Ecco un libro che tutti i marchigiani dovrebbero leggere: “Il Piceno, storia e cultura”

Una sintesi del volume Il Piceno, storia e cultura, mi è stata richiesta da alcune persone, curiose quanto interessate, con le quali mi sono trovato a chiacchierare sulla storia negata de Le Marche. Forse hanno visto lo spessore della pubblicazione e immaginato il peso (in chilogrammi) che tale libro può avere per un racconto di storia.

La premessa – Condensare un’esposizione di fatti e documenti probatori sviluppata in più di 320.000 parole riducendola di centocinquanta volte, non è un’operazione facile e vuole una minima premessa. Ci sono innumerevoli saggi sulla storia del nostro passato di Europei, che si possono raggruppare in due macro categorie: quelli che trattano tesi condivise ed in genere oggetto di insegnamento scolastico ovvero la “storia ufficiale” e sono moltissimi e quei pochi saggi che divergono da questo filone. La base sostanziale del filone “ufficiale” divide la storia del passato remoto in Evo Antico e Medio Evo, ponendo la demarcazione “nell’anno del Signore” 476 quando Odoacre depone Romolo Augustolo. Pressappoco da quel momento in poi fra i “barbari” viventi nel profondo Nord dell’Europa continentale, una tribù di Olandesi, stanziata sul fiume Jissel e che si fa chiamare Frakkr assume il controllo dell’ex impero romano. Queste tribù sarebbero state governate da una serie di re che iniziano con Meroveo e perciò sono i Merovingi, che regnano più in Francia (attuale) che in Germania e lo fanno finché un “maggiordomo di palazzo” di nome Peppino esautora i “re fannulloni”, diventa lui stesso Re dei Franchi e nasce il “Sacro Romano Impero” che passerà a Carlo Magno, che sarà incoronato imperatore a Roma nell’anno 800.

Aquisgrana – Una storia tutta basata sul predominio militare ed economico di genti nordiche che ha il suo baricentro nella città termale che oggi è Aachen in Renania Westfalia, e che con i romani si è chiamata Aquis Villa, però per gli storiografi sarebbe Aquisgrana, ovvero la capitale dell’impero, ma tale nome non lo troviamo su alcuna mappa da quando esiste la cartografia in Germania, addirittura già nel Medioevo si scordano il suo storico nome e la chiamano Bagni di Aachen e finalmente Aachen. A questa fantastoriografia senza tracce materiali messa a punto nel Milleottocento quando il Medio Evo balzò agli onori della cultura, si è opposta, all’incirca una trentina d’anni fa, una visione differente che ha spostato l’epopea carolingia sul territorio Medio Adriatico, facendo arrivare i Franchi, dall’Aquitania nel primo quarto dell’Ottavo secolo, già belli e civilizzati come tali facendoli poi stanziare per volontà del Papa nella regione che fu l’antico Piceno. Ci giungono perché scacciati via dai Saraceni che si stavano recando a saccheggiare Tours (quardacaso secondo la storia ufficiale le presero a Poitiers, proprio dai Franchi). Questi “sfollati” si stabilirono nelle Marche e ci restarono secoli.

Le due tesi storiche – In sintesi queste sono le due tendenze storiografiche divergenti quando ho iniziato a interessarmi del problema. La prima o tesi germanista sviluppata dagli storici che scrissero i centoventi e passa volumi del Monumenta Germaniae Historica (MGH) capeggiati da Villem Pertz, è la tesi adottata da tutti i cattedratici, la seconda, proposta dal reverendo professor don Giovanni Carnevale, regge alle contestazioni sostenuta da un piccolo gruppo di suoi prosecutori. Solo contro tutti agli inizi del secondo millennio c’è lo storico bavarese Eribert Illig che avanzò una sua tesi dirompente secondo la quale il Medioevo carolingio è stato semplicemente inventato, sostenendo ciò con la constatazione che i toponimi dei luoghi storici che compaiono nei documenti medievali autentici non hanno lasciato alcuna traccia archeologica in Germania dove gli storici li hanno localizzati.

