Ricordo la sagoma (scura per la fuliggine) della ciminiera della filanda che a Filottrano, dove sono nato, ha resistito fino al 1962, seppur danneggiata dalla guerra: caratterizzava il panorama e rendeva riconoscibile la città arrivando da fuori.
La filanda era la struttura industriale (a Filottrano attiva fino agli ultimi anni preguerra) per l’estrazione della seta dai bozzoli prodotti dai bachi, allevati in modo pre-industriale nelle case coloniche, residualmente fino a tutti gli anni ‘50, in modo più diffuso nei decenni precedenti. Pratica millenaria in Cina, la bachicoltura nelle Marche risale al 1300 e pare che sia giunta nel 553 in Occidente grazie ai missionari che dalla Cina portarono dei bozzoli all’imperatore Giustiniano.

L’allevamento richiedeva poca attrezzatura: una stanza o due, solitamente il magazzino o il granaio, per ospitare le impalcature di legno sovrapposte, i “graticci”, sui quali venivano posti i bachi; in verità nei mesi della bachicoltura tutta la casa poteva essere occupata dai rami di gelso o dalle foglie, compreso il tavolo di cucina, per cui succedeva pure di dover mangiare per terra! Preliminarmente bisognava procurarsi la “semenza”, le uova di bachi: si prendeva in prestito dai vicini, si poteva comprare (il mercato pubblico dei bozzoli esiste in Italia dal 1834!) o anche produrre in proprio conservando in un cassetto al caldo, dall’anno precedente, alcuni bozzoli da cui nascevano le farfalle (queste, tenute sopra una tela ripiegata su se stessa, deponevano lì le loro uova che, quando stavano per schiudersi a primavera, avevano bisogno di caldo e perciò erano tenute dentro una pezza di lana nella stalla o sul seno delle donne).
Le uova, pronte alla schiusa, venivano poste sul graticcio e coperte con un foglio di carta bucherellato: i bachi, man mano che nascevano, vi si infilavano alla ricerca delle sovrastanti foglie di gelso. Normalmente i contadini raccoglievano (nei sacchi di iuta) due volte al giorno (al mattino e alla sera) la “fronna” fresca, da somministrare ai bruchi voraci: quintali e quintali di “foia”. Tollerata dai proprietari del terreno la bachicoltura forniva integrazione al reddito del mezzadro che spesso – non sempre – doveva dividerlo a metà col padrone. L’allevamento dei bachi era solitamente incombenza delle donne, che – oltre a “far fronna” – dovevano quotidianamente provvedere alla pulizia del letto dei bachi, asportando gli scarti delle foglie e gli escrementi: l’igiene era importante per evitare infezioni e morie.

Entrando nella stanza che li ospitava, si sentiva il rumore continuo dei bachi che masticavano le foglie di gelso: negli ultimi giorni di vita per loro si lasciava accesa la “luma” a petrolio perché potessero mangiare anche di notte e così crescere più presto e anticipare la formazione del bozzolo. In poco più di un mese i bachi, a forza di mangiare con le sole pause di “dormita” per le 4 mute, passavano da un minuscolo punto nero a un vermicello bianco e rosa di 7-8 cm di lunghezza, poi s’arrampicavano a grappoli su per i “fuselli” verticali, o “alberelli”, per cominciare la loro filatura, cioè per fare i loro bozzoli dorati con la propria bava e ci si chiudevano dentro: una settimana di lavoro creativo e misterioso! Altre due settimane sarebbero servite al baco per trasformarsi all’interno del bozzolo in crisalide e poi in farfalla; ma, al fine della produzione di seta, bisognava intervenire prima che la farfalla bucasse il bozzolo rovinando il filo: i bozzoli andavano venduti subito, oppure essiccati al forno, sacrificando l’insetto.
A questo punto interveniva il lavoro della filanda e delle donne che ci lavoravano (una quarantina a Filottrano): le filandaie immergevano i bozzoli nell’acqua bollente, con l’aiuto di una spazzola cercavano il capo del filo, lo arrotolavano nei rocchetti, lo riannodavano rapidamente quando si rompeva e lo filavano in matasse. A volte erano poco più che bambine queste lavoratrici, malpagate anche perché poco qualificate, comunque impegnate per 12 ore al giorno nell’ambiente afoso e saturo d’umidità della filanda: le loro mani bianche, gonfie per i geloni o raggrinzite, sembravano appena uscite da un lungo bagno in mare, a differenza di quelle callose e tutte rughe delle contadine che avevano prodotto la materia prima dell’industria serica. Le une e le altre regolavano il ritmo delle giornate al suono lugubre della sirena, d’inizio e fine lavoro, della filanda.
Enzo Monsù

14 settembre 2026


