Dagli Appennini il mulino di Torricchio: vite vissute nel lavoro e durante la guerra

Nato a Pantaneto di Monte Cavallo nel 1934, poi vissuto a Pieve Torina fino al 2016 e in ultimo cittadino di Civitanova Marche, il Cav. maestro Fernando Mattioni ne ha di ricordi lucidi da trasmettere alle nuove generazioni.

Fernando ha consultato un libro, alcuni documenti e schede sulla tassa della macinazione dell’Ottocento da lui custodite e i suoi ricordi giovanili diretti. Grazie a lui proviamo a ricostruire un po’ la storia di un mulino di Pieve Torina (MC). Secondo l’intervistato il nome più vecchio di questo mulino è di Torricchio, poi detto di Sorti, anche se si trovava vicino a Casavecchia, e a pochi metri dalla strada Romana. Fernando vi trascorse l’infanzia e la fanciullezza. Torricchio (altitudine 727 m s.l.m.) nel 1600 aveva un appodiato che gli consentiva di agire in autonomia per alcuni settori, comprese alcune ville (frazioni) vicine.

Sorti è un borgo segnalato nel catasto camerte del 1200 ed è posto su un piccolo poggio a m 608 s.l.m. Per arrivarci bisogna percorrere un breve tratto di strada pianeggiante, dove s’incontra la fontana “La Vena”, un tempo molto apprezzata, quando l’acquedotto dentro le abitazioni era un sogno. Dopo una erta e breve salita si raggiunge la villetta Brancaleoni posta all’inizio dell’abitato. Un’altra strada è quella che conduce a Torricchio che costeggia Sorti, un agglomerato di case costruite con piccole pietre. La facciata della chiesetta dà sul centro dell’abitato; sull’altare si trova la statua di Santa Maria Maddalena che si festeggia il 22 luglio.

Interessante la campana del 1492, anno della scoperta dell’America. Al centro si trova il palazzetto detto “di Piscini”, con una cantina ben fornita e gestita, negli anni Cinquanta, da Domenico Paoletti che aveva l’abitudine di invitare gli amici a fare una bicchierata. Gli abitanti di Sorti erano coloni (mezzadri) e piccolissimi proprietari terrieri (coltivatori diretti). Negli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento vi erano circa 70-80 abitanti.

I mugnai del mulino di Sorti – Una volta lungo i corsi d’acqua si trovavano numerosi mulini, oggi sono scomparsi quasi tutti. Il Castrum Torricoli, secondo alcuni atti notarili della fine del 1400, risulta avere un suo “Sindacatus” (appodiato) e molte ville, tra le quali Capodacqua, Pantana, Taxia (oggi Tazza) e Sorti. Nei molini del territorio camerinese così è descritto quello di Torricchio (siamo alla fine del 1500): esiste un tal molino nel castello di Torricchio ha una sola macina; a quel mulino erano obbligati a macinare le ville e i loro castelli, compreso quello di Appennino. Dai documenti e dalle schede si riportano le seguenti notizie minute: 1 – Il mugnaio Agostino Di Matteo ha corrisposto al tesoriere, per l’affitto annuo, 35 rubbie di grano; 2 – Nel 1610 Giovanni Francesco, gestore del mulino di Torricchio, per l’affitto di detto mulino versava a Camerino scudi 6,15. Ecco anche il valore e la produzione di quel mulino intorno al 1865: 1 – fabbricato lit 300; 2 – due macine lit 175; 3 – motore idraulico lire 1.625; 3 – nel 1865 il molino più grande produceva 1.100 quintali di grano e 400 di granturco l’anno.

Il 31 agosto 1868 Emidio Farfarelli, esercente del mulino di Sorti (di Torricchio), ha presentato a quest’ufficio la dichiarazione di esercizio dei prodotti macinati. Il 4 settembre 1876 Pietro Leboroni, di Pomarolo di Pieve Torina, esercente del mulino di Sorti, ha presentato a questo ufficio (comunale) la scheda di accertamento della macinazione: 1° agosto 1869 al 1° agosto 1870 e quella che si presume di macinare nell’anno 1871.

Aurelio Tesoroni fu Giuseppe, mugnaio di Pievebovigliana, fu gestore del molino di Sorti per un lungo periodo. Sposato con Adorna, ebbe quattro figlie: Teresa, Adele, Angela ed Anna. Il padre provvide a far loro frequentare le scuole primarie e secondarie. Il padre di Fernando gli raccontò che quelle ragazze dormivano in un ampio locale, con due finestre, che, poi, Renato aveva trasformato in magazzino. In seguito, Aurelio, per ragioni di salute, si trasferì a Roma con tutta la famiglia; lo fece anche per consentire alle sue figliole di proseguire gli studi: teneva alla loro istruzione.

