A Montecò non piace una “basilica” vecchia ma si preferisce una “chiesa” più nuova

L’han giurato. Li ho visti in Ponti(gliano), convenuti da Monte(cò) e dal piano (di Chienti). L’han giurato; e si strinser la mano/ professori dell’università…. Forse scimmiottare il carme di Giovanni Berchet del giuramento di Pontida è un poco esagerato per una “lega” o meglio un raduno di una decina di professori nostrani, ma non è sicuramente un fatto di normale Amministrazione che quella di Montecò abbia finanziato la produzione di una “opera” di storia (che già è valutata tale nella pubblicità del libro prima ancora di ricevere tale titolo, come si è sempre usato per una pubblicazione, dopo il giudizio dei lettori).

Si, miei signori, all’Annunziata, nei giorni passati c’ero anch’io a sentire gli interventi celebrativi della presentazione dell’opera “Annunziata 900”. Una presentazione in cui gli oratori non hanno risparmiato lodi ricche di superlativi alla decina di professori che hanno fatto lega per partorire quello che dovrebbe, nelle intenzioni dei promotori del lavoro, essere l’onnicomprensivo capolinea delle conoscenze sul monumento montecosarese, la Basilica di Santa Maria a piè di Chienti. Mi sono meravigliato che ben nove o dieci professori, ovvero dipendenti degli atenei di Stato, si siano coalizzati per scrivere un libro perché questi professori normalmente lavorano in proprio e talvolta in coppia, ma dieci tutti insieme è davvero un caso particolare e decisamente importante e grave, la ragione del quale si legge nella prima frase della Prefazione a firma Marco Cingolani Assesore alla cultura del Comune di Montecosaro. (nda: ho trascritto letteralmente come sul testo originale la qualifica dell’autore perché probabilmente data la mia vetusta età sono ancora tradizionalmente legato al lemma con quattro “esse” anziché modernamente con tre).

L’Assesore scrive: Questo è il momento più che mai impellente, di parlare della chiesa di Santa Maria a piè di Chienti. Dobbiamo obbligatoriamente uscire dalle speculazioni, dai voli pindarici e dalle favole. Dobbiamo immergerci nei documenti, nella storia e nella seria analisi di questo monumento… Dobbiamo preservarne la memoria ed adoperarci tutti per tutelarlo, proprio per evitare che la NON storia possa distorcere la realtà storiografica…”. Mai parole furono più opportune, e, tutti consci di questo enorme problema che già venne segnalato come NON cultura per San Claudio, i saggisti hanno risposto immediatamente alla chiamata, scrivendo di tutto e di più sul soggetto Annunziata 900 ovvero i novecento anni dell’edificio, intendendo con tal data quella di costruzione.

Ho letto il libro ovvero l’insieme di saggi sui vari argomenti che caratterizzano l’edificio e ho finalmente capito che d’ora in poi nessuno potrà più speculare o fantasticare perché come detto nelle presentazioni l’opera è una vera, grande e scientifica full immersion nei documenti, perciò chi si chiede Perché l’Annunziata è del 1125? …avrà la risposta: “Perché si! È scritto nel libro!”. Dalla lettura dei saggi in questione si evince che la data 1125 ovvero 900 anni fa è la madre di tutte le date della storia. In realtà la si trova scritta su una lapide larga un paio di spanne murata all’interno del fronte barocco dell’edificio, e sulla pietra non ci sono altre scritte salvo gli ornamenti. È vero, lo scrive il Castignani nel primo saggio che c’è anche un documento dello stesso anno che parla di una consacrazione, che però è solo una cerimonia religiosa e non la posa della prima pietra di un cantiere, ma tutti sono concordi nel vedere tale pietra con la data come il documento probante della costruzione dell’edificio, come è esplicitato o sottinteso in quasi tutti i saggi (foto fig 1 pag 23 del libro).

Orbene, il frammento lapideo è murato in una struttura barocca perciò è ovvio che non le appartiene e ci è finito in un’epoca posteriore di parecchi secoli, ma pur avendo letto tutti i saggi, non ho trovato alcun riferimento che collochi la giacitura originale della pietra in un contesto strutturale della chiesa anch’esso originale di quella data, solo così la pietra supporterebbe la datazione del monumento, perciò nessuna parte dell’edificio è inequivocabilmente databile al XII secolo, ma quello si è deciso debba essere l’inizio. Gli esperti semplicemente si immaginano, ma senza poter addurre prove, che la pietra fosse stata murata in membrature costruite in quella data, che non sono certo il fronte barocco dov’è ora, pertanto nessuno ha detto e può dire dove fosse con precisione.

