A Pollenza scavi destano i fantasmi di un passato cancellato: Battistero o Mausoleo?

Pollenza – La via principale a soqquadro e le piazze decorticate inducono un silenzio innaturale come non si provava da molto tempo, da quando cioè non circolavano ancora le automobili, e i calessi erano rari. Un silenzio del tutto rispettoso di un “qui giace” che emana dalle tracce residue di ossa umane fra le fondamenta di un edificio che è apparso durante i lavori e che ha fatto accorrere gli archeologi.

Ne ho sentito parlare e sono andato a vedere la zona recintata degli scavi. Nel nostro caso mi stupisco che il ritrovamento di resti di fondazioni non fosse noto e previsto quando si appaltarono i lavori di ripavimentazione, perché ciò che è venuto alla luce doveva essere più che noto alle autorità comunali essendo la base di un edificio demolito nel 1926 quindi un secolo fa e non all’epoca delle mai avvenute “invasioni barbariche”, pertanto, pur se non era ancora Ministero dei Beni Culturali, ma competenza del Ministero della Pubblica Istruzione, del monumento demolito ci doveva essere ampia e nota documentazione con tanto di benestare.

Da quanto ho potuto conoscere della storia della “piazzetta”, fino appunto al 1926 piazzetta non era perché occupata quasi interamente dalla Chiesa parrocchiale di Sant’Andrea con annessa sacrestia. Le notizie della demolizione dicono di una necessità imposta dal dissesto della copertura, ma dal punto di vista dei lavori sarebbe stato più economico ripristinare le travature del tetto piuttosto che demolire tutto, ma c’è anche una seconda ragione, spiegata dal solito malpensante di turno che vorrebbe la demolizione richiesta dalla nobildonna Ricci perché l’edificio le toglieva il sole.

Le planimetrie e gli schizzi del monumento lo definiscono “Battistero” prima che Chiesa, ma forse per abitudine, non mi è sembrata la definizione tipologica più corretta per l’edificio originale, perché non c’è in piazza nessuna importante chiesa a cui legarlo, come a esempio il celebre Battistero fiorentino in faccia al Duomo. Che sia stato riutilizzato come chiesa cristiana e dotato di tre altari e un fonte battesimale non ne fa un edificio realizzato originalmente per quella funzione, soprattutto se all’interno si sono ritrovate le ossa umane di una sepoltura. In passato non si seppellivano i morti nei battisteri, tranne un caso assolutamente eccezionale, (e l’eccezionalità è spiegata in tutte le note storiche) di quello fiorentino a cui ho accennato. Sì, perché secondo le abitudini del passato unite a quanto ho potuto sbirciare dalle reti, le residue strutture in pietra e la particolare planimetria mi sembrano proprio quelle di un imponente mausoleo funebre che, per l’impiego di materiale lapideo anziché laterizio, penso di collocare in quel periodo di lenta ripresa autarchica dalla grave crisi economica (dopo lo tsunami di Creta del IV secolo) che gli storici chiamano Alto Medioevo.

L’edificio era largo 15 metri circa e dallo spessore delle membrature poteva essere alto altrettanto: una opera non colossale ma neppure trascurabile, della quale ci dovrebbero essere anche fotografie. La questione che l’amministrazione non si è posta quando la si è demolita è relativa all’origine. La particolare planimetria è stata sviluppata su un ottagono regolare, schema che gli storici dell’arte collocano nella tipologia degli edifici a pianta centrale e per questo mi permetto di ipotizzare, anche per la presenza di inumazioni, che sia nata come mausoleo, meno imponente di Castel Sant’Angelo a Roma, ma notevole per la dimensione urbana della Pollenza del tempo, quindi non poteva essere altro che l’imponente tomba di un personaggio importante e di gran potere.

