Antonio Pavoni, un “Caduto d’altre parti d’Italia” morì nella difesa di Bologna del 1848/49

Si annoverano nella città di Corridonia due militari morti per eventi Risorgimentali: Antonio Pavoni e Camillo Lauri. Del Lauri come del Pavoni abbiamo scritto e mentre per il primo si sa tutto sugli eventi della morte (La rucola n° 237), per l’altro, almeno fino a ora, avevamo potuto fare solo delle ipotesi sulla sua scomparsa (La rucola n° 190). Per precisione va comunque detto che il tenente Lauri è stato ucciso negli eventi post-unitari della sanguinosa lotta per la repressione del brigantaggio. Ma torniamo al Pavoni.

Casualmente qualche settimana or sono mi sono imbattuto in una lapide collocata sulla facciata del comune di Bologna e che leggendo aveva attirato la mia attenzione. Comparivano i nomi dei morti del 1848 e del 1849 a difesa della città dagli austriaci durante la Repubblica Romana. Tra i caduti “D’ALTRE PARTI D’ITALIA” del 1849, di numero 23 e di cui 3 senza nome con il solo cognome, compare Antonio Pavoni. Subito mi viene in mente il “nostro” Pavoni, ma sarà lui?

Nelle lapidi di Corridonia è indicato come anno di morte il 1848: del resto è errata anche la data di Camillo Lauri, 1862 anziché 1863. Ricordiamo che nello Stato delle Anime del 1835 di Montolmo (odierna Corridonia) si legge che Antonio Pavoni nasce l’8 febbraio del 1813: accanto al suo nome, senza indicare la data è scritto: nella milizia morì. Dicitura davvero sibillina. Il 26 aprile 1848 le truppe francesi sbarcano a Civitavecchia e il 30 arrivano alle porte di Roma per riportare sul trono il Papa e abbattere la Repubblica Romana. Da Bologna si spostano velocemente truppe per la difesa di Roma: Il 29 aprile, un giorno prima che i Francesi quasi a tradimento assalissero Roma, da Bologna partiva il colonnello Carlo Mezzacapo (1817-1905) con 4000 uomini, ne’ quali si comprendevano gli svizzeri già a servizio del governo pontificio, una legione civica, una piccola legione polacca, due squadroni di cavalleria e 12 cannoni. Partite queste truppe, il presidio di Bologna era ridotto al 4° e 7° reggimento di linea che, fra tutti e due, sommavano a poco più di 1000 uomini, 300 gendarmi a piedi e a cavallo, 150 o 160 guardie di finanza, pochi dragoni, quasi tutti smontati [senza cavalli], e 400 o 500 uomini di corpi franchi appena giunti dalla Toscana, con scarso numero di artiglieri.

Da altre fonti si apprende essere presente: il 4° reggimento di linea con 500 uomini al comando del Marescotti trasferito da Ferrara a Bologna; il deposito del 7° con 280 militi non tutti armati sotto il maggiore Colombarini; poche decine di carabinieri a cavallo al comando del colonnello Boldrini; alcuni finanzieri; alcuni sbandati dell’Alto Reno senza ufficiali; una compagnia di svizzeri comandati dallo Schmid; due piccoli cannoni della Guardia Nazionale e due di maggior calibro della compagnia ex-svizzera. In tutto meno di 2.000 uomini di cui solo la metà in grado di combattere. Gli austriaci con reggimenti tedeschi e croati comandati dal Wimpfen avevano sconfinato dalla parte di Modena, e il 7 maggio erano a Castelfranco da dove il Wimpfen e monsignor Bedini emanavano i loro proclami per invitare i popoli delle Legazioni a fare atto di obbedienza al Papa.

Fin dal primo maggio gli austriaci avevano occupato Ferrara. A Bologna per prepararsi all’imminente assedio si armarono bande di popolani alle quali però mancavano comandanti esperti. Carlo Bignami era stato nominato generale della guardia civica dopo il ritorno da Venezia ma ammalatosi dovette cedere il comando al conte Giovanni Malvezzi. L’8 maggio una colonna di austriaci con 4 cannoni si presentava davanti a porta Galliera e poi senza nessun motivo si ritirava lasciando i pezzi di artiglieria incustoditi mentre un’altra colonna austriaca attaccava porta San Felice e Saragozza.

Il colonnello Boldrini che rientrava in città da una ricognizione con una quarantina di gendarmi a cavallo si trovò in mezzo a una gran folla che, raccontando della fuga degli austriaci a porta Galliera, incitava alla sortita per prendere i cannoni da loro abbandonati. L’esperto ufficiale capì subito che si trattava di un agguato ma un gruppo di cittadini scalmanati incominciò ad accusarlo veementemente di vigliaccheria al che il colonnello, raccolti i suoi gendarmi e con l’aiuto di una ventina di dragoni al comando del maggiore Marliani, uscì dalla città con una veemente carica mentre la porta alle loro spalle si chiudeva. Gli austriaci usciti dai nascondigli colpirono di fronte a mitraglia, con i cannoni lasciati carichi, il gruppo del Boldrini mentre ai fianchi, nascosti dietro le siepi, veniva fatto oggetto del tiro dei fucili dei tirolesi.

