Il prossimo webinar EllePì approfondirà il congedo di paternità, tema centrale dell’ultimo report Policy@Work del Centro di Ricerca EllePì curato da Paolo Bonini. Il congedo di paternità, che alimenta i dibattiti più recenti di diritto del lavoro italiano, ha una storia complessa e stratificata, che vede un intrecciarsi di tematiche giuslavoristiche e normative con tematiche sociali e culturali che tracciano l’evoluzione del concetto di genitorialità nel corso degli ultimi decenni. Negli anni Settanta, il congedo di paternità non era previsto dalla legge in quanto istituto a sé stante: era contemplata la fruizione del congedo di maternità da parte del padre in sostituzione della madre unicamente in casistiche estreme quali il suo decesso. Successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, il padre veniva riconosciuto come titolare di diritti di cura della prole, ma ancora alternativamente alla madre. Un passo in avanti è costituito dal Testo Unico della maternità e della paternità, dove il congedo parentale veniva disciplinato come istituto neutro rispetto al genere, iniziando a discernere le due componenti della genitorialità: quella fisico-biologica, legata all’evento del parto e dunque alla madre, e quella affettiva, connessa ad entrambi i genitori in egual misura.
Il congedo di paternità obbligatorio in quanto istituto tutelante il diritto di cura in capo al padre in modo autonomo dal diritto della madre è stato istituito nel 2012 con la Riforma Fornero, che prevedeva un giorno obbligatorio di astensione dal lavoro per il padre lavoratore dipendente. Dopodiché, con un approccio frammentario e incrementale, una serie di disposizioni speciali (le leggi di bilancio successive alla Riforma Fornero) aumenta le giornate obbligatorie fino ad arrivare a 10 nel 2021. Solamente nel 2022 un decreto legislativo istituisce nel Testo Unico un articolo dedicato al congedo di paternità, disciplinando in maniera più organica quelle che fino ad allora erano state normative frammentate.
A livello di congedo parentale facoltativo, le leggi di bilancio dal 2023 al 2025 hanno aumentato l’indennità retributiva riconosciuta nei primi tre mesi di congedo, portandola all’80%; nei mesi successivi, l’indennità è pari al 30% della retribuzione. Le riforme sull’indennità erano neutre dal punto di vista del genere: “il legislatore non ha introdotto […] incentivi specifici per il padre, lasciando al libero accordo della coppia la decisione su chi utilizza i mesi più remunerativi”.
Dove siamo oggi?
Negli ultimi anni il tasso di utilizzo del congedo di paternità obbligatorio si è assestato tra il 64 e il 65%; ciò significa che un terzo dei padri aventi diritto non ne usufruisce. Nonostante l’incremento dell’indennità abbia aumentato il numero assoluto di padri fruitori del congedo parentale facoltativo, rimane un divario strutturale nell’utilizzo del congedo parentale, con un rapporto di 5,5 giorni di congedo utilizzati dalle donne a fronte di un giorno utilizzato dagli uomini. Inoltre, l’Italia è uno dei Paesi europei con il congedo di paternità obbligatorio più breve. Ad esempio, nei Paesi nordici una quota del congedo parentale è non trasferibile e riservata a ciascun genitore: se il padre non la utilizza, la coppia la perde; questa misura è un incentivo economico forte ad un utilizzo più equidistribuito del congedo parentale.
In questo quadro, quali messaggi sono veicolati tramite la durata dei congedi obbligatori (materno e paterno)? Quali sono gli effetti di una libera ripartizione del congedo parentale? Come intervengono le dinamiche culturali, organizzative ed economiche nelle scelte di ripartizione del diritto di tutela genitoriale di una coppia? Questo diritto formale è effettivamente accessibile per tutte le categorie di lavoratori?
Occorre leggere il congedo di paternità in maniera sistemica rispetto a pressioni informali a non esercitare il diritto al congedo, a logiche economiche che incoraggiano la coppia ad assegnare il congedo più lungo al lavoratore che guadagna meno, nonché a dinamiche demografiche che vedono una natalità in calo costante. Questi strati si intrecciano tra loro rendendo complesso identificare cause e conseguenze e alimentando un circolo vizioso. Per interromperlo e sbrogliare questa matassa, è necessario considerare il tema senza limitarlo a unicamente a strumento per perseguire la parità di genere nel lavoro, ma ampliandone la portata e concependolo come diritto autonomo del padre che gli consente la sua realizzazione personale in quanto genitore. In questo modo, alcuni meccanismi vengono a galla rendendo possibile individuare i punti da cui ripartire.
Se i temi sul tavolo sono molteplici, il dibattito è estremamente vivo dopo che ad inizio 2026 è stata bocciata la proposta di legge A.C. 2228, che avrebbe previsto cinque mesi di congedo per il padre, di cui quattro obbligatori e non trasferibili, con indennità al 100% della retribuzione ed estensione alla categoria dei lavoratori autonomi. La proposta, non approvata a causa di coperture finanziarie valutate insufficienti, ha portato in superficie i tre aspetti critici della configurazione attuale del congedo di paternità: la brevità del congedo obbligatorio, l’assenza di quote non trasferibili e l’esclusione dei lavoratori autonomi. Questi punti nodali restano al centro degli sviluppi futuri.
Il congedo di paternità in Italia
dallo stato dell’arte ai possibili sviluppi
Webinar EllePì – 20 ottobre 2026 – ore 18:00
PER PARTECIPARE: https://www.lavoroperlapersona.it/2026/10/05/webinarellepicongedopaternita/



