Illuminazione cittadina – Dalla stampa e anche dalla tv i maceratesi hanno appreso che l’Amministrazione comunale ha promesso, o minacciato, entro pochi mesi (ndr: siamo nel 1989) il rinnovamento della illuminazione pubblica. Dagli esperimenti già effettuati si può dire – come un ignoto cittadino romano di qualche tempo fa scrisse: “Li lumi! Si non so’ brutti nun ce li volemo, li lumi!”
Certamente i “giovani” (e anche i non più tanto giovani) ricordano che nel 1937 o giù di lì l’allora Podestà (ahi!) ingegnere Cesare Benignetti fece rinnovare la illuminazione civica, che risaliva ai tempi della Ditta (non premiata) Reinacher & Ott. Il Borgo (allora diventato corso) Cavour e il Borgo (anch’esso trasformato in corso) Cairoli, furono illuminati col sistema dei “pastorali”, che costituivano anche “arredo urbano”, anche se allora non si usava tale neologismo.
La staccionata di viale Puccinotti (le “mura da sòle”, per intenderci) fu punteggiata di lampadari a quattro bracci che davano alla passeggiata un carattere quasi “decò”. E uguali lampadari furono installati sulle basi che ritmavano la piaggia della Torre. Con gusto, direi, raffinato, la piazza fu lasciata illuminata da punti luce costituiti da tre monumentali piloni in ghisa che finivano in una “lira”, installati fin dal 1893 dai sullodati “Reinacher & Ott”. Anch’essi costituivano “arredo urbano”, senza tanti intellettualismi e sofisticazioni di cui abbiamo avuto recentissimi esempi in Arena.
Poi, nel 1957, mi pare, il tutto fu smantellato a beneficio di banalissime “tesate” di tipo metropolitano (sapete… Macerata granne…). Poi vennero le lampade al sodio, al mercurio. Speriamo non abbiano a seguirle quelle al magnesio, che ci delizierebbero facendoci diventare verdi come ramarri al solo di agosto, o clorotici come affetti (salvognuno) da tbc. E vennero ancora, lungo i viali di Santa Croce e della stazione, altissimi pali sostenenti potenti lampade illuminanti… unicamente le lussureggianti cime degli alberi (forse per aumentare la produzione di clorofilla!).
Quando il famoso musicista Menotti scoprì Spoleto, quel Comune fece ripristinare la illuminazione di tipo ottocentesco (a Macerata la illuminazione pubblica fu iniziata dal Regno Italico di Napoleone I nel 1811) che conferì alle vie un sapore, diciamo, romantico. Non dico di rifarci a quell’esempio (per me peraltro commendevole) ma comunque non ci propinate, per favore, quelle “palle” che, sparse per il corso della Repubblica e via Matteotti ricordano tanto da vicino i particolari araldici del gran condottiero Bartolomeo Colleoni (ndr: un onorevole maceratese li definì “a palle de toru”). Saranno di ‘premiata ditta” ma il buon gusto..? Certamente, si dirà, la luminaria Benignetti era “fascista”, e quindi da ripudiare, tuttavia ma non ci si spinga a fare… apologia di cattivo gusto!
Le provette de lu spezià’ – Una mattina, di tanti anni fa, il farmacista “di piazza” (Sor Pietro Santini? Sor Cesare Sebastiani? Sor Agostino Loreti?) si svegliò con una gran voglia di rinnovamento. Spalancò le pesantissime porte di legno, aprì la finestra che dava sulla piazza, si armò di scopa e di pennacchio mentre il “giovane di bottega” (che poteva avete ottant’anni ma per la gente era sempre “lu giovane”) si dette a spolverare furiosamente.

A in certo punto, aprendo una credenzona da tanti anni inutilizzata ma che voleva adoperare per riporvi i suoi preparativi (la gente, con ammirato dispregio, diceva dei farmacisti: “Pista l’acqua e fa li quatrì”), lo speziale vi trovò una serie di vasi e vasetti di terracotta, una torma di provette di vetro, una brocca d’acqua, una schiera di contenitori. “Ma ch’adè ‘sta ròbba?” si domandò. Poi, riflettendo, pensò: “Ma certo! Tutte ‘ste coccette le pijò Sor Memmo Muschini quanno la Congregazio’ de Carità liquidò la Spiziarìa che ‘llu pòru Vingè Berardi avìa fondato nel 1622. Ma guarda se che andichità! Ci sta ‘m-moccó de terrecotte de Monde Meló, le proétte che facìa Cruciani dettu Sprecapani a la fine del settecento. Questa adè la vrocca che vinnìa Sor Memmo Giorgetti avandi a San Frangesco. Ma che ce ne faccio?”
Chiamò il “giovane” e gl’impose di trasferire il materiale “jó la grotta”. Il “garzoncello” obbedì all’ukase e, con il suo gesto, inconsciamente, provocò, dopo tanti anni, una serie di dispute fra gli “archeologi” locali che rinvennero “le coccette di piazza”. “Primo secolo d.C.” disse uno. “Macché -fece un medievalista- questo materiale lo fece portare qui Federico Barbarossa dopo il saccheggio di Fermo”. “Ma via! -esclamò un terzo- questa era la farmacia personale del Cardinal Vitelleschi, vescovo di Macerata nel quattrocento”. E così via. Quasi passavano alle mani.
Ma, peggio ancora, per un conflitto di competenze fra autorità, Macerata rischiò, per un momento, di diventare una seconda Beirut. Sulla buca “l’un contro l’altro armati” si appostarono i Carabinieri, agenti di P. S., metronotte, vigili urbani a tutela del materiale fra il quale certuni dissero di aver visto una bottiglia di Dom Perignon, mentre altri affermarono di aver sbirciato un pennello da barbiere (“Sarà statu de Sor Tito Battistrada” sentenziarono). Nei vasi a pianta quadrata qualcuno identificò le “taniche” da benzina delle truppe polacche. Il solito maligno sospettò: “Ma quissi facìa lo mistrà a la faccia de la Finanza”. Tutta la città si affacciò sulla buca finché gli addetti all’Ufficio tecnico comunale non trasferirono il tutto nella Pinacoteca.
Libero Paci

12 settembre 2026


