Dall’esperienza dalla spedizione Overland una occhiata diretta all’inquinamento nel mondo 

La spedizione Overland con i suoi viaggi ha percorso tutti i continenti con lo scopo di documentare le condizioni del nostro pianeta alla fine del secondo millennio e, più ancora, in accordo con l’UNICEF, di documentare le condizioni di vita dei bambini nel mondo. Questo per sensibilizzare l’opinione pubblica, a tutti i livelli, per svolgere concretamente, attraverso una raccolta di fondi a favore dell’UNICEF, un’azione concreta per i bambini in difficoltà. L’UNICEF, lo ricordiamo, è l’organizzazione delle Nazioni Unite che opera nel mondo a favore dei bambini negli stati, nelle aree geografiche, dove, per condizioni ambientali, politiche, economiche, sociali l’esistenza dei bambini è più difficile.

In questo documentare viaggiando, un altro aspetto ha colpito i partecipanti: le condizioni dell’ambiente come natura, come città, come acque, come condizioni di vita umane. Ne è risultato un quadro poco felice. L’aggressione alla natura, inquinamento degli elementi naturali da parte dell’uomo è evidente sotto tutti i cieli e a tutte le latitudini.

Cosa intendiamo per inquinamento? Lo definiamo come dispersione incontrollata nell’ambiente di rifiuti animali e industriali ma anche come modifica delle condizioni naturali. Come regola generale qualunque prodotto, alla fine della sua vita deve essere smaltito. Se lo smaltimento avviene in maniera incontrollata si genera inquinamento. Con questa premessa appare evidente che il problema dello smaltimento dovrebbe essere posto come priorità nel momento stesso in cui si decida di costruire un qualunque oggetto. Quando si inizia una produzione industriale, si dovrebbe già sapere come i prodotti, a fine vita, saranno poi smaltiti o riciclati. Non solo i prodotti stessi, ma anche le acque e i sottoprodotti del processo produttivo. Tutto questo non è avvenuto nel nostro mondo evoluto, anche perché inizialmente i prodotti erano pochi, i componenti erano costituiti da elementi naturali che la natura stessa avrebbe potuto assorbire e distruggere. I fumi venivano scaricati direttamente nell’atmosfera, le acque e i liquami in mare o nei fiumi.

La natura non ce la fa – In effetti il problema dell’inquinamento si pone quando la natura, nel suo ciclo normale, non è più in grado di assorbire e neutralizzare quanto le viene scaricato. Un esempio: pochi animali, in un pascolo alpino, non provocano inquinamento perché il terreno è in grado di neutralizzare gli escrementi. Se invece una grande mandria o un grande gregge stazionano permanentemente presso un ruscello, un fiumiciattolo, le acque ne risulteranno profondamente inquinate. Forme di inquinamento esistono, sono presenti in tutto il mondo. Per eliminarle occorre un grande sforzo culturale ed economico.

Vari tipi d’inquinamento – Evitare l’inquinamento costa molto in termini economici, ma più di tutto è necessaria la convinzione che è fondamentale mantenere pulito e più intatto possibile il pianeta, che è il nostro habitat. L’inquinamento ha forme e cause diverse. C’è quello tipico dei paesi ricchi, causato dalla difficoltà o dall’inerzia di smaltire enormi quantità di rifiuti e naturalmente dalla scarsa cultura, dall’ignoranza e dall’indifferenza di buona parte degli umani. C’è l’inquinamento da povertà, nei paesi dove le scarse risorse economiche fanno anteporre bisogni più essenziali alla tutela dell’ambiente. C’è l’inquinamento causato da problemi ambientali, dove le difficoltà di vita per le condizioni climatiche rendono difficile, se non impossibile dedicarsi alla difesa dell’ambiente. Infine l’inquinamento causato da ignoranza e indifferenza.

Osservare viaggiando – In genere però ci sono sempre varie cause all’origine, a monte dei fenomeni di degrado. Viaggiando nel mondo si può osservare la situazione nei vari paesi, analizzare, fin dove possibile, cause ed effetti. Anche se a volte il breve tempo a disposizione può portare a commettere errori di valutazione. Nel nostro mondo occidentale, ricco e opulento, i problemi di inquinamento sono iniziati con l’esplosione della produzione industriale alla fine della seconda guerra mondiale, con la massiccia produzione di prodotti ottenuti con processi di chimica organica e non attaccabili organicamente, tipico esempio è la plastica. Solo per inciso anche la prima guerra mondiale ha dato il suo contributo.

Vi sono alcune zone nel confine tra Francia, Paesi Bassi e Germania talmente impregnate di resti di esplosivi e gas da essere preclusi al transito. Di fronte all’evidente scempio si è corso ai ripari con la emanazione, da parte di tutti gli stati, di norme limitanti la emissione di sostanze inquinanti nell’atmosfera, nelle acque e che disciplinassero lo smaltimento dei prodotti e sottoprodotti industriali e dei rifiuti. Non possiamo però dire che la situazione nel nostro settore, nella nostra parte di mondo sia risolta. Esistono alcuni fattori che condizionano pesantemente il rispetto dell’ambiente e che rendono difficile, se non impossibile gli interventi necessari.

Nimby – Uno di questi è quello che è comunemente indicato con la sigla NIMBY, ossia fate quello che volete ma non nel mio giardino. E così le varie comunità insorgono contro questo o quel provvedimento. Poi c’è l’ignoranza, lo scarso senso civico, l’indifferenza che trasformano alcune zone in lerci immondezzai, come le aree di sosta, le aree per il picnic, i bordi delle strade. Non dimentichiamo la legislazione che, se troppo restrittiva o burocraticamente pesante, spinge a disperdere i rifiuti piuttosto che sottoporli a pesanti adempimenti per lo smaltimento regolare. Discariche, inceneritori, stazioni di riciclaggio, sono malvisti da tutti e nessuno le vuole accanto. I rifiuti crescono, non si sa dove metterli e cosa farne e il paese si punteggia di discariche abusive e incontrollate.