… caddero il Boldrini, il Marliani, il maresciallo d’alloggio Pavoni e 15 gendarmi… A questo punto usciva dalla città una compagnia di linea a coprire la ritirata dei superstiti che riuscivano anche a recuperare il Boldrini che morì poco dopo nel cortile del palazzo municipale benedicendo l’Italia e raccomandando al figlio d’amarla.

Cesare Boldrini (1785-1849) vecchio ed esperto militare aveva combattuto con Napoleone a Jena, Eylau e a Friedland, partecipato alla campagna di Russia; successivamente alla caduta di Napoleone e fatto prigioniero, si arruolò nell’esercito austriaco dove al comando di uno squadrone di ussari ungheresi combatté contro Murat nella guerra austro-napoletana. Con la definitiva caduta di Napoleone, Boldrini aveva aperto a Brescia una scuola di equitazione, che poi trasferì a Milano e quindi a Pavia. Nel 1841 fece ritorno a Bologna, poi nel 1846 si trasferì a Macerata presso un genero, il patriota Alessandro Nisi nato nel 1821 e morto nel 1866 nella battaglia di Custoza e di cui il nome è indicato nella lapide apposta sul Municipio di Macerata.

Antonio Pavoni faceva parte del corpo dei Carabinieri Pontifici come dimostra anche la definizione di maresciallo di alloggio. Finì la sua vita in una imboscata fin troppo prevedibile: è facile dare del vigliacco quando non si rischia la vita in prima persona, com’è facile fare i guerrafondai quando poi si sa che non si andrà a combattere. Una riflessione molto attuale ritengo.

Possiamo quindi ipotizzare che il Pavoni si sia arruolato nei Carabinieri Pontifici e molto probabilmente sia stato inviato nella zona di Bologna. In una fonte si legge essere di Castenaso (un piccolo comune nei pressi del capoluogo emiliano) ma essendo indicato nella lapide citata del municipio di Bologna “d’altre parti d’Italia”, è abbastanza chiaro che Castenaso sia o il luogo in cui risiedeva o prestava servizio. Essendo i Carabinieri Pontifici un corpo che doveva mantenere l’ordine pubblico, addetto oltre che alla polizia delle città alla sicurezza delle campagne e delle strade, è molto probabile che non abbia partecipato agli eventi della I Guerra di Indipendenza. Con la proclamazione della Repubblica Romana prestò giuramento al nuovo governo per finire nelle vicende che abbiamo narrato.

Onestamente mi aveva sempre fatto pensare, non so perché, che avesse fatto parte dell’esercito pontificio piuttosto che fosse un volontario della I Guerra d’Indipendenza. Una ultima curiosità: nella lapide del comune di Bologna, tra i morti “d’altre parti d’Italia” vi è un maceratese, certo Salvatore Barbaresi. Ammetto di essere contento di aver dato nuovamente vita alle vicende del nostro concittadino che si erano perse, come spesso accade nell’oblio della storia. Ma poi, siamo noi a trovare i personaggi dimenticati o sono loro che vogliono essere ricordati?

FAMIGLIA PAVONI

Interessanti sono le notizie anagrafiche riguardanti la famiglia Pavoni. Antonio nacque da Giuseppe Antonio (27 maggio 1778 – 14 maggio 1848) e da Maria Pizzabiocca (9 maggio 1782 – 1 maggio 1852). Aveva 2 fratelli e una sorella: il canonico Don Luigi (nato 5 luglio 1805), Vincenzo (nato 11 dicembre 1819) e Rosa (nata 7 luglio del 1815). Rosa sposò Ferdinando Martini (morto 23 aprile 1893), mentre il fratello Vincenzo si accasò con Enrica (nata 9 novembre 1823) figlia di Pietro Pampinoni (di Ottavio). Vincenzo ed Enrica ebbero tre figli, Luigi Niccola (nato il 21 dicembre 1848), Antonio Maria (nato 7 settembre 1852) e Giuseppe Filippo (nato 4 ottobre 1853). Non si può non notare il nome del secondo figlio Antonio Maria. Il riferimento al fratello morto nella milizia e alla madre da poco defunta è assai probabile: comunque non è da escludere neanche che abbia voluto ricordare il secondo nome del padre. Mi ero sempre chiesto perché non avesse chiamato Antonio il primo figlio nato a fine 1848 ed ora una spiegazione si potrebbe semplicemente trovare: se il nostro Antonio è quello di Bologna, come credo sinceramente, morì l’8 maggio 1849.

Bibliografia

DOMENICO BRASINI, Il tentativo Rivoluzionario di Pasquale Muratori a Savignano (Bologna) nell’agosto 1843, Tipografia Fava e Garagnani, Bologna 1888.

GABRIELE FANTONI, Diario dei martiri italiani dal 1179 al 1870. Tipografia della Minerva dei fratelli Salmin tipografi del Dantino, Padova 1885.

Catalogo illustrativo dei libri, documenti ed oggetti esposti dalle province dall’Emilia e dalle Romagne nel tempio del Risorgimento italiano (esposizione regionale in Bologna 1888), compilato da Raffaele Belluzzi e Vittorio Fiorini, Tipografia Zamorani e Albertazzi, Piazza Cavour 4, Palazzo Silvani, Bologna 1890.

UGO PESCI, I bolognesi nelle Guerre Nazionali, ditta Nicola Zanicelli, Bologna 1906.

Modestino Cacciurri

26 agosto 2025

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