Intensi ricordi di Visso – Terminato l’ultimo conflitto mondiale Visso diventò la città a migliore vocazione turistica dell’alto Maceratese. La sua ricca dote di antico borgo medioevale ben conservato e le attrattive naturalistiche sono state importanti, come la sua vicinanza geografica e ideale a Roma. Come vedremo anche il fiume Nera ha fatto la sua parte.
L’insegnante Fernando Mattioni, oggi nonagenario, nato a Pantaneto di Monte Cavallo, cresciuto e vissuto tra Casavecchia e Pieve Torina, da giovane ha insegnato oltre vent’anni all’istituto Fiorelli di Visso. Conserva buoni ricordi da trasmettere alle nuove generazioni.

Ecco il suo racconto – Visso si sentiva vicino a Roma: già negli anni 1946-47 alcuni romani vi trascorrevano le vacanze estive, per rilassarsi godendo della frescura, del buon cibo e delle sue bellezze paesaggistiche. Nella bella stagione era davvero molto affollato di villeggianti. Un bel centro storico medievale con le due piazze: dei Martiri Vissani e Pietro Capuzi; alcuni porticati, e bei negozi caratteristici. Come splendida cornice due limpidi corsi d’acqua: il fiume Ussita e il Nera, proveniente da Castelsantangelo sul Nera, vi si congiungono appena fuori il centro storico. Il corso d’acqua cristallina poi si dirige verso il versante tirrenico per unirsi al Tevere. Un po’ delle acque del Nera attraversano i sette colli, anzi sembra contribuiscano al 50% della portata del fiume “capitolino”! All’epoca si diceva nell’alto Maceratese: “Il Tevere non sarebbe Tevere se la Nera non gli portasse da be(ve)re”.

Visso è un grazioso paesino dove si potevano gustare e acquistare pregiati prodotti tipici. C’erano gli alimentari di Antonio Cappa, di Luigi Cappa e la conosciuta macelleria di Adriano Giannotti. Fernando ricorda che in paese vi erano una ventina di famiglie Cappa. Tra i ristoranti più conosciuti: da Richetta e “La Filanda”, quest’ultima gestita da Romano Cappa e dalla moglie Vitalina dove in passato c’erano dei telai per la tessitura. Nei due alberghi “Roma” e “Montebovi”, oltre ai villeggianti vi alloggiavano persone per motivi di lavoro. D’inverno Visso non cadeva in oblio perché era luogo di passaggio oltre che per l’Umbria, Terni e Roma, anche per chi trascorreva dei giorni a sciare a Frontignano di Ussita. Quei turisti si fermavano volentieri per acquistare le rinomate specialità alimentari locali: tartufo nero, ciabuscolo, formaggi, miele di montagna, prosciutto, salumi e trote cresciute nei vicini allevamenti posti nei due corsi fluviali citati. I miei piacevoli ricordi di Visso si riferiscono agli anni Novanta. Uno splendido paesino a fondo valle (608 m s.l.m.) immerso nel verde dei Sibillini, adatto anche a chi non può salire in alte quote per mal da altitudine. Uno borgo medievale con vie strette, antichi palazzi di pietra con i caratteristici portali ad arco.

Ricordo le eccellenti “pennette alla trota salmonata” gustate molte volte nella trattoria “Da Richetta” di Mario Blanchi. Lo studio della fotografa Stefania Servili si trovava in piazza Pietro Capuzi 41, era ricco di splendide immagini dei monti Sibillini, e con una libreria turistica fornita anche di carte dell’Istituto Geografico Militare. Entrambi sono da tempo chiusi. Notai subito che gli alimentari, ben forniti di specialità, erano più simili alle pizzicherie-drogherie romane che ai negozi un po’ spartani del Maceratese. Mi sono trovato bene anche a pranzo al ristorante “La Filanda”, in via Pontelato 4. Il ristorante, aperto nel 1983, aveva sede in una vecchia filanda. Mi piacque l’ameno laghetto artificiale con la barca, con il giardino e il chiosco bar.
Qualcuno ha detto: “A Visso giardini, a Pieve Torina orti”. Quindi, all’epoca, Pieve Torina era centro principalmente agricolo. Ma non mancava un certo rapporto con Roma: la via principale diretta a Visso e in Umbria era chiamata via Romana. Anche quella strada è cambiata: una volta nazionale, poi statale, oggi è la provinciale 209. Per questo i camionisti e chi, dal Maceratese, si recava in auto a Roma per lavoro, studio o diletto conoscevano bene Visso e Pieve Torina.

Curiosità – Ogni anno Fernando d’estate trascorreva 10-15 giorni dai nonni a Pantaneto di Monte Cavallo. Una sera mentre era seduto sul gradino della scala davanti casa si meravigliò di un fenomeno che stava osservando. Un gregge di capre colore grigio scuro stava tornando a casa dal pascolo. Erano state accompagnate a turno da uno dei proprietari dei capi. Mentre percorrevano la via principale della frazione, ogni tanto gruppetti di capre si staccavano dal gregge, ritrovando la propria stalla senza incertezze. Stupito di tale destrezza chiese chiarimenti al nonno, il quale gli rispose che quelle capre erano abituate a ritrovare ognuna il proprio ricovero notturno: non si sbagliavano mai! Una volta la capra era detta la mucca dei poveri, forniva lo squisito latte e consumava minore quantità di foraggio di un bovino.
Un asino lasciato solo nella stalla soffriva di solitudine? – “Sì, si sentiva solo e ragliava più spesso, a tenergli compagnia si metteva una capretta o una pecora: così l’animale si tranquillizzava”. Nell’immediato dopoguerra la salita per arrivare a Pantaneto era ancora molto ripida. Un giorno Fernando assistette al traino di una pesante trebbiatrice a cura di quattro paia di mucche: per quella incombenza erano state requisite tutte le mucche della frazione. Una volta arrivata sull’aia la trebbia veniva fatta girare da un trattore a vapore, alimentato a legna. In quella trebbiatura, parteciparono anche due giovani veneti, dall’accento piacevole, che stavano svolgendo il lavoro di boscaioli nei dintorni.

Gli stemmi comunali di Pieve Torina e Pievebovigliana (oggi Valfornace) – “Pieve, dal latino plebs (popolo) gente che viveva attorno una chiesa o un luogo in cui si concentrava la vita religiosa di una comunità rurale. Poi mentre sullo stemma di Pieve Torina c’è un toro, per ricordare che nelle sue campagne erano allevati i bovini. In quello di Pievebovigliana c’è un bove”. Tutti candidi bovini della pregiata razza marchigiana, una volta dati per scontati perché non si conoscevano razze estere giunte in Italia successivamente, oggi sono rivalutati. Visso, Pieve Torina e altri Comuni del cosiddetto “cratere” sono stati duramente colpiti dal terremoto del 2016. C’è da sperare che possano riprendersi in tempi accettabili. – conclude Fernando Mattioni – Nel mio cuore Visso resta sempre il più attraente paese montano delle Marche, e con ciò voglio rendergli merito e ricordo!”
Per non rattristare concludiamo con un po’ di satira. Fernando, ricordi delle strofe appartenenti a qualche filastrocca? “A Roma si mangia l’abbacchio e le galline perché non hanno spine …” diceva una canzone romanesca. All’oste che aveva annacquato fraudolentemente il vino i romani dicevano: “Nun te pagamo poiché nér vino ci-hai messo l’acqua!”. Un vecchio detto di Sassoferrato (AN) recitava: quaranta mugnai, quaranta macellai e quaranta osti fanno centoventi ladri giusti.
Eno Santecchia
27 agosto 2026