Tassa sul macinato – Gli agenti della Guardia di Finanza erano addetti alla riscossione della tassa sul macinato. Aristide Leboroni, nato a Pomarolo di Pieve Torina nel 1856 e residente a Camerino, era aiutante dell’agente che riscuoteva la tassa sul macinato. Il 2 gennaio 1870 l’agente della Finanza si recò al mulino di Sorti per la riscossione della tassa sul macinato. Il mugnaio, al momento, gli fece ritirare la molenda (macinato) però asserì di non prestare più opera senza compenso; molto agitato disse che non avrebbe prestato più alcun servizio al mulino, al che l’agente delle tasse si sentì imbarazzato per tale decisione. Dopo questa parentesi riprendiamo la storia dei mugnai di Sorti. Secondo il padre di Fernando, dopo il Tesoroni a gestire il mulino di Sorti fu un certo Raniero del quale, per ora, Fernando non ha trovato notizie.

Giovanni Mattioni – Una cosa è certa: divenne esercente del mulino di Sorti Giovanni Mattioni, nato a Monte Cavallo nel 1898 (era il fratello del padre di Fernando), gestì il mulino da giovane per qualche anno e intorno al 1928-29 si sposò con Olga, figlia di Angelantonio Genesi, proprietario del mulino di Capodacqua, dove si trasferì.  Forse prima aveva informato il fratello Renato che lasciava libero il mulino di Sorti.

Renato Mattioni – Il padre di Fernando nacque a Monte Cavallo nel 1900, prese in affitto, nel 1934-35, il mulino di Sorti dai fratelli Piscini di Ussita. Dopo circa un anno

si trasferì con la famiglia nell’abitazione sopra al mulino. Fernando ricorda sua madre dire: “È un’abitazione molto assolata”. Renato gestì il mulino fino al 1965-66.

Tito Fioretti – Nacque a Pievebovigliana nel 1905, di professione geometra, era amministratore dei beni dei fratelli Piscini nella zona di Casavecchia: due coloni, un palazzetto a Sorti con relativa cantina e il mulino detto di Sorti. Fernando lo ricorda elegantissimo, coi i capelli tutti bianchi, sempre in “lite” con Renato quando Tito voleva aggiornare l’affitto del molino.

Breve storia del mulino – Il mulino di Sorti era ubicato a circa cento metri dalla strada cosiddetta romana che dalle Marche conduceva a Roma. Fernando sostiene che il papa Sisto V, nel 1590, con un breve la chiamò Valnerina. Il laghetto, o vallato, per azionare le macine era alimentato dal fiume di Capodacqua, ramo del Chienti, e dal torrente Corlano che nasceva sotto l’abitato di Appennino, e poi all’inizio di Casavecchia confluiva con il ramo di Capodacqua. Sotto il livello stradale il mulino aveva tre ampi locali; la larga e spessa porta di legno si chiudeva tramite una robusta chiave. C’era uno spazio, dal pavimento irregolare con ciottoli, dove entravano gli asini per scaricare il grano e caricare il macinato. Poi due tavolati dove si riponeva il macinato da ritirare da parte dei clienti.

In un locale senza finestre, che prendeva luce dalla porta, ricorda una piccola macina non più funzionante, una volta usata per macinare cereali vari. Attraverso una porta si entrava nella sala macine: una detta dello sfarrato e l’altra per il grano con lo staccio, in dialetto chiamato stamigna. Nel mulino vi erano due finestre, una piccola nei pressi dello staccio che si apriva poco, l’altra grande vicino alla stadera (bascula). Questa aveva un ampio spazio dove era appoggiato il registro con delle voci dove si scrivevano i nomi dei clienti del grano da macinare, veniva annotato anche il numero dei componenti della famiglia. I clienti del molino erano tutti coloni o piccoli proprietari, macinare per terzi era un rischio.

Quel registro era vidimato dalla Guardia di Finanza. Un giorno al mulino arrivò una scatola di cartone con dentro una statua di gesso scuro di Santa Teresa che fu posta in alto dentro una nicchia. Fernando non ricorda chi l’aveva mandata. Sotto la nicchia vi era un gran cassone con il coperchio dove veniva scaricato il grano. Di fronte alla porta del mulino vi era una loggetta e sulla parete, attaccati al muro degli anelli di ferro che servivano per sistemare gli asini dei clienti nell’attesa di caricare il macinato, molti quelli da Appennino.