Come invece la vedo io – Fra questi litiganti si inserisce timidamente la mia differente e originale visione della storia. La mia ricerca, iniziata giusto quindici anni fa, è differente da tutte e in parte vicina alle tesi di don Carnevale in quanto pone anch’essa i Carolingi nel maceratese, non già come dei nordici scesi al Sud, ma come popolazione autoctona dell’antica regione picena, oggi Le Marche, ed è questa la ragione per cui Il Piceno Storia e Cultura inizia dalla “venere di Frasassi” più o meno diecimila anni fa. La ipotesi portante e originale che differenzia la mia tesi storica dalle altre precedenti è proprio l’origine medioadriatica dei dominatori del Medio Evo europeo, tesi che esposi nel 2014 nel mio primo saggio di storia dal titolo “Francos: La storia da riscrivere – Racconto breve delle ricerche per il riesame delle origini e della storia dei Franchi e di Carlomagno”, pubblicato con il codice ISBN- 9788890747021. Iniziai le ricerche dall’interpretazione dei monumenti altomedievali di composizione planivolumetrica atipica e unica in Europa, ancora esistenti nelle valli marchigiane, visti dalla critica locale come “chiese a croce greca inscritta” ma in origine palazzi e non chiese, fra cui un palazzone cubico turrito che don Carnevale indicò come “Cappella Palatina”. Ho iniziato da questo edificio che reinterpretai non come chiesa, ma come il palazzo di rappresentanza nel complesso di costruzioni della reggia carolingia trattandone nella mia prima pubblicazione sull’argomento dal titolo L’architettura del rinascimento Carolingio nelle Marche. Contributi per una ricerca delle origini del romanico nel piceno storico – © 2011 -. È stato proprio per cercare le origini della cultura che produsse queste caratteristiche testimonianze materiali, sparse con abbondanza nella Regione, che ho percorso “all’indietro” il continuum della cultura materiale che mi ha portato fino alla “Venere di Frasassi” da dove inizia la mia storia del Piceno. La mitologia, come la storia, non è scienza, ma è memoria popolare in cui gli dei ancestrali rispecchiano gli originali gruppi sociali.

Le mura megalitiche – Nel Libro Primo inizio con le testimonianze materiali dei musei archeologici analizzate dal punto di vista tecnologico e sociologico comparandole con le memorie mitologiche. Nella civiltà dei Popuni, Sator, Saturno, il mietitore, è la prima divinità rappresentativa di quando, per l’orografia particolare della regione in cui abbondano corsi d’acqua con letti stabili, si sviluppa l’agricoltura che diventa intensiva con il dio Picos, il figlio di Sator che, per aumentarne la resa, stercora i campi di cereali. I suoi adoratori i “Picentes”, divenuti i primi agricoltori del Mediterraneo settentrionale, conservano le loro scorte alimentari nell’ammasso comune come avviene nel medesimo periodo a Ur oppure a Tebe. I luoghi di conservazione delle scorte alimentari sono protetti da una robusta cinta di mura in pietroni a secco e nasce anche qui il fenomeno delle Città cinte da mura megalitiche: Ancona, Osimo, Septempeda, Fermo, Ascoli, che conservano lacerti di queste mura. L’abbondanza di cibo permette lo sviluppo di attività non continuativamente legate all’agricoltura, ma indotte dalla medesima per migliorare le attrezzature di lavoro e di difesa.

L’attività manifatturiera picena – La manifattura pure a quei tempi la definisco protoindustria perché raduna nelle “città” i numerosissimi addetti alle filiere tecniche necessarie alla produzione degli attrezzi e delle armi. Produrre lavorando i metalli impone una “massa critica” di prodotto che travalica le necessità regionali e dovrà essere smaltita scambiandola con altri beni nei luoghi che non la sanno produrre. L’effetto dei commerci produce nei territori transalpini, la cultura Celtica. La produzione di manufatti metallici in specie i fucinati d’acciaio, che richiedono una manodopera numerosa, sviluppa da un lato le città proto-industriali e dall’altro la necessità di organizzare carovane di mercanti Piceni ed Etruschi che salgono oltre i valichi alpini a scambiare i manufatti metallici con i metalli nativi, le pellicce e altri prodotti dell’allevamento offerti dalle tribù seminomadi dell’Europa Centrale. Gli archeologi transalpini battezzeranno campanilisticamente “cultura celtica” i ritrovamenti di questi oggetti di produzione centroitaliana sparsi per l’Europa continentale, inventandosi anche un’invasione celtica dello Stivale perché anche qui, ovviamente, ci sono gli stessi reperti. Una tribù di seminomadi può forse portarsi appresso un fornetto fusorio, ma non può certo portarsi appresso le varie tonnellate di minerale metallifero e di carbone di legna necessarie a usarlo.

