Roberto Scorcella presenta: “Manuale di Sopravvivenza 2 – Appunti per quando non ci sarò (anche se ci sarò ancora)”

Roberto Scorcella torna in libreria con “Manuale di sopravvivenza 2”: un padre, un figlio e le parole da lasciare quando arriva il momento di fare i conti con se stessi
A un anno e mezzo da “Manuale di sopravvivenza (per anime che non si adattano)”, il 28 agosto esce su Amazon “Manuale di Sopravvivenza 2 – Appunti per quando non ci sarò (anche se ci sarò ancora)”. Non un seguito tradizionale, ma un libro più intimo e personale, costruito come una lunga consegna da un padre a un figlio. Se il primo Manuale dell’autore tolentinate nasceva soprattutto dall’osservazione di un mondo nel quale sentirsi fuori posto può diventare quasi una condizione esistenziale, questo secondo volume entra in un territorio molto più privato. Al centro non c’è più soltanto l’uomo che cerca di orientarsi tra convenzioni, ipocrisie, aspettative e ferite, ma soprattutto un padre che prova a lasciare qualcosa a suo figlio.

Non un testamento e nemmeno una raccolta di insegnamenti. Piuttosto una lunga consegna fatta di errori riconosciuti, paure, orgoglio, lavoro, amore, dignità, persone ferite, occasioni perdute, rimpianti e cose comprese quando ormai il tempo aveva già fatto il proprio lavoro. Il libro si apre infatti con una dichiarazione che ne contiene già lo spirito: «Non sono qui per insegnarti a vivere».
È il rifiuto deliberato della posizione del maestro. Scorcella non costruisce il libro dalla prospettiva di chi ritiene di avere trovato risposte definitive, ma da quella, assai più fragile, di chi riconosce di avere sbagliato abbastanza da poter forse indicare almeno qualche buca lungo il percorso.

Il sottotitolo, “Appunti per quando non ci sarò (anche se ci sarò ancora)”, racconta proprio questo. L’assenza alla quale il libro guarda non è necessariamente soltanto quella definitiva. Può essere la distanza che arriva con il tempo, con l’età, con la fragilità, con il cambiamento dei rapporti tra un padre e un figlio che cresce e costruisce inevitabilmente una vita propria. Da qui nasce uno dei nuclei più forti del volume: l’idea che amare un figlio significhi anche imparare a non consegnargli le proprie macerie. «Tu non sei il mio risarcimento. Tu sei la tua vita», scrive Scorcella. E ancora: «La tua vita non deve somigliare alla mia per essermi fedele. Anzi, tradiscimi pure, se serve. Tradisci le mie paure. Tradisci i miei limiti. Tradisci le mie sconfitte».

Il rapporto padre-figlio costituisce dunque l’ossatura emotiva del libro, ma le oltre seicento pagine di Manuale di sopravvivenza 2 affrontano temi che progressivamente diventano universali. Il fallimento e la capacità di non trasformarlo in identità. Il lavoro e il rischio di consegnargli l’intera esistenza. L’amore e la differenza tra amare e dipendere. Il bisogno di approvazione. La paura travestita da orgoglio. Le parole non dette. Le scuse arrivate tardi. La necessità di imparare a perdere, a lasciare andare e, soprattutto, a non aspettare di essere completamente “salvi” prima di cominciare a vivere.

Ne emerge un libro che alterna confessione, ironia, durezza e tenerezza, senza nascondere le contraddizioni dell’autore e senza cercare una consolazione facile. «La felicità, quando passa, non controlla se sei pronto», si legge in uno dei passaggi. «Qualche volta devi aprire con i capelli in disordine, la casa impresentabile, il cuore ancora pieno di scatoloni». E ancora: «Tu non sei solo quello che ti è successo. Sei anche tutto quello che farai dopo».

Rispetto al precedente Manuale di sopravvivenza, il nuovo libro mostra quindi una scrittura ancora più autobiografica e scoperta. Il tono resta quello diretto, spesso crudo e volutamente privo di retorica che caratterizza la produzione di Scorcella, ma questa volta il destinatario concreto delle parole cambia tutto: dietro ogni riflessione rimane infatti la presenza di un figlio al quale un padre tenta di consegnare non una verità, ma una possibilità di scelta. Non a caso una delle immagini che meglio sintetizzano il volume compare già nel prologo: «Non voglio lasciarti un monumento. […] Io vorrei lasciarti una panchina. Una cosa semplice. Un posto dove sederti ogni tanto, senza obbligo di commuoverti.»

È forse proprio questa la chiave di lettura del nuovo lavoro di Roberto Scorcella: non costruire un monumento a se stesso, ma lasciare un luogo nel quale tornare. Un posto fatto di parole, contraddizioni, confessioni e qualche consiglio pronunciato con la cautela di chi sa che ogni generazione dovrà comunque trovare da sola la propria strada. E con un ultimo desiderio, semplice quanto difficile: che chi verrà dopo possa prendere ciò che serve e lasciare lì tutto il resto.

28 agosto 2026

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