Crispino e Crispiniano, romani convertiti al cattolicesimo, santi protettori de “li carzolà”

Premetto che San Crispino non è una fiera e non è un concerto di cantanti strapagati.

Esistono due figure principali nella tradizione cristiana che parla di San Crispino: San Crispino (III secolo), martire e patrono dei calzolai e San Crispino da Viterbo (1668–1750). Quello venerato in terra elpidiense e patrono dell’industria della pelle è chiaramente il primo, patrono di Porto Sant’Elpidio, che si festeggia il 25 ottobre.

Non molti, però, conoscono la storia di questo santo, anche perché oramai di popolazione autoctona ce n’è rimasta poca. Per il vero da noi i santi da ricordare sono due, col nome simile e fratelli: Crispino e Crispiniano. Secondo il “Martirologio Romano” vengono collocati a Soissons nella Gallia belgica, ora Francia, e morirono martiri.

Crispino e Crispiniano erano di origine romana, appartenenti a una famiglia aristocratica, i quali dopo essersi convertiti al cristianesimo, s’impegnarono a diffondere il Vangelo. Secondo la tradizione, di giorno predicavano e pregavano Gesù Cristo, mentre di notte lavoravano come calzolai. Affascinante è la narrazione popolare, secondo la quale i trucioli di legno lasciati dai due santi in un focolare, preparato per riscaldare una madre e il suo bambino, si trasformarono in faville, o pepite d’oro (a seconda delle varianti). Questa è una leggenda che è meglio scrivere per intero e spiegare bene per raccontarla ai bambini.

Durante il crollo dell’Impero Romano e la fuga dei contadini, davanti all’avanzata delle orde di Attila (o di altre popolazioni barbariche), i due santi si trovarono a vagare in miseria. La notte di Natale, molto infreddoliti, bussarono alla porta di una povera cascina a Crespy-en-Valois. La porta si aprì e trovarono una madre in lacrime, rimasta sola con un bambino perché le avevano ucciso il marito. La donna, con voce rotta dai singhiozzi, narrò che pochi giorni prima, suo marito era stato ammazzato dai barbari. Ora le rimaneva solo un bambino di due anni che piangeva infreddolito nella culla.

I due futuri Santi, commossi, andarono ad abbattere un albero nel vicino bosco e intagliarono due rozzi sandaletti che posarono ad asciugare davanti al focolare. Ecco perché furono riconosciuti protettori dei calzolai. Mentre aspettavano, si inginocchiarono in preghiera e miracolosamente i trucioli che avevano gettato nel camino si misero a danzare e a brillare: non erano più trucioli di legno, ma pepite d’oro.

Ovviamente questa leggenda ha fatto comodo per riconoscerli come protettori dei lavoratori delle scarpe e, quindi, della terra elpidiense capitale mondiale in questo settore. Qualche buontempone ha fatto notare che, in realtà, secondo più approfondite ricerche storiche, Crispino e suo fratello Crispiniano erano gli unici due calzolai che, nei loro discorsi, non mettevano bestemmie al posto dei punti e delle virgole. Santi anche per questo? Forse per ciò vennero canonizzati di diritto senza bisogno di ulteriori miracoli e non solo, fu anche il premio perché furono uccisi giovanissimi e integerrimi. Per il vero non ebbero il tempo di litigare, spartirsi e creare due diverse nuove fabbriche con marchi simili come richiama la tradizione calzaturiera elpidiense.

Qualcuno per spiegare chi fossero Crispino e Crispiniano li ha etichettati come “Mbroccatori de tomare e Cacciabollette”. Furono uccisi per ordine dell’imperatore Massimiano. Nonostante la fantasiosa leggenda, sono molti gli elementi che fanno pensare che i due santi siano realmente esistiti: i famosi zoccoli conclamati simboli natalizi in Francia, e tramutati in pepite d’oro, fanno parte di una favola che sa di vero. Per molti Carzolà le pepite d’oro sono veramente cadute sulle calzature visti “li sordi fatti co’ le scarpe”.

Per ridere possiamo anche dire che lo stesso modello di evangelizzazione dei due santi trova riscontro nelle abitudini calzaturiere che si sono tramandate fino ai giorni nostri, adattandosi ai ritmi di vita moderni, infatti in molte fabbriche (ora dei cinesi) si lavora la notte, quindi la tradizione è rispettata, mentre durante il giorno i calzolai nostrani non smettono mai di… “nominare” Gesù Cristo.

In ultimo parliamo dell’etimologia latina del nome: Crispino = dai capelli ricci, mentre Crispiniano = dai capelli ricci (forse meshati?). Ora però passiamo ad un racconto, probabilmente, più vero. Il giorno di San Crispino (25 ottobre) è celebre per essere al centro del celebre “Discorso di San Crispino” nel dramma storico Enrico V (1599) di William Shakespeare. In quell’episodio, alla vigilia della battaglia di Azincourt del 25 ottobre 1415, re Enrico V d’Inghilterra pronuncia una celebre esortazione ai suoi soldati che erano in forte inferiorità numerica. Il re rifiuta l’idea di voler più uomini dall’Inghilterra, spiegando che meno saranno, maggiore sarà la quota di onore (o, meglio, di bottino di guerra) per ciascuno.

Concludo dicendo che nei quadri e nelle raffigurazioni, tra gli emblemi con cui vengono raffigurati i due santi, oltre alle scarpe figura anche il simbolo della palma che è il simbolo universale del martirio e della vittoria spirituale (in foto di copertina il martirio dei due santi).

Alberto Maria Marziali

25 ottobre 2026

Sii il primo a dire che ti piace

Commenti

commenti