“Chi sa fa, chi non sa insegna”: in un detto la differenza tra professionista e professore

“Chi sa fa, chi non sa insegna”. Detto così nudo e crudo e fuori dai denti può sembrare malevolo e qualunquista, ma in realtà è semplicemente il detto che circolava al Poli di Torino (e non solo in quello) nella seconda metà degli anni settanta, quando, superati i rivolgimenti studenteschi epocali del “sessantotto” i docenti ripresero a insegnare come prima, se già erano docenti “prima”.

Mi ricordo del detto perché rimbalzava sempre nelle discussioni sul significato reale di due parole ricorrenti ed erano “professionista” e “professore” che una corrente di pensiero considerava equivalenti e un’altra di significati decisamente differenti. Oggi mi sembra che siamo tornati al punto di partenza come nel gioco dell’oca, perché constato che in taluni campi essere insegnante, ovvero Professore, comporta essere automaticamente un Professionista della materia insegnata. Ovviamente non sono d’accordo, ma non faccio neppure “d’ogni erba un fascio” sempre per citare la saggezza popolare, perché non ritengo che il mondo sia tutto Juventino (cioè soltanto o bianco o nero) ma ci offra “cinquanta sfumature di grigio”.

Quando presentai la mia tesi di laurea ebbi l’onore di tre correlatori: il Prof. Arch. Andrea Bruno UNESCO Consultant Architect, la Prof. Dott. Donatella Ronchetta, Archeologa di fama internazionale e il Prof. Dott. Renato Bordone docente all’Istituto di Storia Medievale dell’Università di Torino. Tutti insegnavano, ma certo sapevano, eccome sapevano! Ho già trattato la questione in una conversazione pubblica tempo fa, quando nei riguardi del fu don Giovanni Carnevale, alcuni professori posero appunto la questione del professionismo.

Nella mia chiacchierata, ricordando le norme costituzionali sulla libertà di opinione, di parola e di stampa (Art. 21), giunsi a osservare che, non essendo la Storiografia una delle professioni tutelata appunto da un Albo Professionale che imponga un esame di abilitazione per gli storiografi e l’iscrizione obbligatoria a tale Albo per esercitare la storiografia, la Storia è giardino di tutti e non esiste pertanto la professione dello storico, di conseguenza non si può parlare di storico professionista quando ci si riferisce a un Insegnante, anche se insegna storia.

Perché ho scritto questa tirata noiosissima mi sento in dovere di chiarirlo: sono orgoglioso di considerarmi uno storico dilettante, ma del lemma accetto la spiegazione generale e non quella spregiativa. Dilettante significa che nel fare una certa attività ci prova gusto ovvero diletto e questo è appunto ciò che provo, nonostante sia talvolta sfibrante compulsare fonti antiche, ma la percezione del possibile risultato è sempre stimolante. Nel campo architettonico non mi considero affatto un dilettante, ma decisamente un professionista, abilitato alla professione e presente sul mercato, dove è sacrosantamente vero che chi sa fa. Sono entrato in quel mercato concorrenziale non appena laureato e abilitato, come ha scritto il direttore de La Rucola, dedicandomi una intera pagina del suo giornale n° 333 e di questo lo ringrazio.

Nel mondo del restauro architettonico ci sono rimasto poco perché non avendo altro tipo di clientela con le lungaggini burocratiche degli Enti di Stato rischiavo i classici momenti difficili degli inizi di professione. Fortunatamente era anche l’inizio dell’era degli impianti computerizzati, in cui avevo buona esperienza e accettai la classica “offerta che non puoi rifiutare” di una neonata Joint Venture italoamericana e perciò mi sono dedicato all’automazione impiantistica industriale che negli anni ottanta andava davvero forte. Era quello un campo promettente, ma terribilmente concorrenziale e dovevi “scendere in trincea col coltello fra i denti” come usava dire l’amministratore delegato, per conquistate un contratto vantaggioso.

Sono stato in trincea fino alla pensione, sempre “combattendo” per rispettare gli impegni di risultato economico che ogni anno la direzione aziendale mi richiedeva. In parole povere e in gergo avere un budget assegnato per l’attività e a fine anno avere sempre una “bottom line” in nero (se la bottom line cioè se il consuntivo di bilancio è in rosso indica perdita) ben sapendo che a contratto i dirigenti industriali sono licenziabili per sola discrezione del consiglio di amministrazione o del proprietario. Non nego di aver desiderato in alcuni momenti di particolare tensione di essere un dipendente nel caldo abbraccio dell’impiego statale, ma show must go on e ho tirato avanti fino alla pensione ben sapendo che se qualcosa un anno fosse andato male e la società mi avesse rescisso il contratto, tutto il mondo industriale dove operavo sarebbe venuto a saperlo e non avrei più avuto un contratto da manager in alcuna parte del mondo.

Per fortuna non è successo e ho poi ancora potuto offrire prestazioni consultive come libero professionista finché mi sono deciso a tirare i remi in barca e smettere di viaggiare con due passaporti perché i visti a tempo illimitato di quello scaduto mi servivano ancora. Il tempo addolcisce i ricordi e ho dimenticato le ansie dei meetings a favore del ricordo dei ristoranti e delle visite ai monumenti e ai musei di quattro dei cinque continenti nelle brevi pause della mia attività (mi manca l’Australia).

Del passato ho conservato l’atteggiamento metodologico verso gli argomenti di cui oggi mi occupo a livello amatoriale ovvero l’attenzione ai contenuti concreti, al confronto e non ai “voli pindarici e alla NON storia” come qualcuno ha scritto parlando di imprecisati saggi sull’Annunziata di Montecosaro. Ricerco e scrivo perché il farlo mi appassiona e mi sento ancora vivo e utile a una futura migliore comprensione del nostro meraviglioso passato. Il direttor Fernando mi è testimone e accettò di essere il moderatore di una serata di qualche tempo fa sul sagrato dell’Annunziata il cui titolo era “Basilica o Chiesa? PARLIAMONE”. Si trattava di una cosiddetta conferenza, non di un matrimonio, ma qualcuno ha equivocato pensando che la domanda fosse quella classica dei matrimoni “chi ha qualcosa da dire lo dica ora o taccia per sempre”.

Medardo Arduino

Medardo Arduino

26 ottobre 2026

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