I guerrieri piceni – Le carovane dei mercanti, dotate per logica di una ragionevole scorta armata, stimolano la formazione e crescita di una classe sociale di guerrieri di professione che si accrescerà parallelamente a quelle dei mercanti e dei manifattori. Gruppi sociali che rispecchiano le associazioni di categoria: quali Confindustria, Confartigianato e Confagricoltura odierne che a quei tempi hanno ciascuna il proprio nume tutelare, creando quel pantheon nostrano che ha paralleli funzionali con gli dei delle altre culture mediterranee. Così Saturno è sostituito da Giove, Gea la madre terra da Giunone, cui si affiancano Pico-Marte, Mercurio, Vulcano e Minerva a rappresentare le classi sociali della civiltà manifatturiera centroitaliana.

La ricerca dei minerali – La regione medioadriatica non ha particolari giacimenti di minerali tecnologici, perciò questi si vanno a cercare dove ci sono cave a cielo aperto anche se molto lontane. Nascono la “Via dello stagno” che collega il centro Italia alla Cornovaglia e la “Via dell’Ambra” verso il Baltico, dove col rame nativo i locali raccolgono anche la magica e bellissima resina fossile detta ambra, di cui si orneranno i Piceni. I percorsi di approvvigionamento continentali subiscono una rarefazione quando la tecnologia dell’acciaio consente la produzione di picconi con i quali si possono scavare miniere. L’interesse dei Piceni si rivolge alla Sardegna per estrarre la gran quantità di metalli di cui l’isola è ricca. Etruschi e Magnogreci l’isola ce l’hanno in faccia. I Piceni devono invece valicare le Alpi (Appennino è un nome che viene molto dopo) attestandosi nella palude alla foce del fiume Tiber, dove re Numa Pompilio che vi si reca con i suoi guerrieri Salii, farà erigere le calate dell’approdo di Ostia. Le ricchezze della Sardegna e poi quelle della Spagna, allontaneranno progressivamente dalle rotte adriatiche i commerci più redditizi.

Nasce Roma – Nasce la nuova Urbe e la storia ha un grande giro di boa, con Roma che sarà Caput Mundi. Intraprendenti piceni come Caio Giulio Cesare (da Giulo di Pievetorina) e Gneo Pompeo (da Fermo), scriveranno la storia della romanità, mentre la loro terra d’origine viene depotenziata delle manifatture perché non sia concorrente con lo sviluppo dell’Urbe Tiberina. L’impero Romano si estende fino ai confini della convenienza economica a governare i territori del mondo allora conosciuto. L’impero crescerà fino alla catastrofe naturale che desertificherà le coste del Mediterraneo meridionale: la caduta del meteorite che causa il terremoto e lo tsunami di Creta nel 365 d.C.

Il libro Secondo inizia da questa calamità che crea l’Età di Mezzo – Romolo Augustolo ha da venire e anche Odoacre. Il modello matematico di quel maremoto, descritto da Ammiano Marcellino che vi assisté ad Alessandria, dimostra che fu questo fenomeno fisico a distruggere nel giro di sedici ore tutto il sistema portuale e insediativo del Mediterraneo meridionale. L’Egitto era il granaio di Roma e non fornì più i vari milioni di quintali di grano alla capitale, che priva di rifornimenti si spopolò dei facoltosi senatori che si trasferirono a Costantinopoli, la Nuova Roma. L’imperatore Valentiniano scampato allo tsunami, dovette necessariamente rivolgersi ai clan seminomadi del centro Europa per trovare quelle minime risorse per sostenere Milano la nuova capitale dell’impero. L’imperatore valica la corona Alpina con i suoi legionari piceni a cui promette la “franchigia” (esenzione dai tributi del fisco regio) il solo pagamento che può dar loro e, come scrive Ademaro da Castel Potenza, “Francos appellavit, id est liberos et ad omni tributos immunes”. I legionari di Valentinano erano i piceni Salii, Osismi, e Cenomani. L’affrancamento sarà per loro un titolo prioritario e con quello saranno identificati quando, seguendo il loro “Maggior Signore” andranno a offrire protezione contro vettovaglie e abiti ai pastori Merovingi delle Gallie, proteggendoli dalle scorrerie dei razziatori di greggi Ungari, Magiari, Sarmati, Goti e anche Sarracini.

