostenendo che al modo stesso che quel pianeta influisce nelle maree deve pure esercitare il suo potere sui vulcani. Quanto alle fasi come si è svolto il cataclisma secondo il concetto che mi sono fatto dalle numerose descrizioni udite, mi sembra di poter concludere che il fatto primordiale è stato una immensa eruzione di gas e di ceneri che, sprigionandosi con fulminea rapidità del cratere e dal fianco squarciato del vulcano, si è diretta con corsa vertiginosa verso la città, trascinando seco lapilli e pietre strappate dalle pareti del vulcano. Queste masse solide incandescenti solcando l’atmosfera, come bolidi, si sono precipitate in uno coi gas asfissianti ed infiammati sulla misera città, rasandola al suolo con l’urto formidabile e travolgendo sotto le sue ruine asfissiati e carbonizzati gli abitanti, che esterrefatti e pazzi di terrore ingombravano le strade, fuggendo in ogni verso. La cenere è sopraggiunta a ricuoprire di un sudario ardente l’immensa catastrofe. Il fatto che fra i sintomi precursori di essa, anziché notare una diminuzione nel corso dei fiumi, come si è sempre constatato nelle altre eruzioni, siansi invece avute delle piene e degli straripamenti, può spiegarsi ritenendo che il sottosuolo della montagna Pelée desse ricetto a masse acquee dalle quali hanno origine i molti fiumicelli che bagnano quella parte dell’isola. Sotto la pressione centrale gli strati argillosi che formavano il fondo di quelle masse si sono sollevati e le acque compresse si sono precipitate nelle sorgenti dei fiumi, d’onde le piene subitanee ed impetuose. Si è osservato che mentre il 23 di aprile si iniziava l’eruzione della montagna Pelée i vulcani di Chiugo, di San Salvador e di Santa Maria al Guatemala erano in piena eruzione e le città di Quesaltenango e di Amatillon erano distrutte dal terremoto. Il mattino del 5 giugno profittando della cortesia del nostro agente consolare, signor Grisolia, che me ne ha procurato il mezzo, mi sono recato a Saint Pierre in compagnia di alcuni ufficiali della “Calabria” allo scopo di raccogliere personalmente la lava ed i lapilli dalla E.V. ordinatimi col suo telegramma del 3 corrente. Non starò a ripetere l’impressione di stupore, l’orrore da cui l’animo è oppresso alla vista del desolante spettacolo che offre quell’immenso ammasso di ruine sepolte da uno strato di cenere, alto in qualche punto fino a 9 metri e dal quale qua e là si sprigionano lingue di fiamme di incendi che tuttavia proseguono l’opera sterminatrice. Non dirò dell’odore nauseabondo di carni umane putrefatte o brustolite né della vista raccapricciante che offrono frammenti di scheletri e d’ossa che di tratto in tratto si scoprono fra i detriti, dirò solo che mente umana non può raffigurare spettacolo più orrendo! Appena sbarcati a terra sul posto ove si ergeva il faro (sul Quai della Place Bertin) una massa enorme di fumo pregno di vapori lanosi biancastri si è sprigionato dal vulcano dirigendosi verso il mare dal lato del borgo Precheur, nel mentre con rapidità vertiginosa lungo le sinuosità del fianco della montagna si è veduto precipitarsi fiumi di fango (o di lava?) fumanti. Lo spettacolo era imponente e l’impressione provata non è stata certo delle più rassicuranti, specialmente per le paurose insinuazioni delle due guide che ci accompagnarono che avrebbero voluto ritirarsi.

Ma la direzione del vento che spingeva al mare la colonna fumante allontanandola dalla nostra posizione ci indusse a continuare la nostra visita. Abbiamo anzitutto osservato che gran parte dei muri paralleli al mare sono rimasti in piedi, sebbene tutti assai danneggiati, mentre quelli normali alla costa sono tutti diroccati, lo che prova ché la massima violenza del cataclisma si è esercitata verso Sud, cioè nel senso della lunghezza massima della città. E che quella violenza fosse di inaudita possanza ne abbiamo constatate le prove stupefacenti rimanendo compreso di meraviglia innanzi a maestosi tronchi l’alberi abbattuti come fuscelli ed a robuste armature di ferro contorte e piegate come giunchi.

Si sono prese numerose fotografie dei luoghi nei punti più salienti che spero di poter spedire all’E.V. contemporaneamente a questa mia, però essendo il tempo assai scuro e piovoso temo che non riusciranno così bene come avrei desiderato. Intanto credo interessante spedirle alcune comperate a Fort de France, dalle quali potrà formarsi un criterio abbastanza preciso della immensità del disastro. Quanto alla lava da raccogliere, anzitutto, non sembra che ve ne sia stata nella eruzione dell’8 maggio e per raccogliere quella che si dice caduta il 20 successivo presso il borgo di Precheur sarebbe stato necessario recarsi proprio sotto alla montagna e dal lato appunto ove convergeva la eruzione, lo che avrebbe significato andar contro a certo pericolo.