Lo schema compositivo è particolare, ma segue una moda tipica dell’Alto Medioevo: i lati dell’ottagono sono arricchiti ciascuno da un’absidiola semicircolare di diametro modesto, ma simile sia a quelle di romana memoria sia a quelle immancabili nelle chiese dei nostri monasteri appunto altomedievali. Le absidiole potevano salire fino a mezza altezza dell’ottagono o forse poco più, per lasciare spazio a delle piccole finestre in alto. Uno schema compositivo più elaborato, ma concettualmente simile a quello dell’edificio carolingio di San Maroto di Pievetorina. Ma chi poteva essere il personaggio di grande potere degno di un tal mausoleo? Certamente non era un “Pollentino” perché questo nome è stato dato al sito solo nel 1800 e apparentemente senza un motivo, “apparentemente” perché il motivo c’era eccome! Quindi si deve cercare una ragione per quel nuovo battesimo in “Battistero”.

A proposito di Pollenza, ricordo le serate estive di qualche anno fa e le conferenze nel Chiostro Francescano intitolate “Il nome Perduto”. Anch’io fui invitato a parlare sul tema ed esposi i risultati delle mie ricerche al riguardo. Per me il nome perduto dell’insediamento non era quello a cui si voleva tendere, relativo alla Gens Pollia preromana a cui forse si ispirava il nuovo nome Pollenza, era invece importante quello che ereditò dal Dominus Loci altomedievale, in quanto prima di essere Pollenza, l’insediamento nacque col nome di “Monte Milone”, sul culmine del poggio non lontano da un antico tempio funebre e cimitero d’epoca romana di cui restano tracce a Trebbio.

L’urbanistica caratteristica dei paesi marchigiani, tutti collocati sul culmine dei poggi, è nata nell’Alto Medioevo con la lenta migrazione degli abitati d’origine piceno-romana da mezza valle alla prossimità del recinto del “Castrum” signorile contenente l’edificio turriforme del “Dominus Loci”: il signore del posto. In questi insediamenti il Dominus, con il deterrente esercitato dal suo piccolo gruppo di armigeri, difendeva i suoi contadini dai tentativi di razzia da parte di gruppi armati di sbandati senza padrone, fenomeno che la storiografia chiamò “invasioni barbariche”, ma che gli sceneggiatori de” L’armata Brancaleone” hanno riportato a dimensioni più concrete. La maggioranza dei centri abitati collinari, qui da noi più che da altre parti d’Europa, si chiama infatti “monte” con il nome del signore locale, quei personaggi che, discendenti dei quadri di comando delle legioni romane, furono poi radunati da uno di loro, tal Pipino il Breve (quel Pippì lu Ciucu in dialetto nostrano, che la storiografia farlocca dice fosse un “maggiordomo” ovvero un servitore anziché un Maior Dominus cioè il più potente fra i Signori).

I nomi degli insediamenti dei “Domini loci” sono molti e cito a esempio Appone, nome chiaramente altopiceno, poi Cassiano, Elparo, Giberto, Giorgio, Grimano, Leone, Lupone, Olmo, Ottone, Porzio, Prandone, Raimondo, Rinaldo, Roberto, Rubbiano, Urano e infine Uidone (leggi Vidon ovvero Guidone). Alcuni di questi sono ricordati addirittura nella Chanson de Roland come paladini carolingi. Di questi personaggi fra storia e leggenda ne ho saltato apposta uno, fra Lupone e Olmo, perché è un nome più particolare degli altri, e si lega inequivocabilmente a un personaggio e una storia che il negazionismo ha voluto cancellare, ed è riuscito a farlo perlomeno fino a prima dell’invenzione di Internet.

Lo ha fatto cambiando addirittura il nome originale dell’abitato (a casi estremi estremi rimedi, dice la massima popolare) che oggi appunto si chiama Pollenza e ha anche rimaneggiato la memoria facendo scrivere una nota apocrifa e non documentata di un longobardo senza storia che, dopo aver accompagnato Carlo III a Roma, tornando a casa ha pensato bene di diventare il signore di quella che oggi è Pollenza, (senza alcuna investitura e diploma) come se il nostro territorio, che è antropizzato fin dal paleolitico, fosse una landa inabitata e di immediato possesso del primo arrivato, come ai tempi della corsa all’Ovest della storia Americana.