Ecco i Franchi e Pipino il Breve – Gli ex legionari “affrancati”, raggruppati intorno al loro Maggior Signore della Gens Salica, che ora orgogliosamente si proclamano Franchi, muovendo dal Piceno, insieme con i loro alleati stanziati sulle “rive di Reno” in Romagna e perciò detti “Ripuarici”, compiono lunghe trasferte a proteggere i pastori delle Gallie. La situazione evolve quando un piccoletto di nome Giuseppe, meglio noto col suo nomignolo marchigiano “Pipino” perché ricco figlio di un maggiorente, ebbe la possibilità di gestire la forza delle armi dei suoi “Comites Fideles”, stabilì il suo comando nei pressi della Basilica chiamata Cappella posta sulla fonte sulfurea del dio Granno ovvero Aquis-grani oggi testimoniata dalla Basilica di Santa Maria a piè di Chienti di Montecosaro Scalo. Avendone il potere per essere stato proclamato unico “Maggior Signore” di Neustria e di Austria (le due metà dell’Europa ex romana in cui i due maggiorenti dei Franchi riscuotevano tributi identificate dallo spartiacque linguistico che unisce i Monti Sibillini a Bruges in Belgio, non già regni inesistenti e mai localizzati), Pipino, eliminati gli oppositori, si autoproclamò Re dei Franchi.

Maggiordomo o Maggior Signore? –  Gli storiografi, equivocando su Maiordomus scrittura abbreviata di Maior Dominus ne hanno fatto un “maggiordomo” ovvero un servitore, nonostante avesse la prerogativa sempre e solo regale, di comandante dell’esercito, perciò detentore di fatto della totalità del potere a quei tempi. Re Pipino perfezionò l’antica Legge Salica e diede vita a quella che successivamente grandi storici come Marc Bloch chiamarono “la società feudale”. Pipino il Breve ricostituì l’impero dei Romani utilizzando il legame della fede Cristiana ormai diffusa in tutta l’Europa. La lingua di comunicazione fra le genti dell’impero continuò a essere il Latino perché lingua sovraregionale da sempre componente culturale dei maggiorenti Franchi piceni. L’uso della propria lingua è la caratteristica di tutte le genti egemoni dell’intera storia dello scibile umano. È palesemente forzato e illogico accettare che un tal re Clovis, Merovingio, abbia un giorno deciso che i suoi pastori, analfabeti e parlanti Teudisco, adottassero immediatamente la lingua latina come loro lingua madre e addirittura la cultura e la mitologia delle origini “troiane” come scrive Ademarus Campanensis (Adhemar de Chabannes per la storiografia).

Il “roman”, lingua della prima Roma – Il notaio emigrato al Nord Brunetto Latini scrive nel Tresor che i Franchi si esprimono in roman, la lingua della prima Roma della storia (ovvero l’Urbe dei Salii oggi Urbisaglia, Urbe e Roma sono metonimi) perciò è naturale che la lingua dei Romani dell’Urbe sul Tevere sia il Latino e non il “romanice loqui” lingua dialettale dei Franchi piceni salii. I “Domini Loci” Franchi, i comites fideles ora detti Conti, si attesteranno anche nelle Gallie dando vita alla società feudale che caratterizzerà il Medioevo. L’impero carolingio si frazionerà con i tre eredi di Ludovico il Pio, dando inizio alla formazione delle nazioni attuali.

Il Libro Terzo tratta la nuova società che dal ripristino delle condizioni economiche della romanità ante tsunami di Creta, che avviene all’incirca nel XIII secolo quando ricompare la monetazione aurea. È in questo momento che termina l’Età di Mezzo, perché l’economia riprende, nascono i “Liberi Comuni” e con essi le lotte fra le istanze autonomistiche delle Comunità urbane e l’aristocrazia dei possidenti agricoli di antica origine militare. Il declino della discendenza carolingia al titolo imperiale, avviene perché si interrompe la linea maschile prima con Berta poi con Beatrice e Matilde che in quanto femmine non possono comandare l’esercito e non possono essere “imperatore”, ma come prerogativa dinastica comunque firmano diplomi di concessioni nel palazzo di Aquisgrana al Chienti.