Una seconda forma di inquinamento è quella che deriva dalle difficoltà economiche. È la forma oggi più evidente nei paesi dell’est europeo, nei paesi asiatici, nei paesi dell’America centrale e meridionale. Non vi sono soldi per depurare i fiumi e le ciminiere emettono fumi pieni di sostanze inquinanti, i motori dei mezzi di trasporto usano carburanti poco raffinati e bruciano male, liquami sparsi ovunque, la raccolta dei rifiuti funziona a singhiozzo per cui i rifiuti giacciono in ogni dove. Il fenomeno è assai vistoso nelle grandi aree urbane, oppresse da una costante cappa inquinante. Ricordo con angoscia l’aria irrespirabile, nei giorni senza vento, di Guatemala City, di Città del Messico e l’odore nauseabondo di alcuni canali di San Paolo.

Dall’altro lato del pianeta le città cinesi, sedi di industrie metallurgiche, avvolte costantemente in una fitta nebbia che attanaglia la gola. In tutto l’Est europeo i problemi economici hanno creato uno scenario da “the day after”. Veicoli inutilizzabili abbandonati in ogni dove, stabilimenti e fabbriche abbandonate con il vento che sparge intorno scorie e rifiuti, serbatoi arrugginiti che perdono liquidi dall’aspetto poco rassicurante. Altra visione che torna alla mente è quella di alcuni villaggi indiani, dove si cammina sempre su uno strato di rifiuti.  È evidente però che la pressione demografica, la densità di popolazione è una delle grandi cause di degrado. In alcuni paesi, che solo di recente si sono affacciati alla nostra civiltà, si riscontra una forma d’inquinamento causata dall’uso di prodotti “nuovi”.

Così nello Yemen abbiamo insegnato e convinto gli yemeniti a bere acqua minerale perché più salubre di quella attinta dai pozzi, li abbiamo anche convinti a usare detersivi industriali anziché quelli tradizionali naturali. Ma non abbiamo detto cosa fare delle bottiglie vuote di plastica, dei contenitori dei detersivi. E lo yemenita, abituato da secoli a buttare in terra i rifiuti perché tutto era organicamente degradabile, continua a fare lo stesso con le bottiglie di plastica. E oggi vi sono villaggi che hanno le strade lastricate completamente da bottiglie di plastica. Queste oggi stanno conquistando anche i deserti africani, abbandonate da viaggiatori irriguardosi e incivili.

E i sacchetti di plastica? Avvicinandosi a un’oasi africana, a un villaggio sudamericano, colpiscono i sacchetti di plastica impigliati ovunque, nei fili spinati, negli steccati, sugli alberi. Ma anche da noi c’è uno spettacolo simile. Basta osservare i fiumi: dopo una piena: tutte le piante sulle sponde sono decorate con sacchetti di plastica come scheletrici alberi di Natale. Neppure l’Himalaya si è salvato, il campo base dell’Everest, sul versante nepalese, si è trasformato, negli anni, in una enorme discarica. E sì che gli alpinisti dovrebbero amare e rispettare la montagna. Bisognerebbe pubblicare un elenco di quanti sono passati dal campo base dell’Everest per metterli all’indice!  La situazione è migliore sul versante cinese, sia perché i cinesi hanno concesso permessi di salita solo più tardi, sia perché la strada che raggiunge il campo base consente un più facile smaltimento a valle dei rifiuti. Senza dimenticare che, purtroppo, la via di salita all’Everest è punteggiata dai corpi degli alpinisti morti e che nessuno ha riportato a valle.

Inquinamento da conflitti – Infine non va dimenticata una forma pesante di inquinamento, quella causata dai conflitti. Vi sono vaste zone inagibili, sottratte all’uso da parte dell’uomo perché cosparse di mine, di ordigni bellici che impediscono sia i pascoli che le colture. Una di queste zone è vicina a noi, un’area del confine tra Francia e Germania sconvolta durante la I guerra mondiale. Poi Afghanistan, Angola, il sud del Marocco, la Mauritania, solo per citare alcuni tra i paesi più colpiti. In una visione complessiva del nostro pianeta, dobbiamo riconoscere che poche aree si sottraggono a fenomeni più o meno pesanti di inquinamento.

Neppure la Siberia ne è indenne, nonostante la sua enorme estensione. In questa regione le forme più evidenti di inquinamento sono quelle dovute alle estrazioni petrolifere e all’uso massiccio di carbone per la produzione di calore e di energia elettrica. Un manto nero, persistente, che ricorda quello che sull’Etna ricopre d’inverno i campi da sci, copre i dintorni delle città siberiane. Le sole isole felici del globo sono oggi il nord canadese e l’Alaska, la Polinesia, l’Australia e l’Antartide, grazie alla bassa densità di popolazione e all’assenza di stabilimenti di produzione industriale.

E noi? Dobbiamo rassegnarci oppure dobbiamo reagire? È chiaro che tenere pulito l’ambiente costa ma è imperativo se non vogliamo, con una previsione molto facile e realistica, estinguere in breve tempo la civiltà per avvelenamento o per soffocamento, seppellita sotto uno spesso strato di plastica.

Gianni Carnevale

1 settembre 2026

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