Era una bella giornata di primavera, ero seduto a chiacchierare con il caro amico professor Giovanni Rocchi nel suo salotto. Discutevamo di come il mondo accademico non vedesse di buon occhio le sue tesi sulle iscrizioni picene e di conseguenza sulla storia della cultura preromana della Regione.
Io non sono per nulla un epigrafista, semmai mi diletto (sono e non mi vergogno di essere un dilettante, ma non nel senso spregiativo del lemma) in ricerche sulla cultura materiale e le sue implicazioni con la storia. La discussione, sorseggiando una tazza di caffè, verteva sul modo di definire la civiltà del versante orientale del bacino culturale centroitaliano: il professore la definiva cultura “MedioAdriatica” mentre io prediligevo “Piceno Italica”.
Nell’espormi le sue motivazioni Giovanni prendendo un fascicolo dal tavolino, fece cadere a terra una fotografia a colori di un piccolo monolito di pietra grigia rozzamente scolpito che attrasse immediatamente la mia attenzione. La foto ritraeva un blocchetto rettangolare di pietra largo circa due spanne e alto tre sul quale era stato scolpito ad altorilievo, con attrezzi che giudicai piuttosto consunti e poco efficienti, un busto umano al quale era stata mozzata la testa, vestito con un corsetto a bande diagonali, con le braccia conserte e le mani protette dai caratteristici guanti da battaglia (mantonis) con la sinistra che impugnava il manico di uno staffile (l’attrezzo per punire i colpevoli) e la destra era accostata a un piccolo cartiglio rettangolare posto al centro in basso, sul quale si potevano intravvedere dei graffiti e le tracce di una sommaria abrasione di qualche lettera con lo scalpello.
Raccolsi la foto e chiesi a Giovanni di spiegarmi cosa fosse e perché la possedeva. Mi disse che era la foto che fece a un “frustolo” (da quel momento iniziammo a chiamare così il reperto) trovato nel terreno presso la chiesa di San Marco a Ponzano di Fermo. Lo attrasse perché era un reperto enigmatico in quanto deliberatamente acefalo, ma sul cartiglio, nonostante le cancellature si leggevano i nomi, abbreviati secondo l’abitudine del tempo, di Pipino e Adriano perciò un notevole documento di storia. La pietra si era conservata perché già in tempi alti era stata scavata sul dorso ricavandone una vaschetta abbeveratoio per gallinacei. Guardando la foto mi incuriosirono gli avambracci della figura che, con una certa evidenza erano fasciati dai caratteristici guanti già in uso nel Medio Evo per maneggiare gli spadoni.
A quel punto mi venne in mente ciò che il monaco di Breme trascrisse nel Chronicon Novalicense della nota di Ottone di Lomello che narra la visita di Ottone Terzo al tumulo carolingio di Aquisgrana. Ottone narra che dopo aver rimosso una lastra del tumulo, appare ai presenti il cadavere mummificato del Carlone e si vede che “Non enim iacebat, ut mos est aliorum defunctorum corpora, sed in quondam cathedram ceu vivus residebat. Coronam auream erat coronatus, sceptrum cum mantonibus indutis tenens in manibus, a quibus iam ipse ungule perforando processerant. (libera traduzione: “Infatti egli non giaceva come d’uso per i corpi degli altri defunti, ma su un sedile con braccioli come sedeva da vivo. Era incoronato con una corona d’oro, teneva uno scettro nelle mani protette con guanti da battaglia che le unghie crescendo avevano forato”).
Ho subito collegato il frustolo alla figura di Carlone (così è chiamato l’imperatore nella celebre Chanson de Roland) e il professor Rocchi mi ha confermato che si poteva veramente trattare di un reperto carolingio, ma la foto era troppo piccola per consentire anlisi puntuali. Il frustolo era stato trovato presso la chiesa, perciò forse il parroco poteva saperne qualcosa. Andammo pertanto a Ponzano di Fermo e il parroco ci spiegò che forse il reperto poteva essere custodito nella cassaforte della sacrestia, forziere del quale una decina d’anni prima si persero le chiavi e non era mai stato riaperto.