Federico Barbarossa e Federico II – È il momento in cui le spinte autonomistiche dei Liberi Comuni entrano in aperto conflitto con gli Imperatori collaterali della dinastia carolingia, che, come tal Federico Enobarbo di Staffolo, meglio noto come Federico Barbarossa, si rivolgerà ai baroni germanici facendo scrivere dal suo cancelliere Goffredo da Viterbo una storia universale, il Pantheon, che inizia da Nino ad Ur e dimostra che lui Federico e i baroni tedeschi sono legati da vincoli etnici antichissimi, per ottenerne l’appoggio militare, perciò, per la ragion di stato, i Cima di Staffolo diventano Hoen Staufen. Dopo di lui il nipote Federico II “stupor mundi” sarà in aspro conflitto col Papato per cercare di riavere le grandi proprietà terriere in Centro Italia e Sicilia di cui la madre Costanza di Altavilla concesse le rendite al Papa romano (si dice di 35000 tarì d’oro) perché sostenesse i diritti alla corona del figlio ancor troppo giovane per autosostenersi. Federico stupor mundi è vissuto in Sicilia solo nella storia inventata per allontanarlo dal Piceno, non è morto a Castel Fiorentino e non è sepolto a Palermo nel sarcofago di porfido. La storia della letteratura si adegua alla ragion di stato e sposta in Provenza e in Sicilia l’origine della poesia federiciana raccolta nel Canzoniere Vaticano Latino, tutta redatta in vernacolo toscano. La poesia cavalleresca di conseguenza non è un prodotto “provenzale” perché scritta in “romano” il dialetto dei Salii che dal Piceno salirà nelle Gallie occidentali insieme con Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno, quando l’impero si tripartisce e nascono gli embrioni degli stati nazionali e le attuali lingue Francese, Italiano e Tedesco.

La poesia cavalleresca e in particolare la Chanson de Roland non sono il prodotto di una inesistente lingua e cultura “anglo normanna”, ma bensì della cultura popolare di quell’Italia che andava da Marsiglia a Pola. come scrisse Dante, che si esprimeva in Roman, e la cui popolazione rivierasca assisté all’agguato Saraceno alla retroguardia di Carlo che tornava da Saragozza. Agguato che non avvenne sui Pirenei, ma ai “Balzi Rossi” in Liguria e non nella località pirenaica di Orreaga, che il re di Castiglia soltanto nel 1395 ribattezzò Roncesvalles.  Il Piceno, storia e cultura– si conclude con gli accadimenti legati alla presa di potere temporale del Papa-Re nel periodo di maggior debolezza del potere imperiale in Italia. Siamo giunti ormai alla metà del XIV secolo quando la crescita dei Liberi Comuni e l’affermazione delle Signorie sta producendo conflitti giuridici per ragioni economiche sui diritti di prelievo del clero nei riguardi dei gruppi consortili comunali.

Il Papa Re dello stato pontificio – Gli antichi diritti esattivi dei Vescovi sono messi in discussione perciò essi si alleano per finanziare un abile mercenario spagnolo, il generale Egidio Albornoz, che sceso in centro Italia inizia una sistematica guerra di conquista dei Liberi Comuni marchigiani che sono impreparati e non si alleano fra loro. Le conquiste dell’Albornoz, storicizzate come sedazione di rivolte cittadine, permetteranno al Papa di cingere la corona di Re dello Stato Pontificio. L’intellighenzia della curia romana legalizzerà l’acquisizione ab antiquo del potere temporale papale con gli apocrifi del “Constitutum Constantini”, della donazione di Liutprando e poi della fantastoria di Fredegario che inventa le discese di Pipino il Breve e di Carlo Magno, e le battaglie alla Chiusa di San Michele. Quei re Franchi sarebbero scesi dalla Germania fin nel Piceno con i loro eserciti solo per punire i Longobardi e “rimettere il Papa in sedia” come scriverà l’archiatra papale Andrea Bacci raccontando la storia di Cluana oggi Sant’Elpidio a Mare.

Medardo Arduino

14 ottobre 2026

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