Estremizzando la questione non si può dire senza tema di smentite che quel reperto appartenga indubbiamente alla chiesa, visto che è nel posto sbagliato e non si sa altro di lui. Potrebbe addirittura essere, come molti altri frammenti antichi, un materiale di recupero impiegato nella costruzione, che poi un restauratore di epoca recente ha voluto nobilitare mettendolo in vista, una pietra vecchia di reimpiego trovata chissà dove nel corso dei secoli fra quella data e il Seicento, né più e né meno come il frammento di sarcofago istoriato che fa bella mostra di sé nell’estradosso del catino absidale interno (foto sotto) o del frammento in marmo bianco di un altro sarcofago riutilizzato come mattone proprio sul fronte anteriore.

Se non esiste certezza alcuna sulla provenienza della lapide, tutta la costruzione delle manifestazioni di Annunziata 900 si riduce a celebrare quel frammento istoriato piantato nel muro, ma se “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”… viva la lapide! Sono pienamente d’accordo che dare occasioni al turismo culturale sia cosa degna e giusta, ma indire crociate contro la “speculazione e la Non storia” di un edificio palesemente plurimillenario mi sembra un poco estremizzante, soprattutto se non viene esplicitato chi specula o cosa sia la “NON storia”, che se tale non val nulla e non merita di armare di penna uno squadrone di una decina di professori, ma se vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, così sia! Mi sembra evidente che l’operazione culturale del libro sia diretta a confutare “senza badare a spese” qualcosa o qualcuno, senza mai nominarlo e ciò è perfettamente lecito come è lecito che io, che mi pongo come semplice osservatore dell’evento, possa esprimere qualche chiosa che deriva dalla mia conoscenza del monumento. Apprezzo la correttezza dell’ingegner Castignani che nel saggio d’apertura inizia con una data del X secolo perché a quella data sono documentate le proprietà fondiarie dell’abbazia di Farfa e non ne fa la data di costruzione, ma ne vede solo il primo documento che parla del sito.

Da qualche secolo l’intellighenzia locale ha preso il vezzo di datare un monumento dal primo documento che lo cita, perciò se tale metodo fosse corretto allora lo si può applicare dappertutto perciò a esempio le piramidi sarebbero del IV sec a.C. perché è la prima data in cui ne scrive Strabone. Chi è convinto della correttezza del metodo si faccia avanti a ridatare i monumenti di Giza. Ma questa spiegata nel libro è la vera verità e siccome vuolsi così colà dove si puote l’Annunziata più indietro nel tempo non può esistere anche se nei saggi compaiono vari timidi accenni a un passato più remoto.

Lo stesso problema della data inamovibile, anche se completamente farlocca, si pone per gli affreschi del catino absidale: da quando il professor Avarucci ha misinterpretato uno sgraffio sull’intonaco facendone la data di esecuzione delle pitture, il 1447 è diventato un dogma e non si discute, anche se a mio avviso è impensabile che un maestro pittore dati la sua opera con un punteruolo, ma se così deve essere così sia. Ho letto l’expertise della specialista degli affreschi che non tocca le ragioni e i significati di tali rappresentazioni, a ella mi limito suggerire una maggior attenzione nel definire “trono” il sarcofago sul quale è assiso il Cristo (raffigurazione rarissima di origine orientale) perché è un dato importante e per nulla marginale per la storia della Basilica.

Mi avrebbe fatto piacere leggere da un esperto del ramo perché e quando e da dove questa rarissima (qui da noi) e sacra icona giunse a Montecò, certamente non dall’abbazia di Farfa. Qualcosa a riguardo ho letto su un libro del Lilii conservato alla Georgica di Treia, certamente noto anche ai saggisti, anzi citato per smentirlo senza spiegarne i motivi. Anche nella critica del trittico della Natività non ho letto alcunché riferito ai vangeli apocrifi a cui con una certa evidenza si ispirano le raffigurazioni di scuola giottesca. Nella storia trattata nel libro non c’è nulla sul contenuto religioso e cultuale di queste icone e del loro significato per i credenti della bassa val di Chienti, che per un gran lasso di tempo, se veneravano queste immagini, non erano allineati alle teologie farfensi e al Papato, perché anche questi argomenti sono storia.

E veniamo alle strutture. Mi ha piacevolmente incuriosito il ripercorrere la vicenda architettonica del monumento a ritroso, come fatto dal collega romano, partendo dalla situazione attuale, ma il percorso si arresta, fedele al diktat dei 900 anni al fatidico 1125, anche se una notevole quantità di elementi strutturali è tranquillamente databile molto prima, ma qualcuno non lo vuole. Se avessi scritto io questa parte, non avrei usato il termine “demolizioni” riferito a parti di struttura poi ricostruite, essendo la zona notoriamente sismica, avrei demandato a quelle cause naturali e non ai valligiani i motivi delle riedificazioni (e fors’anche delle riconsacrazioni) la questione dei sismi e delle alluvioni non è stata presa da alcuno in considerazione, cosa che avrebbe dovuto esser fatta in un’indagine istologica dichiarata e pubblicizzata complessa ed esaustiva, magari consultando l’elenco dei terremoti d’Italia edito dal Baratti agli inizi del 1900 e ragionandoci su un pochino.