Mi sono perciò limitato a raccogliere dei lapilli e della cenere sulla via principale Victor Hugo, che per la sua direzione è stata la più danneggiata della città, e per avere la lava ho rivolto preghiera al Governatore per farmela possibilmente procurare dagli uomini che quasi giornalmente si recano a S. Pierre per seppellire o bruciare i cadaveri tuttora scoperti, ed il Governatore mi ha gentilmente risposto la lettera che per copia conforme mi pregio comunicare all’E.V. ed in seguito alla quale ho pregato il signor Grisolia di incaricarsi lui alla spedizione della lava nel caso che non sarà possibile averla prima della mia partenza da Fort de France.

La mattina del 6 alle 10 ant. una nuova eruzione si è manifestata a S. Pierre ed a Fort de France si è avuto il solito panico che ritengo assolutamente ingiustificato per quanto concerne almeno la possibilità di danni diretti, poiché dalla montagna Pelée a Fort de France corrono circa 26 chilometri a volo d’uccello e le alture dei Pitons du Carbet che si elevano a circa metà distanza, fra il vulcano e la città, formano una barriera di 1207 metri di altezza.

Mentre a S. Pierre si effettuava questa eruzione, a Fort de France si osservava un’onda di marea dell’altezza di un metro. Il numero di abitanti che sono fuggiti dall’isola riparando alla Guadalupa, a Dominica, alla Guayana, a S.ta Lucia, a Trinidad ed anche in Europa è di oltre 7.000. da Fort de France altri ancora fuggiranno poiché lo spirito della popolazione è tenuto sempre in allarme dalle continue crisi del vulcano che nessuno può prevedere quante volte ancora si ripeteranno.

La presenza della “Calabria” fino ad ora è stata, materialmente almeno, di nessuna utilità, come del resto anche quella delle navi francesi qua presenti tranne nei primi giorni del disastro.

Il giorno 3 sono arrivati, provenienti da Brest, i due incrociatori le “Bruit” e “Surcouf” il primo avente a bordo il contr’ammiraglio Gourdou che ha assunto il comando superiore della squadra composta ora, oltreché della due navi menzionate, dal “Tage” (lacuna) e dal “Luchet” (lacuna). I campioni dei lapilli e di cenere raccolti saranno spediti alla E.V. in due pacchi postali col vapore “Versailles” che partirà da Fort de France l’11 ed arriverà a S. Nazaire il 23.

Il Capitano di Fregata

Comandante

f.to F.Castiglia

 

Protocollo 659 – 8-6-902

Gouvernment de La Martinique – Gabinet du Gouverneur

Nr.807

 

Republique Francaise, Liberté – Egalité – Fraternité

Fort de France, le 7 Juin 1902

 

Le Governeur p (…) de la Martinique, a Monsieur le Commandant de la “Calabria”.

 

Monsieur le Commandant,

je regrette de ne pouvoir (lacuna) l’instant, donner satisfaction su la domande que (lacuna) adresser au nom de S.E. (lacuna) existent (lacuna).

La montagne, dans la region la plus exposée seu du vulcan et je troverai difficilment quelqu’un pour accomplir une mission aussi perilleuse.

Je n’oublierai cependant pas le desir que vous m’esprimes et dies que le circoustances le permetteront je vous ferai parvenir l’echantillon demandé.

Venilles agreer, Monsier le Commandant, l’assurance de ma consideration la plus distinguee.

f.to G. Lheurre

 

  1. Copia Conforme – il Capitano di Fregata Comandante

f.to F. Castiglia.

 

Relazione del Disastro della Martinica della Reale nave “Calabria”.

 

Fonti e approfondimenti:

-Articolo di Vito La Colla “Martinica, eruzione del vulcano La Pelée” da www.globalgeografia.com;

-Enrico Stumpo “Le campagne oceaniche della Regia Marina Italiana dall’Unità al primo Novecento” da Mediterranea Ricerche Storiche – dicembre 2009;

-Fausto Leva “Storia delle Campagne Oceaniche della Regia Marina”;

-Vittorio Tur “Plancia Ammiraglio”, disponibile presso la biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata;

-Articolo di Aldo Gabellone “L’affascinante storia delle nostre navi attraverso i documenti postali” tratto dal sito www.marinaiditalia.com;

-Informazioni e Ricerche di Emanuela Trucco Mineni (www.regianavecalabria.it) che ringraziamo particolarmente;

– P. Alberini e F. Prosperini “Uomini della Marina 1861-1946. Dizionario Biografico”;

– L’ufficio storico della Marina Militare, cui si possono richiedere bollettini d’archivio, volumi di storia della Marina e gli estratti dei fogli matricolari dei militari.

Simonetta Borgiani

2 gennaio 2020

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