Tempi durissimi anche per i civili – “La fame è nera” si diceva. Nelle Marche ancora negli anni Sessanta – Settanta del Novecento si diceva di qualche tipaccio “È ignorante quanto la fame”, per dire che la mancanza di cibo era davvero brutta … e quella persona scorbutica. Dopo la richiesta di armistizio del generale Pietro Badoglio agli Alleati, i tedeschi si sentirono traditi e invasero l’Italia fin oltre Napoli. Essi erano a corto di viveri e quindi confiscavano maiali, animali da cortile e persino vitelli. Quando qualcuno osava protestare, chi conosceva un po’ d’italiano rispondeva: “Paga Badoglio!”.

Dal piano stradale alla porta del mulino vi era una breve discesa, a metà di questa era stata sistemata, accostata verso il muro di casa, una vecchia macina bianca, non più in uso. Nel 1944, da maggio a giugno, i tedeschi in ritirata avevano “preso” un maiale. Riempirono d’acqua una grossa caldara e vi misero dei grossi pezzi del suino. Presero la legna di Renato, accatastata nei pressi, e accesero il fuoco. Quando il tutto fu lessato posero i pezzi sulla macina e, con una baionetta, fecero dei tocchi più piccoli. I militari si avvicinarono a turno per ritirare il pezzo spettante. Il maiale non era stato certo pagato al proprietario agricoltore. Fernando, che aveva seguito tutta la vicenda con gli occhi curiosi di un ragazzino di dieci anni, oggi dice: “Forse qui sono racchiuse tutte le fasi della storia dell’umanità”.

Renato Mattioni non era certo un uomo timoroso, aveva già prestato servizio nell’Arma dei Carabinieri per circa otto anni, di cui alcuni mesi nella Grande Guerra e alcuni anni in quella in corso. Un corpo di polizia militare che, all’epoca, aveva già una storia di 130 anni: prima Arma del Regio Esercito e “Benemerita” dal 1864 per decisione del parlamento. Su quella stessa macina, sempre durante la ritirata delle truppe germaniche nel 1944, si mise seduto un soldato austriaco non più giovane, che parlava bene l’italiano. Renato si sedette accanto a lui, il soldato gli disse che era tanto stufo della guerra e sperava di tornare presto a casa. Colpì Fernando che il militare sembrava avere la stessa età del padre, intorno ai quarant’anni.

Nero è anche il mercato –Appena terminata la guerra nelle grandi città mancava il cibo, specialmente a Roma. Persone senza scrupoli acquistavano vettovaglie a poco prezzo e le rivendevano dieci volte di più. Molti, per procurarsi da mangiare, erano costretti a vendere oggetti cari, ricordi di famiglia e preziosi gioielli. Un giorno un ometto di mezza età, poco alto ma robusto, entrò nel mulino dove il ragazzino stava con il padre. Voleva un po’ di farina che avrebbe pagato con un orologio da taschino. Ricorda che il padre gli diede qualche chilo di farina. Quel tale, appartenente alla categoria degli approfittatori, prese uno scopetto di saggina (sorgo) e raccolse tutta la polvere di farina sparsa nel molino che mescolò con la farina buona, poi mise tutto in un sacchetto e partì! Non occorrono commenti. Fernando ricorda l’orologio di colore giallino; non provarono se funzionasse e non ricorda che fine fece, ma non era certo di valore. Qualcuno si era privato dell’orologio per acquistare un po’ di cibo. Per chi non lo sa, ricordiamo che con la farina di grano tenero si faceva il pane e la pasta all’uovo fatta a mano a casa: all’epoca l’ingrediente uovo si usava con grande parsimonia, spesso neanche si aggiungeva.

Il grano di un ingrato – Come accennato, macinare per i non coltivatori era rischioso. In precedenza, Fernando aveva scritto con la calce, a caratteri cubitali, in alto sul muro di casa “Molino”. Un giorno arrivò al molino una persona che di professione faceva il cantoniere provinciale, con un sacco di grano di circa trenta chili. La sfortuna volle che coincise con l’ispezione al molino della Guardia di Finanza. Allora Fernando condusse il tale in un sentiero coperto da pioppi lungo il fiume. La gratitudine non era diffusa neanche all’epoca, tanto che quel tizio rimproverò aspramente Fernando per la scritta sul muro che – a suo parere – aveva attirato la Finanza. L’uomo non era a conoscenza che i finanzieri conoscono bene la giurisdizione di loro competenza e costui, cantoniere, avrebbe dovuto saperlo bene. Dal giugno del 1981 l’abitazione del mugnaio è diventata un’apprezzata trattoria con il nome di “Il Vecchio Molino”, aperta da Sandra Cardurani e Amedeo Fronzi. Il locale della macina viene forse usato come magazzino. Poggiata di fronte all’ingresso c’è una macina che Fernando riconosce come la seconda, quella usata per alcuni particolari prodotti alimentari: granoturco, orzo, avena, moco e ghiande secche.

Eno Santecchia

Sorti

26 settembre 2025

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