Il parroco ci mostrò la cassaforte sconsolato ma, caso volle, (il caso gioca sempre scherzi casuali) che la stessa fosse un modello prodotto da un nota industria torinese di casseforti e serrature di sicurezza, guardacaso essendo io torinese (colpa appunto degli scherzi casuali del caso) avevo fatto amicizia -per le bocce- con un paio di funzionari di quella ditta. Misi il parroco in contatto con il costruttore e dopo una decina di giorni una coppia di tecnici venne in parrocchia a Ponzano e, proprio come si vede nei film polizieschi, i due “scassinarono” la cassaforte. Ovviamente non filmammo nè fotografammo l’operazione per non “insegnare” ai mariuoli dove sono i punti sensibili del forziere.
L’apertura è stata quasi una cerimonia perchè vi presenziarono come necessario, il Direttore dei Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Fermo, un funzionario del Comune, un graduato dei Carabinieri e uno della Polizia, c’eravamo anch’io e il professor Rocchi. Aperto il forziere, insieme con una pisside bellissima e altri oggetti preziosi donati alla Parrocchia, apparve il frustolo di arenaria che potei fotografare prima che lo prendesse in consegna la direttrice dei Beni Culturali.

Confesso di essermi emozionato a toccare con mano un “pezzo di storia” importante, anzi lo potei coccolare dalla sacrestia all’auto della direttrice per portarlo al museo diocesano. Del reperto non ho avuto più alcuna notizia, ma le foto, ovviamente autorizzate, permisero al professor Rocchi di tentare la lettura del cartiglio. Chiaramente i risultati furono sorprendenti perchè, nonostante le scalpellature per cancellare una parte a mio avviso “fondamentale” della scritta, sciogliendo le usuali abbreviazioni del capitale corsivo tardoantico, Rocchi lesse l’epigrafe che diceva pressappoco:
“Io, figlio di Pipino, poi una profonda abrasione di testo in cui si legge solo una <C> (che può essere Carolus) su incarico di Papa Adriano esercito la giustizia”. La scritta, nonostante le cancellature e le ingiurie del tempo, incontestabilmente si riferisce a Pipino il Breve padre di Carlo e al loro cugino di Roma Adriano Papa, che storia vuole fosse proprietario del feudo di Fermo e abbia perciò delegato il giovane Carlomagno all’amministrazione della giustizia nel feudo, probabilmente per fargli “far pratica” prima di assumere il suo ruolo di Re dei Franchi. La pietra scolpita sarebbe stato il testimone con valore giuridico dell’investitura del Carlone, e questa è un’ulteriore conferma della storia riportata in luce dopo seicento anni di negazionismo da don Giovanni Carnevale.
Il reperto era probabilmente in bella vista nella chiesa, ma è stato poi “decapitato” e scalpellato, forse dopo l’acquisizione militare del Piceno storico da parte di Egidio Albornoz per il Papa Re nel XIV secolo, ovviamente per cancellare una testimonianza imbarazzante. Sfortuna ha voluto, forse, che nella difficile economia dei secoli bui, una pietra squadrata e del giusto spessore potesse essere convenientemente riutilizzata da un contadino per farne la vaschetta dell’acqua per le galline, conservando fino a noi il reperto. Dal passaggio del frustolo dalla cassaforte della chiesa di Ponzano ai magazzini dell’Arcidiocesi di Fermo è ormai passata una dozzina d’anni, ma ogni tanto mi ricordo dell’accaduto e ho conservato la foto del “post-it” sul quale l’amico Giovanni Rocchi, paleografista d’avanguardia e solo per questo criticato, ha annotato i grafemi del frustolo e poi li ha interpretati.
Questo documento di pietra che scrive un altro pezzetto di storia della Francia antica, oggi Le Marche, non credo abbia avuto l’attenzione che meriterebbe, forse perchè “scripta manent” e questo misconosciuto tassello della nostra storia negata potrebbe sollevare ulteriori dubbi sulla storiografia “made in Germany” del nostro Alto Medioevo.

Il “post-it” sul quale il prof. Giovanni Rocchi annotò i grafemi del cartiglio del frustolo raffigurante il busto acefalo del “filius Pipini”, ritrovato presso la chiesa di Ponzano di Fermo.
Medardo Arduino
28 febbraio 2026


