Nelle Marche, la tradizione della Cena dei Morti (o del ristoro per le anime) condivide radici contadine con il resto del Centro-Sud, ma si esprime con usanze e specialità gastronomiche ben precise, concentrate soprattutto nella notte tra l’1 e il 2 novembre.
Anche quest’anno, come tutti gli anni, in casa abbiamo allestito la tavola di mezzanotte per i nostri cari che non sono più in questo mondo. Nel corso degli anni cercando fra libri e ricordi siamo riusciti a mettere assieme un piccolo rituale di accoglienza comprendente diversi elementi della tradizione. Può sembrare poca cosa, ma ricordiamo che si tratta di accogliere i nostri familiari, quindi una certa intimità è assolutamente bene accetta.
Ecco come si vive e cosa prevede questa ricorrenza nella cultura popolare marchigiana. Nelle case di stampo più tradizionale, la notte tra il 1 e il 2 novembre (dopo cena) si usa lasciare la tavola apparecchiata fino all’alba. È una ospitalità che rispetta un confine sacro: l’assenza delle posate, a significare che quel posto a tavola non è per i viventi. È un modo per onorare la memoria degli avi e ricordare che, sebbene invisibili, la loro presenza è un dono che nutre il cuore. Il ricordo è l’unico strumento di cui abbiamo bisogno per restare uniti.
La credenza vuole che i propri cari defunti tornino a far visita alla casa e abbiano bisogno di rifocillarsi dopo il lungo viaggio dall’oltretomba. Innanzitutto il luogo: principalmente e quasi esclusivamente la tavola sulla quale pranziamo. Questo per una serie di motivi, fra i principali il senso di affettuosa convivialità e il fatto che abitualmente si trovava presso il focolare e il camino, quel vero e proprio passaggio fisico di comunicazioni fra i mondi.
Sopra la tavola noi poniamo le foto dei nostri parenti e una serie di elementi simbolici: un lume acceso per indicare la via e anche per simboleggiare l’anima e poniamo sul tavolo e/o sul davanzale una candela, o una lanterna. Se questa festa simbolica in certe campagne era detta “delle lampare” non è un caso. I lumini si accendono vicino alle finestre, o avanti la porta o sui tavoli per guidare le anime verso la loro vecchia dimora.
Cosa si lascia sulla tavola? Non mancano mai il pane di mischia (realizzato in casa mescolando diverse tipologie di farine), una brocca d’acqua fresca e del vino rosso. Poi c’è la regola del silenzio: secondo i vecchi detti, in questa notte non si deve assolutamente fare chiacchiericcio, né si può spazzare il pavimento prima di andare a dormire, per evitare di “cacciare via” o infastidire le anime appena entrate.
Il vero simbolo gastronomico marchigiano di questo periodo sono decisamente le Fave dei Morti. Si tratta di piccoli biscotti dolci e pastosi a base di mandorle tritate, zucchero, farina e albume d’uovo, spesso aromatizzati con un goccio di liquore (come l’alchermes o il mistrà locale) o scorza di limone. Hanno una forma ovoidale schiacciata che ricorda proprio il seme della fava.
Le castagne secondo rituale debbono essere bollite, e rappresentano l’anima del defunto uscita dal corpo/riccio. Le castagne bollite si tengono pronte in casa anche come dono quando suona alla porta un povero questuante in cerca di elemosina. Sulla tavola, noi amanti dei vecchi riti aggiungiamo dei rametti di rosmarino, memori di Orazio: “Se vuoi guadagnarti la stima dei morti, porta loro rosmarino”-
Curiosità storica: Il legame tra le fave e il mondo dei morti risale addirittura agli antichi Romani e Greci, i quali ritenevano che le radici profonde della pianta della fava mettessero in comunicazione la terra con l’Ade, racchiudendo le anime dei defunti. Nelle Marche, questa eredità non si occupa più di radici ma si è trasformata in un dolce squisito da condividere in famiglia o regalare ai bambini: le Fave, appunto.
La tradizione ricorda anche che se onoriamo i morti con una serie di cibi rituali, è doveroso che questi cibi siano consumati da noi vivi. Oltre e prima dei dolci, come cibo più importate è da prevedere una ricca zuppa di ceci o fave con pezzi di maiale, da consumare per cena. Anche qui ogni elemento ha valenza sia simbolica che stagionale ma ogni paesino aveva tradizioni sue proprie e cercare di riscoprirle è già un modo per connettersi con gli antenati.
Ricordo, infine, la notte dei morti dopo aver cenato, di non scuotere la tovaglia e di allestire lì le offerte, come per ospiti arrivati tardi – come effettivamente sono. E buona notte sacra a tutti voi, Brava Gente. Come vedete le nostre tradizioni non hanno bisogno di Halloween.
Alberto Maria Marziali
2 novembre 2026