Questo personaggio non si chiamava né Jim Bowie e neppure Buffalo Bill, ma Milone, un nome tipico piceno perché un Milone in età tardo antica è documentato quale marito della figlia di Silla a Septempeda e un altro in un tempo più remoto è stato un tribuno. Sappiamo tutti, però, che io non intendo parlare di quei Milone della storiografia antica, ma chiaramente di quel dominus loci piceno (tutt’altro che longobardo come vorrebbe la storiella rabberciata locale) che senza dubbio fu il signore incastellato sul cocuzzolo che oggi è Pollenza, ma che dall’origine al 1700 si è chiamata Monte Milone, parimenti agli altri “monti” marchigiani.

Ho più volte trattato, e non solo nel mio ultimo libro, la questione della alienazione dei documenti e poi della negazione della storia della Francia picena, Pollenza è uno dei molti casi, anzi è uno degli estremi della casistica perché per Monte Milone non è bastato bruciare l’archivio comunale (nel 1400) come in tutti gli altri siti; il semplice nome di Monte Milone sia nella memoria popolare sia per gli storiografi sottolineava la posizione di estrema importanza di questo Signore nell’organizzazione feudale dei “Comites fideles” inventata da Re Pipino, in quanto anche localmente si ricordava che Milone aveva sposato Berta la sorella di Carlomagno.

Sbirciando da lontano gli scavi e notando la dimensione delle tracce del manufatto non ho potuto che collegare la maestosità del “mausoleo” con la figura altrettanto maestosa per la storia, del genero di Pipino. Non vedo altro motivo per un simile manufatto in un insediamento altomedievale che oltretutto ha di fianco il Monte Franco, nome che è tutto da decifrare se non è legato a Milone e al suo mausoleo. Certo che tutto questo rende sempre più credibile la storia della Francia Picena scoperta da don Carnevale e negata a più non posso. Mi si potrà dire, come al solito, “che non ci sono documenti a provarlo”. È vero che l’Alto Medioevo è povero di documenti scritti, ma qui da noi è ricco di prove materiali, fra le quali ora c’è anche il mausoleo di Monte Milone. Certo non c’è un documento nel quale un notaio ne certifica la costruzione.

Per mia fortuna a riguardo della questione, fra la sessantina di documenti autentici del periodo pipinide ce n’è uno alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi che certifica un placito di Pipino re dei Franchi nel quale il monarca si pronuncia su una questione fondamentale di diritto fondiario. Il placito è talmente importante che re Pipino è assistito dalla presenza testimoniale dei “sei più alti in grado fra i suoi fedeli”, i cui nomi il notaio riporta in ordine d’importanza. Indovinate il nome di chi era al primo posto fra i “proceres” di re Pipino. Ve lo lascio immaginare (Milone). Questo documento è inoppugnabile, è stato portato a Parigi da Carlo il Calvo con altri di Pipino per avere i precedenti giuridici per la gestione del suo regno ed è stato conservato fino ad oggi e non serve aggiungere altro.

Chi scuote la testa e non ci vuol credere faccia come ho fatto io, cerchi nelle pubblicazioni della Biblioteca Nazionale di Francia i diplomi trascritti di Re Pipino e legga il rogito notarile della donazione fondiaria all’abate Fulrado di San Ginesio, fatta per meritarsi il paradiso da una “signora perduta” (una lupa), atto contestato da Gislemaro figlio della donatrice. È storia, non leggenda. Un semplice DNA sulle ossa trovate, per stabilire l’epoca del decesso potrebbe confermare “scientificamente” la storia di Monte Milone.

Medardo Arduino

Nota a margine del Direttore – dalla foto panoramica aerea di Pollenza su può osservare il nucleo primitivo della città, con la sua forma circolare, eretto sulla parte più alta della collina e al centro di questo, evidenziato dalla freccia e dal circoletto, c’è il ritrovamento. Appare evidente la centralità del manufatto e il dubbio è: Monte Milone fu costruita intorno al Mausoleo o il Mausoleo è stato eretto successivamente  al centro dell’abitato originale? Comunque un monumento importante e significativo! 

31 agosto 2026

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