Noi oggi definiamo le nostre case “abitazioni di civile abitazione”, ma l’espressione è nata in antico per opposizione alle “case rustiche”, caratterizzate dalla promiscuità persone-animali spesso nell’unico grande ambiente, sul modello dei “trulli” pugliesi.
Le strade – Lo stesso discorso vale per la distinzione tra “strada urbana”, vocata al transito delle persone e “strada rurale”, prevalentemente funzionale al passaggio di carri e animali, sempre bianca, imbrecciata e polverosa. Addirittura, in tempi più risalenti, molte strade d’alta collina e montagna erano costruite apposta per favorire il transito dei carri: per diminuire l’attrito delle ruote, sulle strade c’erano due guide di pietra e l’acciottolato al centro.
Precedenza al gregge! – I Regolamenti di Polizia Rurale regolamentavano gli spostamenti sulle strade rurali, le soste, la rimozione delle deiezioni degli animali. Senza scomodare la storia, sono certamente nella memoria dei più anziani gli spostamenti, in autunno e in primavera, delle greggi in transumanza da o verso la montagna sotto il controllo di due pastori, uno davanti e uno dietro, con l’aiuto di diversi cani-pastore: erano padroni della strada e le eventuali -rare- moto, bici e auto dovevano pazientemente aspettare che la strada si liberasse.

Il trasporto col biroccio – In autunno, si poteva vedere i birocci colmi di masserizie, suppellettili e mobili in occasione del trasloco dei contadini da un podere all’altro, che doveva avvenire -secondo gli accordi contenuti nei Patti Colonici- dopo il raccolto, a ridosso di San Martino (11 novembre). Subito dopo la trebbiatura era spettacolo abituale quello delle lunghe file di birocci che portavano il grano all’ammasso nei consorzi (la Federconsorzi rimase un centro di potere economico e politico anche nel dopoguerra) o nei magazzini padronali (a Filottrano, dei Corallini o dei Gabrielloni). In questa occasione le mucche che trainavano il biroccio erano infiocchettate a festa, come quando sul biroccio era trasportato il corredo della sposa nel giorno della “stima”.
Vari utilizzi del biroccio – Dunque il protagonista principale delle strade marchigiane era certamente il biroccio, un originale carro agricolo (studiato dal nostro Glauco Lucchetti), più basso in collina e più alto in pianura, con le ruote cerchiate di ferro, sempre dotato di freno (martinicchia), usato indifferentemente nei campi (per radunare i covoni di grano o per caricare il fieno) e in strada (per andare al mulino o per tutta la famiglia che si recava dai parenti, a messa o al mercato, usato pure come ambulanza buttando un pagliericcio nel cassone o eccezionalmente come carro funebre).
I mastri carrai – Era costruito dai mastri carrai secondo misure standard che gli assicuravano un perfetto equilibrio: scaricando tutto il peso (4,5 q. vuoto e 15 q. carico) sulle ruote e l’assale di ferro, le mucche dovevano solo tirare senza sopportare peso! Artisti artigiani diffusi sul territorio (per es. Giovagnetti a Filottrano) lo decoravano con motivi floreali o l’immagine di san Antonio sulla tavola anteriore (sfilabile) e negli specchi laterali vivaci “pupe” e il nome del costruttore.

Altri mezzi di trasporto – Quando i birocci effettuavano trasporti su strada dovevano esporre apposite targhe (con tassa annuale), pena la multa delle Forze dell’Ordine. Se il biroccio era un mezzo di trasporto “nobile”, per gli spostamenti brevi e i piccoli carichi -in strada e nel campo- si usava il “carriolo” tirato a mano. C’erano pure diversi altri mezzi di trasporto trainati dalle mucche; ricordo un’originale botte per l’approvvigionamento idrico della nostra casa non ancora dotata di acquedotto: l’acqua si attingeva da una fonte pubblica (la Sargia) con il serbatoio di carburante d’aereo abbattuto, bonificato e montato su un carrello.
I cavalli – Dopo le mucche col biroccio, il cavallo era l’altro protagonista delle strade rurali. Don Parasecoli lo usava per passare di casa in casa -a raccolto avvenuto- a ritirare la decima. Il pollivendolo teneva caricate sul calesse la gabbia dei polli e quella dei conigli, Cesare Tarabelli tutti i venerdì ci andava al mercato: mi è rimasta in mente l’immagine bucolica della sua cavalla col cavallino ancora lattante che le galoppava a fianco: in paese c’era -a mo’ di parcheggio o di stazione di posta- una stalla dove i cavalli potevano riposare, mangiare, allattare.
I “pedoni” – L’altro protagonista delle strade rurali era costituito dai pedoni, i contadini frontalieri armati ai piedi -d’estate- di sandali e -d’inverno- di “zocchi”, calzature comunque sempre fatte in casa. E con le persone quasi sempre viaggiavano gli animali: il giorno di mercato – a scopo di baratto – i contadini portavano con sé coppie di piccioni, di polli, oche o pesanti tacchini a testa in giù, legati per le zampe e con le ali incrociate; altre volte, in coppia, portavano al macello tori o vitelli e noi bambini assistevamo alla cruenta macellazione col colpo di pistola in testa che faceva crollare a terra la povera bestia; le mucche erano portate a piedi alla monta e noi bambini, che le accompagnavamo, facevamo educazione sessuale sul campo, anzi, nella stalla!
Enzo Monsù
11 giugno 2026