Avrei anche posto più attenzione alle “cappelle radiali” e alla tipologia costruttiva delle loro emicalotte che dimostrerebbero di non essere tutte e tre costruite nello stesso periodo e men che meno ispirate da uno “stile cluniacense” che non è verificabile a Cluny nei suoi dettagli tipologici se non su disegni di fantasia di ricostruzioni congetturali. Inoltre un così profondo e onnicomprensivo esame storico architettonico avrebbe dovuto evidenziare i legami conoscitivi delle tecniche edilizie fra Montecò e Cluny (che a Cluny sono scomparse o non ci sono mai state), in un periodo in cui non circolavano ancora né le antologie di storia dell’arte made in France e neppure le foto sul web. Se a Cluny le absidi radiali non ci sono più è impossibile stabilire paralleli tecnici, mentre quelli planimetrici (i semicerchi del perimetro) sono semplicemente pretestuosi perché se devo fare una ruota essa è sempre rotonda e le tecnologie sono nei dettagli. Le absidi esistono già nell’architettura romana e i Magistri valdichientini non dovevano andar lontano a copiare.

Ho anche trovato curioso, perché privo di spiegazioni sulla genesi della planimetria, aver definito “schema basilicale” quello di una semplice chiesa di campagna, visto che tutti i saggisti si sono ben guardati dall’usare il titolo di basilica (titolatura che viene dall’essere un edificio di fondazione imperiale, come scrisse Andrea Bacci). Chissà mai cosa avranno voluto intendere in passato per chiamare basilica l’Annunziata, anche sulle carte geografiche, fino a qualche anno fa, quando senza alcun motivo è stata eliminata la tabella turistica che la indicava come Basilica, perché vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. Sarebbe allora opportuno cancellare Basilica anche da tutte le pagine internet dell’Annunziata e mandare una copia del libro anche a Google Earth che si aggiornino.

Nel saggione non è stata risparmiata neppure la piccola “Capsella”. Lessi sul saggio di Avarucci che sul coperchio c’erano scritti abbreviati dieci nomi più una “s” per decorazione. Ho appreso adesso che i nomi sono di meno, mi sembra quattro con i loro titoli. La cosa mi sorprende: il professor Avarucci se non erro era docente di Diplomatica ovvero uno dei massimi specialisti in materia, perciò la sua lettura avrebbe dovuto essere “scientifica” e professionale al massimo, ma è stata contestata. Se uno specialista è contestabile da un collega che proprio specialista in quel ramo non è, essendo archeologo classico, mi chiedo che senso abbia l’aver riportato all’inizio della pubblicazione le credenziali dei “Curriculum” degli autori. Visto che tutti quelli che sono prof. possono fare di tutto e di più, a cosa serve mostrare nei loro titoli accademici la specializzazione dei dieci? Io, che sono estraneo al problema Capsella, ritengo semplicemente che se la Capsella era un reliquiario, sul coperchio era logico ci fosse qualche indicazione del sacro contenuto, piuttosto che dei nomi perdipiù abbreviati e in modo talmente criptico che due “specialisti” ne hanno dato interpretazioni differenti.

Se la lettura di uno dei reperti chiave fatta da un accademico specialista come il prof Avarucci (e non da “dilettanti”) è così facile da contestare (purché da un docente universitario), dov’è la “definitività” e la credibilità di tutto ciò che si può leggere sul libro in questione? Mi complimento, per concludere, con la professoressa Stortoni che ha illustrato con freschezza e competenza i risultati delle indagini georadar sulla porzione del parco a nord dell’edificio, evidenziando la lunghissima antropizzazione, le tracce di murature interrate, la vita attiva dei secoli più lontani in modo veramente accattivante. Non posso però fare a meno di stigmatizzare il fatto che in ossequio al diktat dell’Annunziata 900, dopo aver scandagliato in lungo e in largo il terreno circostante, non abbia fatto anche una veloce e opportuna passata sul pavimento attuale dell’Annunziata, forse perché, se l’avesse fatto, la sua onestà intellettuale l’avrebbe costretta a descrivere i resti del tempio piceno sottostante, quel tempio pagano sul quale nel quinto secolo i “monaci d’oriente” come scrisse Camillo Lilii, (quelli che veneravano l’icona del pantocratore) edificarono la loro chiesa sfruttandone le fondazioni, proprio quel tempio dove sgorgava, secondo Dione Cassio, la fonte sulfurea dedicata al dio Granno.

Medardo Arduino

Medardo Arduino

21 settembre 2025

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