Dopo l’approvazione della legge francese che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni, anche in Italia si riapre il confronto sull’efficacia dei divieti e sulla necessità di proteggere bambini e adolescenti negli ambienti digitali. In Francia si prevedono inoltre misure sull’utilizzo degli smartphone nelle scuole superiori e l’entrata in vigore dall’anno scolastico 2026-2027.
Secondo il professor Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo Di.Te., il divieto rappresenta un primo passo importante ma non sufficiente: “La decisione francese interrompe una finzione: quella secondo cui bambini, adolescenti e multinazionali della tecnologia possano confrontarsi ad armi pari. Le piattaforme non sono semplici contenitori d’informazioni. Selezionano ciò che vediamo, misurano le nostre reazioni, anticipano i nostri desideri e costruiscono percorsi personalizzati per trattenerci il più a lungo possibile. Il loro obiettivo economico non è farci stare bene, ma farci restare. Chiedere a un ragazzo di 11, 12 o 13 anni di gestire da solo questi meccanismi significa attribuirgli capacità di autocontrollo e regolazione emotiva che sono ancora in costruzione. Riconoscerlo non significa considerare gli adolescenti incapaci, ma prendere sul serio una fase della vita nella quale il bisogno di appartenenza, il giudizio dei coetanei, la ricompensa immediata e la ricerca di approvazione hanno un peso molto forte”.
Libertà e censura – Per Lavenia, il dibattito non può ridursi alla contrapposizione tra libertà e censura: “Una regola non diventa inutile solo perché può essere violata. Anche i limiti di velocità vengono superati e i minorenni riescono talvolta ad acquistare alcolici. Nessuno propone per questo di cancellare quelle norme. Una legge non elimina ogni rischio, ma stabilisce una soglia, attribuisce responsabilità e indica ciò che una comunità considera accettabile”. L’esperienza australiana, dove dal 2025 le piattaforme devono impedire agli under 16 di avere un account, suggerisce che la verifica dell’età, se applicata debolmente, può essere aggirata. Il garante australiano ha comunicato la limitazione di circa 4,7 milioni di account, mentre una prima ricerca su 408 adolescenti ha rilevato che oltre l’85% degli under 16 coinvolti continuava a usare almeno una delle piattaforme interessate. Sono dati iniziali che non consentono ancora valutazioni definitive, ma mostrano la distanza che può esistere tra una norma e la sua applicazione concreta.
Lavenia spiega e propone – “L’Australia non dimostra che il divieto sia inutile ma che scrivere un’età nella legge non basta. Un ragazzo può fornire una data di nascita falsa, usare un account o il documento di un adulto e, quando il controllo dipende dalla localizzazione geografica, ricorrere anche a strumenti come le VPN. Una VPN può nascondere il luogo da cui ci si collega, ma non dovrebbe poter generare una credenziale personale valida”. Da qui la proposta: “Chiedo al Governo italiano una legge nazionale: sotto i 15 anni nessun accesso ai social network; dai 15 anni apertura del primo profilo solo dopo il conseguimento di un Patentino Digitale obbligatorio, rilasciato alla fine di un percorso nazionale certificato”.
Il coinvolgimento della scuola – Il percorso dovrebbe essere realizzato nelle scuole e coinvolgere pure le famiglie, affrontando il funzionamento degli algoritmi, la protezione dei dati personali, il cyberbullismo, la manipolazione dei contenuti, l’intelligenza artificiale, la gestione del tempo online, il riconoscimento delle relazioni pericolose e i segnali di un utilizzo problematico. La verifica dell’età risponde soltanto alla domanda: “Quanti anni hai?”. Il Patentino Digitale aggiunge una domanda decisiva: “Sei stato preparato a entrare in questo ambiente?”. Non basta raggiungere un’età anagrafica. Prima di accedere alle piattaforme devono essere acquisite alcune competenze minime, come avviene in altri contesti dove la libertà comporta rischi e responsabilità.
Il certificato dovrebbe essere personale, non cedibile e verificabile dalle piattaforme attraverso una credenziale digitale sicura, senza comunicare informazioni scolastiche o altri dati sensibili del minore. La piattaforma non avrebbe bisogno di conoscere il percorso personale del ragazzo. Dovrebbe ricevere solo la conferma che l’età richiesta è stata raggiunta e che la formazione è stata completata. Un sistema progettato nel rispetto della privacy potrebbe restituire un semplice esito d’idoneità, impedendo che lo stesso certificato sia usato per aprire profili intestati a persone diverse. Secondo Lavenia, il Patentino non renderebbe il sistema impossibile da aggirare, ma lo farebbe più credibile rispetto a una semplice casella nella quale dire la propria data di nascita. Nessuna protezione è inviolabile. Il punto non è promettere un sistema perfetto, ma innalzare la soglia di accesso. Oggi basta poco per dichiararsi maggiorenni. Con il Patentino ci sarebbe un’identità verificata, un percorso completato e una credenziale personale.
La differenza è tra una porta aperta e una porta dotata di controlli reali. Le piattaforme dovrebbero essere obbligate a verificare sia l’età sia il possesso della certificazione, con sanzioni proporzionate al fatturato in caso di controlli insufficienti o violazioni sistematiche. Non è accettabile che la responsabilità continui a ricadere solo sulle famiglie. Quando un ragazzo dorme poco, sta ore online o non riesce più a separarsi dallo smartphone, ci chiediamo dove abbiano sbagliato i genitori. Ma nessuna famiglia può competere da sola con aziende che investono risorse enormi per analizzare ogni clic, ogni esitazione e ogni secondo di attenzione. Regole ed educazione non sono alternative. Un bambino non impara ad attraversare la strada solo perché gli diciamo che le automobili sono pericolose. All’inizio gli teniamo la mano, gli imponiamo di fermarsi, gli insegniamo a guardare e solo poco per volta gli concediamo autonomia.
La regola precede la libertà non per negarla, ma per renderla possibile. Il Governo italiano non si limiti quindi a osservare Francia e Australia. Costruisca un modello più completo, nel quale al limite anagrafico si aggiungano formazione, responsabilità delle piattaforme e sostegno alle famiglie. Non è sufficiente verificare l’età: prima dei social bisogna certificare le competenze. Un divieto non insegna da solo a vivere, ma può concedere tempo perché il cervello maturi, l’identità si consolidi e un ragazzo impari a distinguere un desiderio autentico da un impulso alimentato dall’algoritmo. Conclude il professor Lavenia: “Il vero diritto da tutelare non è certamente quello di aprire un profilo prima possibile, bensì quello di crescere prima che siano le piattaforme a suggerire continuamente chi si dovrebbe diventare”.
16 ottobre 2026


